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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JEAN BAPTISTE MOLIÈRE
Tartufo
Traduzione di Alfredo Bartoli. pp. 193. Sta in: Teatro, vol. II, Sansoni, Firenze, 1961.

Chi è Tartufo? Un parassita, uno sfruttatore, un ipocrita, falso come Giuda, bigotto, baciapile, odioso… Ha un losco passato (lo scopriremo al termine della commedia) che mantiene, però, ben nascosto a tutti, sotto il manto del cristiano-cattolico, devoto ad oltranza agli insegnamenti di santa madre Chiesa. Il falsone si è introdotto a casa di Orgon dove la fa da padrone, amatissimo da lui e dalla madre di lui, la signora Pernelle, acida e bacchettona, e invece inviso, temuto, disprezzato dal resto della numerosa famiglia. La quale famiglia è composta da una moglie, anzi, seconda moglie di Orgon, di nome Elmira, due figli di lui, Damis il maschio e Marianna la femmina, un cognato, fratello di Elmira, di nome Cleante, una servetta simpatica, intelligente e impertinente, Dorina, e infine la vecchia suocera, la signora Pernelle. A questi si aggiunge Valerio, un onesto ragazzo fidanzato di Marianna.
La storia è fatta di poco: Orgon si lascia a tal punto abbindolare dal falsone Tartufo da volergli dare in sposa la figlia Marianna (già promessa in precedenza a Valerio) e da decidere di nominarlo erede di ogni sua sostanza… Ma di poca storia Molière sa farne un capolavoro. Uno dei grandi capolavori del teatro “leggero” europeo: “leggero”, non comico, perché di comico c’è ben poco in Tartufo.
L’unico personaggio comico è Dorina, la servetta di Marianna, combattiva e senza peli sulla lingua. Gli altri, tutti gli altri, sono ben lontani dalla comicità: sono personaggi drammatici e tutto il Tartufo sarebbepiù un dramma, incentrato sull’ipocrisia e la falsità, che non una commedia, se autore non ne fosse Molière il quale le risate le aveva nel sangue e anche da un Re Lear avrebe saputo cavarne in abbondanza.
Ma torniamo al racconto. L’architettura teatrale è un perfetto congegno a suspence: Molière dà vita a Tartufo, il protagonista della commedia, e lo descrive e dipinge nei minimi particolari, pur tenendolo a lungo fuori scena. Senza mai farlo comparire direttamente,ce lo presenta e ce lo racconta nel vissuto degli altri, nella sua doppia personalità, e tutto questo per ben due, i primi due, dei cinque atti della commedia. I fautori dell’impostore, di recente rimorchiato in una chiesa e trasportato a vivere in casa con loro, sono Orgon e sua madre, la signora Pernelle. Per la signora Pernelle Tartufo è un sant’uomo che si propone di “avviare al cielo” l’intera famiglia e Orgon, suo figlio, dovrebbe “indurre tutti a benvolerlo” perché “lo muove solo del cielo l’interesse” ed è “devota persona… mandata qua per raddrizzare le vostre fuorviate anime…” (I,1).
Orgon ne è altrettanto infatuato e lo vive come un messia: “chi ne segue i consigli –dice di lui- una profonda pace gusta e il mondo guarda come fosse letame” (I,6). Ora che se l’è trascinato in casa, continua Orgon, “vedo ch’ei tutto cura e di mia moglie, per l’onor mio, s’incarica zelante: mi avverte di coloro che le fanno l’occhio dolce e di me più assai si mostra geloso… e basta un nonnulla per scandalizzarlo…” (I,69).
Gli altri, tutti gli altri di famiglia, lo vedono, questo Tartufo, come il fumo negli occhi. La più lucida, obiettiva e simpaticamente colorita nel giudicare la situazione è la servetta Dorina, che sa cogliere con precisione lo stato di assoluta sottomissione di Orgon verso l’impostore: “…è come inebetito da che si fa guidare da Tartufo, lo chiama suo fratello e gli vuol bene più che a sua madre, a i figli e a sua moglie…” e Tartufo, dice Dorina, in Orgon “ha trovato un grullo, e vuol goderne, e con cento giochi ha l’arte di abbagliarlo… e ne trae soldi il suo bacchettonismo…” (I,2). E’ sarcastica e colorita, Dorina, nel descriverci l’ipocrisia e insieme il parassitismo di Tartufo… La moglie di Orgon si è sentita male e un medico l’ha salassata: e chi si è scolato, per riprendere sangue e forza, qualche buon bicchiere di vino? Sentiamolo da Dorina: “…e fattosi più forte contro a i mali, per riparare il sangue ch’ella aveva perduto, a colazione trincò ben quattro coppe di vino!” (I,5).
Ora la preoccupazione di tutta la famiglia sono le nozze di Marianna con Valerio, già promesse. Tira un’aria strana e c’è sentore che Tartufo possa essere contrario e influenzare negativamente Orgon. E infatti…
Vediamo Orgon, e siamo al secondo atto, chiamare a sé Marianna, la figlia, e senza troppi preamboli proporle sì il matrimonio, ma non con Valerio, bensì con Tartufo stesso: “…sarebbe dolce il vederlo divenir tuo sposo, per mia scelta…” (II,2). Chi esplode di sdegno a tale infamia? Chi si batte come un leone e denuncia punto per punto tutte le ragioni per considerare scandalosa la proposta? Dorina, la servetta,che, entrata pian piano e messasi, non vista, alle spalle di Orgon e di Marianna, ha sentito tutto e passa al contrattacco aggredendo il padrone con forza e decisione.
Dapprima grida allo scherzo: no, non può essere vero quanto Orgon chiede alla figlia. Poi gli dà dello sciocco: “si può, signore, con codest’aria da uomo prudente e con codesta barba, essere così sciocco…?” (II,2) e poi attacca sul piano delle diverse ragioni che rendono inammissibile la proposta.
Tartufo è un bigotto e “vostra figlia non è per un bigotto…”. Tartufo è povero in canna mentre Orgon è ricco: “…a che fine andar, qual siete voi ricco sfondato, a cercare per genero un pitocco?” (II,2). Tartufo è repellente, non piace a Marianna, ed è rischioso far sposare una ragazza ad un uomo di cui non è innamorata, significherebbe indurla all’infedeltà: “La virtù d’una giovine, sappiate, s’arrischia sempre, quando con le nozze si va contro il suo gustoPerciò chi dà a sua figlia un uom ch’essa odia si rende responsabile de i peccati ch’ella commette…” (II,2).
Ma Orgon non si dà per vinto: stima e tiene in gran considerazione Tartufo e –per quanto riguarda la sua povertà- “in ottimi rapporti è con il Cielo, e questa è una ricchezza” (II,2) controbatte alla servetta cercando, senza riuscirci e stizzito, di schiaffeggiarla e di tapparle la bocca: “sta a veder che la vita da te imparo!…” (II,2).
Ci vuole un piano e ci vuole astuzia per impedire queste “indegne nozze” (II,4) e per indurre Marianna, troppo sottomessa al padre (“il riserbo del sesso ed il dovere di figlia dovrei io forse lasciare?”…) a ribellarsi (II,3). “Con un po’ di astuzia si può impedire…!” (II,3) promette Dorina, la servetta, e dapprima fa riappacificare Marianna e Valerio, messi uno contro l’altro dai progetti di Orgon, poi combina un piano di alleanze con il fratello e la matrigna, Damis cioè ed Elmira.
Guadagnar tempo è di rimedio a tutto” progetta l’indomabile servetta accordandosi con Valerio, e “faremo lavorare suo fratello e trarrem la matrigna dalla nostra…” (II,4).
E siamo al terzo atto: un’ora quasi di spettacolo pieno, tutto intorno a Tartufo, e Tartufo ancora non l’abbiamo incontrato. Eccolo entrare finalmente in scena, più falso e ipocrita che mai. S’imbatte prima in Dorina, il bigottone, e subito la invita a coprirsi il seno, per modestia: “Ma prima di parlar, prego, questo fazzoletto prendete… copritevi il seno, ch’io non potrei veder… da tali viste restan turbati gli animi, e per questo nascono in noi colpevoli pensieri…” (III,2).
Subito dopo eccolo rivelare la sua vera, infida natura: fingendo d’interessarsi alla salute di Elmira, la giovane moglie di Orgon –per la quale, dice, ha tanto pregato- cerca di palpeggiarla un po’ e poi, sicuro di sé, le si dichiara apertamente e le chiede di diventare sua amante: “né so guardarvi, perfetta creatura, senza adorare in voi l’Onnipotente… uomo son sempre e innanzi alla celeste bellezza vostra il cuor si sente preso, né più ragiona… il vostro onor non corre rischio con me… il segreto con noi sempre è sicuro… e in noi si trova, e nel cuor nostro, amore senza scandali e piacere senza paura…” (III,3).
La sconcia proposta è udita anche da Demis, ch’era nascosto nei pressi, e se Elmira sarebbe pronta a perdonare l’indegno Tartufo e a non smascherarlo davanti a Orgon, purché si impegnasse, il traditore, a favorir le nozze tra Marianna e Valerio, Demis, invece, giovane irruento e incapace di compromessi, dà sfogo a tutta la sua indignazione e corre a raccontare la cosa al padre: “io l’ho sorpreso che a vostra moglie di colpevole fiamma faceva ingiuriosa confessione…” (III,5). Ma Orgon è così inebetito, così plagiato dal suo incantamento per Tartufo da non credere affatto a quanto il figlio gli racconta. Anzi, si convince tanto più che l’innocente Tartufo sia fatto segno di una congiura da parte dei suoi famigliari e a quel punto prende una decisione clamorosa: non solo costringerà Marianna a sposarlo, ma punirà l’intera sua famiglia diseredandola di tutta la propria ricchezza e intestando ogni suo avere al futuro genero. “…Tutti l’odiate –urla Orgon in difesa di Tartufo- ed oggi tutti vedo, moglie, figliuoli, servi, contro lui scagliarsi, sfacciatamente adoprarsi ogni mezzo per distaccare da me questo sant’uomo…” (III,6). E di fronte ai congiunti, allibiti, lancia a Tartufo la sua incredibile promessa “…per punirli meglio, altri eredi che voi non vo’ lasciare, e senz’altro farò, d’ogni mio bene, al nome vostro intera donagione. Un buono e schietto amico, che mi prendo per genero, mi val più che la moglie, più che il figlio e i parenti…!” (III,7).
Interviene Cleante, il cognato di Orgon, a cercar di porre rimedio alla questione e invita Tartufo a non “accettare la regalia d’un bene ove il diritto non vi dà pretese…”, ma quegli, ipocrita, risponde che “tutti i ben di quaggiù poca attrattiva han per me… e s’io mi son deciso a ricever cotesta donazione, l’ho fatto per timor che vada tutto quel bene in mani disoneste… che non lo impieghino, come farò io, per il bene del prossimo e del Cielo…” (IV,1).
Prova poi Marianna, supplicandolo, a commuovere il padre: dia pure ogni sua ricchezza, se vuole, a Tartufo, ma risparmi lei dal doverlo sposare: “deh, salvatemi dal tormento d’appartenere a quello che aborrisco… dategli i vostri ben, dategli i miei… ma la persona mia salvate almeno…” (IV,3).
Niente da fare: Orgon è irremovibile.
Interviene allora la moglie, Elmira. “Che razza d’uomo” sia davvero Tartufo vuole, al marito, farglielo toccare con mano… Lo convince a nascondersi sotto un tavolo: lei provocherà con lusinghe “gli sfrontati desideri” di Tartufo e se questi cadrà nella trappola e svelerà la sua passione, ecco che finalmente l’ostinato marito si convincerà della disonestà del falso amico e crederà ai famigliari.
Una lunga scena, la quinta del quarto atto, finalmente smaschera l’ipocrita. Non sapendosi udito da Orgon,  Tartufo pone il suo assedio ad Elmira, la quale finge di cedere, e subito le chiede un primo bacio di pegno e irride Orgon come “uomo, quello, da menar per il naso…” (IV,5).
Il gioco è fatto e la commedia parrebbe volgere rapidamente al lieto fine. Orgon finalmente ha capito chi è davvero Tartufo: “un uomo abominevole, confesso! Creder non lo posso, e ciò mi uccide…” (IV,6). Lo affronta: “volevate mia figlia e cercavate mia moglie” e lo invita a uscire, per sempre, da casa sua.
Ma –colpo di scena- Tartufo si ribella e risponde a Orgon che no, lui da quella casa non uscirà: ora è casa sua, non di Orgon, in virtù della donazione, ormai registrata dal notaio. “Tocca a voi uscirne, a voi che fate da padrone: la casa è mia e ve lo farò vedere!” (IV,7). E mette in atto il suo proposito chiamando Loyal, un sergente di giustizia, il quale con bei modi invita gli occupanti della casa a sloggiare: “oggi la casa omega replica, come voi sapete, senza contrasto è ormai del buon Tartufo, ch’è padrone e signor de’ vostri beni, per un contratto… contro il quale“non v’è da eccepir nulla…” (V,4). Ma è magnanimo, il sergente, “avete tempo: io soprassederò fino a domani…”. Solo un paio di battute della servetta Dorina rallegrano lo sgomento dell’intera famiglia, ormai sul lastrico: “con sì larghe spalle, signor Loyal, qualche legnata, affè di Dio non vi starebbe male…” (V,4) mormora la ragazza al sergente e davanti all’intera famiglia trova il modo di ironizzare i “pii disegni” di Tartufo: tutto questo l’ha fatto non per avidità, ma per far del bene a Orgon. L’ha spogliato d’ogni suo bene perché le ricchezze, si sa, corrompono, e il suo spirito di carità lo ha indotto a levare ad Orgon quanto avrebbe potuto nuocere alla sua salvezza eterna…

Finirebbe male l’intera faccenda se non ci fosse un secondo colpo di scena: deus ex machina arriva il bargello, mandato dal Principe, e arresta Tartufo.
Cos’è successo? Che “lui stesso si è tradito!”: andando dal Principe a far valere le proprie ragioni contro Orgon “il Principe ha scoperto un imbroglione matricolato in lui, che già sotto altro nome ei conosceva e v’ha un elenco di sue male azioni di cui potrebbe farsi un grosso tomo…” (V,7).
Tartufo è arrestato, il contratto di donazione viene invalidato, Orgon accetterà, finalmente Rhodium acetate, che Marianna sposi il suo Valerio e la commedia si chiude con un cristiano perdono verso Tartufo e l’auspicio che “il suo cuore oggi ritorni in seno alla virtù…” (V,8).

Tartufo apparve in scena la prima volta nel 1664. La commedia fece scandalo. La Chiesa cattolica, a quei tempi potente e inquisitoria, non gradì affatto la satira in essa contenuta. Molière fu accusato di empietà e un teologo della Sorbona arrivò a chiedere per lui il rogo. Non si giunse a tanto, ovviamente, ma la commedia fu per qualche tempo interdetta a teatro e recitata solo in salotti privati. La condanna durò poco: le lotte intestine che infuriavano in quegli anni tra la monarchia e le diverse sette religiose le consentiranno ben presto di tornare in scena e da allora divenne, in tutta Europa, ed ancora è, uno dei titoli più rappresentati del repertorio di Molière.

“Tartufo” divenne ben presto sinonimo di bigotto-ipocrita passando dal teatro al vocabolario della vita quotidiana.
L’ipocrita, l’avaro, il vecchio ambizioso, il medico ciarlatano, l’ipocondriaco: Molière ha dato, con alcuni dei suoi monumentali personaggi, all’immaginario letterario europeo,alcune figure paradigmatiche che sono e restano imprescindibili. Tartufo è una di questa, forse la più celebre.

Milano, 13/4/2008

 
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