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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JEAN BAPTISTE MOLIÈRE
Il borghese gentiluomo
Traduzione di Corrado Tumiati, pp. 98. Sta in: Teatro, vol. II, Sansoni, Firenze, 1961.

Nell’epoca di Molière la società era rigorosamente divisa in due: il popolo, da una parte, e la nobiltà, dall’altra, e il confine tra le due parti era invalicabile. A metà, su quel confine invalicabile, cresceva una nuova classe, la borghesia. Avevano, potevano avere, denaro i borghesi, arricchitisi con I commerci: magari potevano alcuni avere più denaro di certi nobili nullafacenti e dilapidatori dei loro patrimoni, ma il confine rimaneva invalicabile.

Il borghese, il nuovo ricco, il parvenu che vuole, vorrebbe scavalcare quel confine coprendosi di ridicolo per la sua inarrivabile ambizione, è oggetto di satira nella splendida commedia di Molière del 1670. La figura, qui comicissima, dell’arrampicatore sociale (figura già molto diffusa, anche nel secolo precedente, nel teatro elisabettiano) diventerà poi figura drammatica, e infine tragica, nel secolo successivo e soprattutto nel successivo ancora, nell’Ottocento, in tutte le letterature europee, non solo in Francia. E vengono in mente Thackeray, Thomas Hardy, Maupassant, Gissing…
Ma nello scanzonato mondo di Molière la tragicità della divisione per classi, no, non esisteva. C’erano le secolari barriere di sempre, sentite come naturali, ineluttabili, inattaccabili. Tentare di uscirne era materia di commedia: ne rideva la nobiltà, nella sua inviolabile esclusività, ma ne rideva anche il popolo, quella parte, per lo meno, del popolo che poteva accedere ai teatri, e ne rideva divertita e niente affatto risentita. Non era la società, sbagliata: sbagliava, ed era oggetto di scherno, chi cercava di modificarla, chi cercava di piegare alle proprie ambizioni le millenarie –e “naturali”- regole del gioco.
Per cui nel povero borghese Jourdain che vorrebbe farsi gentiluomo,e si copre di ridicolo e si fa sbertucciare e sfruttare da chi gli sta intorno, non c’è neppure un filo di critica sociale, non un’ombra d’amarezza o di astio, non uno spiraglio di speranza, non un messaggio di attesa per un futuro riscatto.
La rivoluzione arriverà un secolo e passa più tardi: Molière è dalla parte dell’ordine costituito e vuol solo farci ridere, anzi, farci sghignazzare.
Ci riesce? Eccome se ci riesce! E non pago, anzi, del comicissimo intreccio, contamina la sua commedia con la farsa, rendendola “commedia-balletto”, una struttura teatrale tipica dell’epoca, che non andava tanto per il sottile e s’avvicinava a quella che oggi chiameremmo commedia di varietà o d’avanspettacolo, diffusasi nelle platee di serie B nella prima metà del nostro secolo appena concluso, il ventesimo, e poi diluitasi e confusasi in un certo
genere di spettacolo cinematografico.
Dunque cerchiamo, per quanto possibile in un racconto, di divertirci alla lettura di questa spassosissima commedia che da tre secoli e mezzo tiene banco, sempre freschissima, sui palcoscenici di tutta Europa.

Il signor Jourdain è un borghese che si è arricchito e vorrebbe entrare nella bella società, nel gran mondo: eccolo a casa sua, di mattina, circondato dal maestro di musica, di ballo, di scherma, di filosofia, ed eccolo vestito come di mattino veste la nobiltà, così almeno gli ha fatto credere il suo sarto, facendo scoppiare di risa le platee al suo ingresso sul palcoscenico, complici i costumisti teatrali che possiamo immaginare di quali pennacchi, di quali nastri, di quali sgargianti e chiassosi colori sappiano agghindarlo per la scena.
C’è rivalità tra i diversi maestri che scroccano denaro al nostro Jourdain e ciascuno di loro ritiene e predica che la propria arte, la propria scienza, è il fondamento primo dell’esser un gentiluomo.
Qualche canzonetta e qualche nota musicale gli insegna il maestro di musica, qualche passo di minuetto o “come si fa una riverenza quando si saluta una marchesa”(II,1) gli insegna il maestro di ballo, qualche mossa di spada e a “tirare di terza e di quarta” e come “si ammazza un uomo col solo metodo dimostrativo…”(II,3) gli insegna il maestro di scherma. Ma chi fa la parte del leone, tra i buffissimi maestri, è quello di filosofia, il cui menu didattico spazia disinvoltamente dalla logica alla fisica, all’ortografia, alla fonetica.
Sono innamorato d’una persona del gran mondo –chiede Jourdain all’astuto filosofo- e vorrei che mi aiutaste a scrivere qualcosa in un bigliettino che voglio lasciarle cadere ai piedi…”(II,6). Lo vuole in versi o in prosa, il signor Jourdain, questo bigliettino, si informa il maestro: “no, non voglio né prosa né versi” risponde il nostro povero borghese, che viene così a sapere, invece, che “per esprimerci non abbiamo che i versi o la prosa… e tutto quello
che non è prosa è versi e tutto quello che non è versi è prosa…”. E scopre, Jourdain, di parlare in prosa, senza saperlo: “Come? Quando dico a Nicoletta: portami le pantofole e dammi il berretto da notte, questa è prosa?… Ah!
Straordinario! Da più di quarant’anni parlavo in prosa e non lo sapevo…”(II,6).
È una battuta celebre, una delle più celebri battute di Molière…
Infine il biglietto, dopo uno spassoso armeggiare di sintassi costruttiva, è scritto: “Bella marchesa, i vostri begli occhi mi fanno morir d’amore!” (II,6).
E c’è poi la vestizione: per l’incontro con la marchesa, su cui il nostro grullo ha messo gli occhi, il sarto ha confezionato un abito che presenta a Jourdain con un divertente susseguirsi di valletti, che gli portano un capo alla volta, facendoglielo indossare in scena in un crescendo di spassose cerimonie in cui il
povero borghese, via via che indossa un pezzo, sale di grado, da “gentiluomo” a “monsignore” a “vostra eccellenza”(II,9). Una sorta di coreografia della beffa e della lusinga, teatralmente bellissima.
Ridono come matti tutti quanti a vedere Jourdain agghindato a quel modo… Ride la servetta Nicoletta, che rischia per la sua impertinenza d’esser presa a schiaffi dall’adirato padrone e che lo supplica così: “sentite, signore, picchiatemi se volete, ma lasciatemi ridere: dopo starò meglio, hi, hi, hi, hi!” (III,2). Ride con amarezza la moglie, la signora Jourdain, che lo attacca più preoccupata e scandalizzata che divertita: “o che vuol dire, marito, quell’addobbo? Volete prendere in giro la gente col farvi bardare in quel modo?… Sono scandalizzata dalla vita che conducete. Non riconosco più la mia casa: pare che qui dentro si
sia sempre agli ultimi di carnevale…!” (III,3).
Ma Jourdain non se ne dà proprio per vinto: incapricciato com’è della bella marchesa, che sta per giungere a casa sua, si lascia infinocchiare dallo spasimante di lei, un conte strapelato, senza il becco di un quattrino, che Jourdain stima un gran signore e suo grande amico, attraverso il quale crede di poter mettere le mani sulla marchesa stessa. “Non è tutto a mio onore se si vede venir così spesso in casa mia un personaggio simile, che mi chiama suo caro amico e mi tratta come fossi un suo pari?” protesta Jourdain con la moglie, la quale cerca, invece, col buon senso, di aprirgli gli occhi: “sì, vi usa delle cortesie e vi fa dei complimenti, ma vi chiede quattrini in prestito…!” (III,3).
Ha buon gioco, lo spregiudicato conte, col povero Jourdain, infatuato di lui, e lo “munge come una vacca” (III,4), con facilità, raggirandolo come vuole. Anzi, eccolo arrivare e sembra, onesta persona, smentire la signora Jourdain, perché è proprio qui per pagare i debiti che ha con Jourdain: “siete la persona che stimo di più, parlavo proprio di voi questa mattina a corte, alla sveglia del re… so restituire ciò che mi si presta e riconoscere i favori che mi si fanno… voglio che liquidiamo la cosa e sono qui per fare i nostri conti… vediamo un po’ quanto
vi debbo…”. E fanno sì i conti, i due, la volpe e l’ingenuo pollo, sommando le tante e tante cifre dei prestiti… Ma qual è la malandrina conclusione? “Totale: quindicimila ottocento lire… Totale esatto. Aggiungetevi duecento pistole che mi darete, così faremo conto tondo: diciottomila franchi, che vi pagherò al più presto…!” (III,4). E al danno il conte va anche ad aggiungere, graziosamente, la beffa: “C’è chi sarebbe felice di farmi credito, ma dato che siete il mio migliore amico, mi pareva di farvi torto rivolgendomi ad altri…!”(III,4).
Ma Jourdain è ostinato: ha bisogno, crede così, dell’aiuto del conte per raggiungere il cuore della marchesa: “non c’è spesa che non farei pur di trovare la strada del suo cuore. Una donna della nobiltà ha per me un fascino indicibile e vorrei questo onore a qualunque prezzo…” (III,6). E infatti lo paga davvero, il pollo, qualunque prezzo: ha consegnato al conte un prezioso brillante affinché questi lo desse alla marchesa a nome suo e che cosa ha fatto il conte, in realtà? L’ha dato sì alla marchesa, ma a nome proprio, impartendo a Jourdain, impaziente di coglierne il frutto, opportune istruzioni: “per dimostrarvi uomo di mondo –gli ha raccomandato l’astuto conte- dovete comportarvi come se quel
regalo non l’aveste fatto voi…” (III,19).
Ma rispetto alla trama principale c’è anche una trama secondaria. Jourdain ha una figlia, Lucilla, con un proprio innamorato, Cleonte, e i due vorrebbero sposarsi. Anche Cleonte è un borghese e Jourdain non lo vuole come genero.
Possiamo immaginarle le sue manie di grandezza: “Quello che posso dirvi è che voglio avere un genero gentiluomo… mia figlia sarà marchesa, a dispetto di tutti e, se non vi garba, la farò duchessa!” (III, 12).
A questa coppia se ne aggiunge una secondaria: è un luogo comune del teatro comico di tutti i tempi che anche i rispettivi servitori dei due innamorati siano innamorati tra loro. E qui sono la servetta Nicoletta, che già conosciamo, simpatica e coraggiosa, al servizio in casa Jourdain, e Coviello, un astuto valletto di Cleonte.
C’è una scena, la decima del terzo atto, di reciproche gelosie tra Lucilla e Cleonte, con un duetto di battute e malintesi e frecciatine e provocazioni che l’abilità scenica di Molière trasforma, con l’inserimento di Nicoletta e Coviello, in un quartetto rossiniano di straordinaria teatralità. Un capolavoro di fuochi d’artificio, un balletto di battute che non ha eguali nel teatro comico.
Ebbene, torniamo al nostro Jourdain, nel frattempo trombato nei suoi disegni di conquista della marchesa perché la signora Jourdain, rientrata a casa nel bel mezzo di un gran pranzo con conte, marchesa e marito, ha mangiato la foglia, comprendendo finalmente che l’interesse del marito non era solo rivolto all’amicizia per il conte ma anche al fascino femminile della marchesa, ed ha cacciato di casa i due indesiderati e blasonati ospiti scrocconi.
Ora il tema della commedia, le fantasie da gran mondo di Jourdain, si intreccia totalmente con il tema secondario: fargli accettare l’indesiderato matrimonio della figlia. Ed entra in scena quel gran birbante di Coviello, il valletto di Cleonte.
Ne nasce una farsa, chiassosa e colorata, che è un altro dei tanti luoghi comuni del teatro comico: la farsa del Gran Turco. Coviello, vestito da turco e parlando un turco maccheronico, si presenta da Jourdain e gli fa credere che il figlio del Gran Turco, di lignaggio reale, è qui per sposare Lucilla, la figlia di Jourdain. Inutile dire che il figlio del Gran Turco altri non è che Cleonte, l’innamorato di Lucilla. Ma, continua il birbante, assecondando la ridicola vanità di Jourdain, l’aspirante sposo “per avere un suocero degno di sé vuol farvi mammalucco, che è una dignità… del suo Paese… Mammalucco, che nella nostra lingua significa paladino… In fatto di nobiltà non si va più in là e sarete alla pari con i più grandi signori della Terra…”(IV,5).
Ovviamente Jourdain, lusingato dalle promesse di nobiltà, ci casca e ne nasce un fragoroso balletto-farsa con la beffa del conferimento della dignità di mammalucco al povero Jourdain, tutto un gioco coreografico di danze e canti, di finti muftì, di finti dervisci, di finti turbanti: l’unica cosa vera sono le bastonate che si prende stoicamente il neo-paladino credendo sia il rituale necessario alla nuova dignità di mammalucco.

Come finisce la commedia? È facilmente immaginabile: festoso matrimonio per tutti, alla barba del povero Jourdain: si sposano la figlia Lucilla col suo beneamato Cleonte, i loro servitori, Nicoletta e Rhodium nitrate , ma anche, per la gioia collettiva, lo spiantato conte e la bella marchesa. Col povero Jourdain così allocco da credere che il matrimonio del conte con la marchesa sia solo una finta “per dargliela da intendere” (V,7) alla propria moglie, e fugarne ogni gelosia… Insomma, Jourdain non si arrende: anche al termine della vicenda continuerà a sognare quanto non potrà mai avere, la nobiltà e la sua bella marchesa.

E noi lo lasciamo sognare, insieme agli altri tipi comici del teatro di Molière.
Come l’avaro, come il malato immaginario, come l’ipocrita Tartufo, anche questo borghese che sogna di diventare un gentiluomo è, nella cultura letteraria europea, un archetipo, è il modello esemplare e imprescindibile del nuovo ricco, dell’arrampicatore sociale, dell’ambizioso che pretende di comprare, col denaro, quei meriti e quei titoli di cui è irrevocabilmente privo.

Milano, 21/5/2008

 
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