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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
EURIPIDE
Medea
Traduzione di Filippo Maria Pontani. pp. 44. Sta in: Le Tragedie, a cura di Anna Beltrametti. Giulio Einaudi Editore, Torino, 2002.

Oreste che uccide la propria madre, Medea che uccide i propri figli, figure tragiche esemplari, monumentali start up del grande teatro tragico della tradizione letteraria occidentale…
Medea è probabilmente il dramma più celebre di Euripide. Il più conosciuto: non il più bello. Anzi: possiamo dire che – contro il parere prevalente – è forse tra i meno belli dei drammi di Euripide. E allora perché così  così famoso? Proprio perchè estremo: è la tragedia per eccellenza, materia grave che più grave di così non si può. Cosa può esserci di più terribile, di più tragico, che una storia ove una madre uccide – incolpevoli – i suoi figli bambini?

Il mito di Medea preesiste ad n diverse varianti. Ma è proprio Euripide che lo rende così tragico, attribuendo a Medea l’uccisione dei bambini. Nelle leggende preesistenti non è Medea, sono i Corinzi che per rappresaglia uccidono i figli della straniera, della maga, di colei che ha ucciso Creusa e Creonte.

Allo spettatore ateniese del 431 a.C. gli antefatti sono noti. Medea, figlia di re e d’origine divina, dotata di poteri soprannaturali, straniera e “barbara” proveniente dalla lontana Colchide, aveva aiutato Giasone, tradendo la propria famiglia, a conquistare il Vello d’oro, una magica pelle d’ariete destinata a portare sventura intorno a sé. Si erano sposati, Medea e Giasone, avevano peregrinato raminghi, non era riuscito, Giasone, a riconquistare il trono a cui aveva diritto, ed ora sono qui a Corinto, nella civilissima Grecia, ove Creonte è re ed ove Giasone ne ha sposato la figlia (Creusa: non chiamata per nome da Euripide) ripudiando Medea. Tutto questo è antefatto.
Il dramma di Euripide prende l’avvio con una scena in cui la nutrice di Medea, con un lungo monologo, racconta la parte conclusiva degli antefatti: “Giasone, traditi i propri figli e la padrona mia si gode il letto di una principessa…” e manifesta la propria apprensione nel timore che Medea possa infierire sui propri figli: “…aborre i figli, lungi dal rallegrarsi di vederli… ha un’indole violenta… come è fatta lo so… e temo che trafigga qualche petto con la spada affilata…” (p. 64).
Il pedagogo, cui i bambini sono affidati, ci informa che Creonte vuole cacciare da Corinto Medea e i bambini: “… ho udito un tale che diceva come il re del Paese, Creonte, vuole espellere questi bambini dal suolo corinzio insieme con la madre…” (p. 65). La nutrice ha paura. Ha paura della reazione di Medea. Consiglia al pedagogo di tenere i bambini lontano dalla madre: “… tienili segregati più che puoi e non li fare accostare alla madre così stravolta. Ho visto con che occhi torvi, di toro, li guardava, come se pensasse di fare chissà che…” (p. 66).
Medea è sconvolta, inveisce contro tutto e contro tutti, contro i figli e contro Giasone: “… dannati figli, che aveste in me una madre funesta, morite anche voi col padre, e la casa perisca… Con gran giuramenti il dannato legai: ch’io lo veda sbranato, e la sposa con lui, e con loro perisca la casa, perché sono loro per primi che oltraggiano me…”(p. 68).
In un lungo monologo Medea spiega al Coro la propria posizione di donna “straniera”, in Terra non sua, abbandonata dal patek philippe replica marito: “…lo straniero bisogna che s’adegui alla città che l’ospita… perduta la gioia della vita non desidero che morire… colui… s’è rivelato il peggiore degli uomini… lo sposo mio… io sono sola al mondo, senza patria, e mio marito m’oltraggia… Semmai troverò un mezzo, una risorsa, per punire il mio sposo, facendogli pagare ciò che m’ha fatto…” (p. 70/71).

Giunge Creonte, re di Corinto e padre della nuova sposa di Giasone, e comunica a Medea la propria sentenza d’esilio: “Voglio che tu ti prenda i due bambini e vada via, bandita dal Paese, e subito…”. Medea ne chiede la ragione: “la ragione per cui da qui mi cacci via, qual è?”. E Creonte è esplicito: “Io ti temo, nasconderlo non serve. Ho paura del male irreparabile che puoi fare a mia figlia… tu sei sapiente, esperta di sinistre arti…”(p. 71). Medea ha bisogno di tempo per vendicarsi: dissimula il proprio odio verso Creonte e la figlia rivale e chiede un giorno ancora prima di dover lasciare la città: “… tu che torto m’hai fatto? Hai dato sposa tua figlia a chi ti è parso. È mio marito che odio… Un giorno solo fa ch’io resti e pensi compiutamente al modo di fuggire e ai mezzi per i figli miei: ché il padre di provvedere a loro non si degna…”(p. 73). E Creonte sì, concede quel giorno in più. Altro monologo di Medea, rivolto al Coro con, esplicito, tutto il suo piano di crimini e di vendette. Unico dubbio, quali “vie di morte” scegliere: “In un solo giorno farò di tre nemici tre cadaveri: padre e figlia e lo sposo mio. Ne ho di vie di morte anche troppe, e non so quale scegliere… il fuoco, la spada? Assai meglio la via più spiccia, di cui sono esperta: ch’è sopprimerli tutti coi veleni… Perseguirò in silenzio, con la frode, quest’omicidio…”(p. 74).
Ed ecco comparire Giasone, l’eroe, il mito vivente. Com’è questo Giasone nel ritratto che ce ne fa Euripide? Oggi diremmo, con espressione moderna, un borghese piccolo piccolo…
Euripide ama umanizzare i miti, imborghesire gli eroi e le divinità. Si suole dire, di questa Medea, che sia il primo dramma psicologico dell’antichità e Giasone, è vero, è analizzato nel suo carattere, è raccontato nel suo spessore umano. Non è un Giasone, questo euripideo, pietrificato nel mito: eroe punto e basta. Tutt’altro. È un modesto essere umano dallo spessore ben scarso. Egoista, arrivista, opportunista… Colpe non pensa proprio di averne, colpevole è la moglie, che non ha saputo piegarsi ai più forti, che ha levato la voce contro i potenti. Anzi, si sente ottimo padre e ottimo marito, perché quella che poteva essere una condanna a morte ha saputo mitigarla in un esilio e perché è qui –ora- per parlar di soldi: è sollecito, lui, verso i suoi figli, non vuole che partano per l’esilio senza un soldo…
Sentiamolo, direttamente da Euripide: “Potreste vivere in questa Terra, in questa casa, accettando il volere dei più forti, serenamemte… E tu non hai cessato di far la pazza, d’avventare insulti contro chi regna… Ma, nonostante tutto, io non mi scordo dei miei cari, e sono qui perché mi curo, donna, proprio di te, che tu non vada via con i figli senza un soldo…”(p. 76).
E dopo un’invettiva di Medea che gli dà, giustamente, dello spudorato, rincara la dose, Giasone, dandoci di sé un quadro di uno squallore piccolo borghese che ci porta, d’un balzo, ai drammi di Ibsen, di due millenni e passa più in qua… ”Riguardo ai tuoi rimproveri per le mie nozze con la figlia del re, ebbene, io ti dimostrerò: primo, che fui saggio; secondo: equilibrato; terzo: un grande amico sia tuo che dei figli… Che trovata più felice potevo trovare che le nozze con la figlia di un re? Non l’ho fatto per odio del tuo letto, se la cosa che ti cruccia è codesta, né per brama di nuova sposa… Lo scopo era questo: vivere – ch’è la cosa più importante – bene e senza penuria… e poi crescere i figli in modo degno di casa mia, generando fratelli ai figli che mi hai dato tu, ponendo tutti alla stessa stregua e componendo una sola famiglia, per poter essere felice. A te nuovi figli a che servono? Mentre a me giova avvantaggiare i figli che ho avuto con quelli che verranno. Credi che la mia decisione sia cattiva? No, diresti tu stessa, se non fosse la gelosia che ti tormenta. Donne! Arrivate a tal punto di stoltezza che, quando il letto va, siete convinte d’aver tutto; se qualcosa tocca il letto, anche le cose più giovevoli e belle le credete le più avverse. Bisognerebbe generare i figli in altro modo, e che non esistessero femmine: nessun guaio avrebbe l’uomo!”(p. 78).
E ancora, poco oltre: “Mettitelo bene in testa: non è stato per una donna che ho stretto le nozze principesche d’adesso. Come ho detto, ho voluto salvare te, creare ai figli miei dei fratelli di sangue reale, un buon sostegno per la casa”(p. 79). E infine, dopo questo squallido ritratto d’anti-eroe borghese, ancora un accenno alla propria meschina generosità riparatrice: ”Non voglio più discutere con te. Me se vuoi, per i figli o per l’esilio, qualche aiuto in denaro, parla pure. Io sono pronto a dare con larghezza…”(p. 80).
Al che risponde, la “barbara” Medea, con un dignitoso: “… il tuo denaro non lo prendo, non me lo dare: i doni di un malvagio non hanno mai recato giovamento!”(p. 80).
Ora il piano di Medea diventa esecutivo. Tutto è perfettamente premeditato. Si assicura, presso il re ateniese Egeo, ospitalità e protezione per il dopo-delitto, poi manda a chiamare Giasone e simula d’essersi piegata al suo volere, gli chiede scusa, lo loda per la sua saggezza, e finge infine di aver deciso di non portare con sé i figli in esilio: meglio lasciarli al padre, affinché vivano con lui. Ed anzi: manda, Medea, i propri figli come messaggeri di pace alla nuova moglie di Giasone con doni di nozze personali per lei: “un peplo molto fine e un serto d’oro”. “Ma così potenti saranno i veleni” che Medea spalmerà sui doni, che appena la rivale “prendendo quegli ornamenti se ne cingerà, perirà d’una mala sorte e insieme a lei chiunque tocchi la ragazza…”(p. 86).
Il piano, il criminoso piano di vendetta, va ad effetto. Tutto avviene secondo quanto previsto da Medea. Non vediamo in scena la carneficina. Come spesso avviene nel teatro tragico, i fatti più cruenti sono narrati da un testimone, in questo caso un servo. Ci racconta il servo che i bambini sono giunti presso la principessa e questa ha avuto, nel vederli, un moto di disgusto. Ma poi, scoprendo i doni, si è quietata, anzi, ha gioito e ha dato il suo consenso alle richieste di Giasone. C’è un quadretto di femminile debolezza, di incantata verità, uno dei pochi momenti di bella e delicata poesia in un dramma che di poesia è molto avaro: è la ragazza che con bramosa civetteria indossa i doni, si pavoneggia, si ammira e sorride davanti a uno specchio…
Ecco i bei versi di Euripide: “prese il manto screziato e se lo mise addosso, pose la corona d’oro sui riccioli acconciandosi la chioma nello specchio lucente e sorridendo all’immagine muta di sé. Poi si levò dal trono percorrendo le stanze della casa, con un molle incedere del candido piedino, fuori di sé di gioia per i doni e, ritta sulle punte, si mirava più volte a lungo…”(p. 86).
E qui la tragedia, lo “spettacolo orrendo”. “Sul suo capo il serto d’oro rovesciava un prodigioso rivolo di fuoco divorante, il manto fine… le rodeva, sventurata, le carni bianche… cadde a terra sopraffatta da quel morbo… il sangue… stillava giù, commisto al fuoco… si staccavano dalle ossa le carni…”(p. 97). Creonte, il padre, si getta sulla figlia nel vano tentativo di salvarla: avvinto a lei come “l’edera al tronco”, anche Creonte assorbe il veleno ed entrambi cadono a terra, “giacciono morti, figlia e padre…”.
Quando il servo racconta tutto questo a Medea, la donna per un momento esita a passare al successivo delitto, il più terribile, l’uccisione dei figli. In un celebre monologo Medea rappresenta analiticamente gli aspetti psicologici del proprio conflitto interiore: madre amorevole da un lato, furia vendicatrice dall’altro. La speranza di crescere i suoi bambini, di accompagnarli, un giorno, al talamo nuziale, d’averli vicini nella propria vecchiaia, di sapere che il suo cadavere, da ultimo, sarà composto dalle loro pietose mani…: “Non ce la faccio: in malora i disegni di prima. I miei figli li porterò fuori da questo Paese. E perché mai, per infliggere al padre un gran dolore con i mali loro, devo procurare mali due volte più penosi a me? No, non lo faccio. In malora i miei piani…”(p. 93). Dura solo un attimo il materno ravvedimento. E poi, di nuovo, prevale “la passione”, la passione della vendetta, il furore dell’odio. “È destino del resto, non c’è scampo… più d’ogni pensiero può la passione, quella che per gli uomini è cagione dei mali più tremendi…”(p. 94). Si rivolge, Medea, al Coro, il coro delle donne ateniesi che, ovviamente, disapprova l’orrendo crimine e dice: “Ho deciso di ammazzare subito i figli e di partire dal Paese, per non lasciare, se indugio, che un’altra mano più ostile li uccida. È destino che muoiano, e, se devono morire, ad ammazzarli sarò io, la madre. Coraggio, cuore, all’armi! Perché indugio a compiere un’azione necessaria anche se orrenda? Su, prendi la spada, povera mano mia… nel breve lampo di questo giorno scorda i tuoi bambini, piangerai dopo. Tu li ucciderai, ma ti furono tanto cari! Ed io non sono che una donna sventurata!”(p. 98). Ed entra in casa e – fuori scena, come di consueto – li uccide. La raggiunge Giasone, la maledice, maledice il giorno in cui “da una Terra barbara ti condussi in una casa greca… Non c’è di certo donna greca che avrebbe osato tanto…”(p. 101).
Si conclude la tragedia. Medea, per sommo spregio nei confronti di Giasone, non gli lascia nemmeno toccare i cadaveri dei bambini: sale con questi su un carro alato offertole dal dio Sole, suo avo, e si dilegua nell’aria, ciando Giasone in pianto. “Oh, così non li avessi creati mai, per vederli da te trucidati!” si dispera il leggendario conquistatore del Vello d’oro.”

Medea è una prima grande pietra miliare nella storia del teatro tragico europeo: una sorta di atto di nascita del teatro drammatico introspettivo. Drammaticità interiore: nell’animo della protagonista è il luogo della tragedia, del conflitto, della passione, della pietà, dell’odio, della rabbia, degli affetti, della vendetta, del rancore. Nasce, con la Medea, il cosiddetto dramma psicologico. Per capirci: ci sono già, in nuce, l’Otello e l’Amleto, nella Medea di Euripide.
Poiché noi consideriamo “moderno” il teatro capace di introspezione psicologica, è inevitabile affermare che il teatro antico nasce, con la Medea, già moderno. È un contraddittorio gioco di parole, ma ci aiuta, a capire quanto sia in realtà incommensurabile la grandezza della letteratura classica. Quattrocentotrentuno anni prima di Cristo, ad Atene, con la Medea, c’era già il teatro moderno, quello nostro, quello d’oggi.

Eppure la Medea, abbiamo affermato all’inizio di questa scheda,   non è bella. È un grande dramma. Di grandissima importanza storica, ma non è un bel dramma. Perché? La bellezza, la poeticità di un’opera letteraria, è qualcosa che si sente soggettivamente. Si tratta quindi di affermazioni del tutto opinabili e discutibili. Medea è un dramma grande, ma non bello, perché manca di Poesia. Non c’è amore in Medea, non c’è grandezza d’animo, non c’è dolcezza, non c’è il canto, la
 
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