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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
WILLIAM SHAKESPEARE
Venere e Adone
Traduzione di Gilberto Sacerdoti, pp. 75, Garzanti, Milano, 2000. Traduzione di Roberto Sanesì, Oscar Mondadori, Milano, 2000.

Venere e Adone è un breve poemetto di soli 2000 versi in sestine rimate. Nella dedica il Poeta lo definisce "il primo parto della mia fantasia", forse perché è la prima opera data alle stampe. Gli studiosi ne pongono la composizione fra il '92 e il '93 (l'edizione a stampa è del '93) quindi agli inizi della carriera di drammaturgo dopo il Tito Andronico, gli Enrico VI, il Riccardo III. Ci fu la pausa della chiusura per legge dei teatri, a causa della peste, ed il Poeta, diremmo oggi "rimasto disoccupato", si dedicò alla lirica.
È bello Venere e Adone?
Sì, è decisamente bello e merita d'essere letto. Oltretutto è breve e ci sono più traduzioni disponibili (in versi quella di Gilberto Sacerdoti pubblicata da Garzanti nel 2000, in versione stichica, cioè verso per verso, quella di Roberto Sanesi, pubblicata dagli Oscar Mondadori anch'essa nel 2000).
Lo spunto di ispirazione nasce dal mitologico episodio brevissimamente toccato da Ovidio nelle Metamorfosi (X libro, versi 532-543, 682-726) dove una Venere preoccupata raccomanda ad Adone di evitare le cacce pericolose (il cinghiale, l'orso, il leone) e di dedicarsi piuttosto, per la propria sicurezza, a quella di animali mansueti. Shakespeare rielabora la materia e la reinventa. Una Venere tutta carne, fuoco e passione incontra l'imberbe immaturo giovincello e cerca di sedurlo eccitandosi e caricandosi di desiderio e di sensualità. Dopo un'intera giornata di assalti senza esito, che causano reale sofferenza a Venere e noia e vergogna ad Adone, viene la notte, e i due si allontanano perché il giovane deve raggiungere i suoi compagni di caccia. Venere ha una premonizione e scongiura Adone di tenersi lontano dal pericolo dei cinghiali: il che non evita che il ragazzo, invece, l'indomani, dando l'assalto a un cinghiale, ne rimanga ucciso per una ferita di zanna ad un fianco.
Venere al mattino passa alternativamente da momenti di terrore (e attacca la figura divinizzata di Morte con eloquenti invettive) a momenti di gioia (ode voci di cacciatori, s'illude che Adone sia vivo, chiede scusa alla Morte per averle attribuito un delitto non commesso) e infine scopre il cadavere di Adone. Pianti, lacrime, commozione, profezia su ciò che sarà l'amore da quel momento in poi per l'uomo, un sentimento che porterà dolore, inganno, pena, ammantato di dolce illusione.
Il poemetto si conclude con la "metamorfosi" d'Adone in un fiore rosso e bianco che Venere porterà per sempre al seno e cullerà in eternità col battito del proprio cuore.
Due soli personaggi umani nel poemetto (umani realmente, perché Venere-dea qui è donna umana più che mai e nient'affatto dea) più altri due personaggi "animali": il cavallo d'Adone che incontra una cavallina, se ne innamora e fugge con lei nel bosco, e infine un leprotto. Sì, un leprotto, che fugge ai cani cacciatori che lo inseguono e mette in atto ogni genere d'astuzie per salvarsi e che il Poeta descrive con umano trasporto facendone vivere il dramma, la paura, l'ansia, l'angoscia, la trepidante attesa di salvezza, l'affanno, il battito cardiaco.
Il personaggio Adone è insulso. Più che un personaggio è una patata. Funge da spalla e non muove né a pietà né a sorriso. Un immaturo grande bambino capriccioso, debole, inerte e forse un po' ottuso. Il solo guizzo di volontà che ha, è correre a giocare, ove il gioco è per lui la caccia.
Il personaggio Venere, invece, oh sì, questo sì che è un personaggio. Degno dei grandi personaggi di Shakespeare. Carne e spirito. Femmina amante e madre. Plastica e carnale e insieme eterea e spirituale. Violenta e dolce. Un po' dea (ma poco, proprio poco, salvo che nell'orgoglio della sua bellezza trionfale, di dea appunto dell'amore) e un po' (un po' tanto, anzi, in modo irruente) donna. Molto donna.
C'è in questa Venere, in nuce, la dolcezza appassionata di Giulietta, l'arrendevole affettuosità di Cordelia, la prepotente determinazione di lady Macbeth, la furbesca malizia delle contadinelle pastorali delle commedie.
E c'è tanta poesia, a profusione.
Nei versi celebri e un po' "osé", forse, nel XVI secolo, dedicati alla topografia sensuale ed erotica del corpo femminile:
"dolci altipiani e grati fondi erbosi
tondi, erti colli, macchie oscure e fitte,
valli e colline e discese
ove stanno le soavi fonti,
e conchette e fascinosi pozzi..."
e quel "parco, eburneo recinto" ove potrà, protetto, rinchiudersi cartier replica e ciò che vorrà il cervo-Adone...

C'è tanta poesia nella partecipazione figurativa di un contorno di natura che è complice dell'amore nel più puro stile minnesanger:
"le viole del prato su cui i due amanti giacciono e che non tradiranno e non sanno ciò che gli amanti fanno..."
Nei sogni e nelle invocazioni della donna innamorata:
"Con due colombe volerei in cielo, da mane a sera, dove più m'aggrada"
Nelle invettive sulla durezza e l'insensibilità di Adone indifferente: "Sei ostinato, un sasso, un duro acciaio? No, peggio, il sasso l'acqua pur l'allenta..."
Nella descrizione del cavallo innamorato:
"Ora s'accinge a gareggiar col vento
e non si sa se corra oppure voli..."
Nel pianto a dirotto di Venere di fronte al cadavere straziato, quando, non rendendosi conto di come il verro abbia potuto uccidere una creatura così bella, attribuisce al verro non l'intenzione di uccidere, ma l'intenzione di baciare il suo Adone: "ma se l'ha visto, allora sono certa, credeva solamente di baciarlo: sì, sì, è così che è stato ucciso Adone... non intendeva ammazzarlo, con i suoi denti aguzzi, ma baciarlo, e strofinandogli il muso al suo fianco, il cinghiale amoroso gli squarciò non volendo, con le zanne, l'inguine delicato..."

C'è poesia dunque, e tanta, in Venere e Adone e c'è anche, in nuce, altro di Shakespeare, qualcosa di ancor più specifico e shakespeariano: la drammaticità. Sia nella costruzione del racconto, fortemente a suspense, sia soprattutto nella tecnica: una buona metà dei versi sono dialogati (dialoghi o quantomeno monologhi) con un impeto, un crescendo, un altalenando, un modulando, un saliscendendo (si veda la "scena" della doppia invettiva verso il personaggio Morte, prima attaccato, poi blandito) che è tipico del grande teatro.
Cioè del grande Shakespeare.

Stresa, Milano, febbraio 2001

 
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