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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
FRANZ GRILLPARZER
Il Vello d'oro
L'ospite e gli Argonauti, pp. 96, stanno in Teatro, a cura di Maria Grazia Amoretti. TEA, Milano, 1993. Medea, pp. 197, a cura di Maddalena Longo, traduzione di Claudio Magris. Marsilio, Venezia, 1994

Grillparzer (1791-1872) è il maggior drammaturgo austriaco e uno dei grandi delle letterature europee dell’Ottocento. Fu un letterato di vasta cultura e un profondo conoscitore della nostra letteratura, che leggeva in italiano, e della letteratura spagnola. Viaggiò molto, per la sua epoca, in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Grecia, in Italia. Iniziò presto a scrivere: il suo Sappho è di quando aveva appena 26 anni e fu composto in sole due settimane. Visse ottantuno anni e ottenne, dalla vita, successi, riconoscimenti e onori. Conobbe e frequentò Beethoven e Goethe.
In Italia lo conosciamo poco: lo leggiamo poco e ancor meno lo frequentiamo a teatro. Non abbiamo un’edizione organica di tutti i suoi drammi tradotti in italiano, ed è un peccato, perché Grillparzer è molto bello anche alla lettura, godibilissima, ed è profondo, emozionante, affascinante. Dal Sappho al Sogno, una vita, alla trilogia Il Vello d’oro, che qui racconteremo...
La sola opera di Grillparzer che oggi è mediamente ben nota al pubblico italiano è il breve, commovente e malinconico racconto Il povero suonatore: l’unico suo titolo che abbia avuto la fortuna di una bella recente edizione. D’altra parte tutto il teatro in lingua tedesca a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, fatta eccezione per Schiller, è poco frequentato in Italia, da Lessing a Kleist a Büchner a Hebbel: Minna, Nathan, Il Principe di Homburg, Woyzeck, Gige, I Nibelunghi, sono opere di una bellezza grandiosa ed è un peccato che così poco pubblico abbia la possibilità di accostarvisi.
L’offerta di produzioni teatrali segue le inevitabili leggi economiche della domanda e della redditività: per quanto negli ultimi trent’anni il teatro in Italia abbia avuto un inaspettato e diffuso risveglio, per gli autori “secondari” (secondari per notorietà, non per qualità…) lo spazio, purtroppo, pare non esservi. Potrebbe il cinema, che ha un mercato globale planetario, ma evidentemente il teatro di lingua tedesca non ha ancora trovato il suo Kenneth Branagh…
Non ci resta dunque che leggerlo, questo teatro spesso magnifico, e ancor grazie se troviamo una bella traduzione e recente…

Il Vello d’oro è una trilogia in versi composta da tre titoli: L’ospite, in un solo atto, Gli Argonauti, in quattro atti, e Medea, in cinque.
Il classico tema di Medea, già trattato da Euripide e Seneca e poi, nel Seicento, da Corneille, trova, in questa trilogia, un ampio approfondimento e soprattutto un racconto retrospettivo su ciò che precede la vicenda.

La storia, così fortemente drammatica, di una madre che uccide i propri figli per vendicarsi dell’abbandono da parte del marito, viene da Grillparzer allargata agli antefatti: il poeta ci racconta il perché di tanto odio, tanto furore, tanta ferocia. Un arricchimento narrativo e uno scavo psicologico notevole all’interno del rapporto di coppia tra Giasone e Medea.
La storia parte da lontano, dal personaggio Frisso, e segue il viaggio del maledettissimo Vello, portatore di sventura e di morte ovunque vada.
Siamo nell’atto unico del primo breve dramma della Trilogia, L’ospite, un prologo alla storia degli Argonauti che racconta perché il Vello si trovasse, proditoriamente, in Colchide. Ce l’aveva portato Frisso, dopo averlo sottratto alla statua di Eracle, in Delfo, mosso da un sogno che glie lo aveva imposto. Frisso fugge con il Vello da Delfo e se ne viene qui in Colchide, a nord-est della Grecia, sul Ponto Eusino, l'odierno Mar Nero, terra, per i raffinati e civilizzati Greci, lontana, barbara, selvaggia.
Abbiamo due momenti, in questo breve dramma-prologo. All’inizio incontriamo Medea, principessa, figlia di re, che vive in una specie di arcadico paradiso terrestre: è allegra, vivace, libera, e gioca alla caccia tra le sue ancelle in un regime di solidale amicizia femminile. È fanciulla, è pura, è giusta: punisce una delle ancelle rea di aver tradito il patto di castità. Poi arriva lo straniero Frisso. E da questo momento in poi il dramma si fa buio, tragico, truce. Medea viene strappata, non volente, dal paradiso della sua fanciullesca libertà, dal padre, Aiete, re della Colchide. Aiete è spaventato dall’arrivo di Frisso e nello stesso tempo vuole il Vello. Lo vuole per sé, per il suo Paese. Ma ha paura. Chiede aiuto a Medea, alle sue arti magiche. Medea vorrebbe rifiutarsi: Frisso è straniero ed ella vorrebbe gli si concedesse il sacro diritto all’ospitalità e, infine, il Vello la intimorisce, sente, o sa, che è portatore di sventura. Ma è costretta dall’insistenza del padre a collaborare. Riesce a farsi consegnare da Frisso la sua spada e questi, disarmato, viene ucciso da Aiete e spogliato del Vello.
Il breve dramma era iniziato con una fanciulla che si rivolgeva alle sue compagne invitandole alla gioia di una giornata di giochi e di caccia: “ora date qua l’arco e le frecce: avanti i cani affinché nel verde bosco risuoni da vicino e da lontano il rimbombante frastuono della caccia! Sorge il sole! Fuori, fuori! E quella che correrà più veloce e salterà più leggera sia la regina della giornata…” (p.7). Iniziato così nella gioia, il dramma si conclude nel delitto e nella sventura. La stessa fanciulla, la stessa Medea, è già altra persona, tragica, quando, nell’ultima scena, prima che cali il sipario, si rivolge disperatamente al padre con parole cariche di minaccia e di timore: “Padre! Che cosa hai fatto? Hai ucciso l’ospite! Guai a te! Guai a tutti noi!” (p.23).
Si è compiuto il delitto, si è scatenata la maledizione. È d’altri la colpa, non di Medea. Si è persa l’innocenza. Si è cominciata la corsa del destino verso il tragico, spaventoso finale che già conosciamo.
Ma a differenza della Medea di Euripide, di Seneca, di Corneille, Grillparzer ha voluto offrirci un antefatto di innocenza, una Medea fanciulla felice, serena, pura, che, travolta dagli eventi, diventerà vittima sacrificale d’un destino più grande di lei.
La colpa, ci dice il breve dramma-prologo L’ospite, non è in Medea, ma in altri. Medea non è portatrice di malvagità e di peccato, ne è vittima.

E passiamo al secondo dramma della trilogia, Gli Argonauti.
L’allegra, gioiosa, innocente fanciulla, no, non c’è più. Una cupa maledizione aleggia sul Paese della Colchide, reo d’un delitto infame, l’uccisione dello straniero ospite. Medea vive ora isolata, taciturna, sola, tormentata, in una lugubre torre in riva al mare: “Là dimora e medita detti magici e tutto il giorno prepara filtri; ma di notte ne esce come un fantasma e vaga qui intorno, con pianti e lamenti… e torce le mani… e fa compassione a vederla…” (I,p.27).
La invoca il padre Aiete, insieme con l’altro figlio, il fratello di Medea, Absirto. Vogliono aiuto, rassicurazione, solidarietà: “Sono arrivati degli stranieri, degli elleni, essi aspirano a vendicare il sangue di Frisso, esigono i tesori dell’ucciso e lo stendardo del dio, il Vello d’oro…” (I,p.33).
Tu sei così strana, sorella –le dice il fratello Absirto- eri di solito svelta e serena, di buon umore: mi sembra che tu sia invecchiata tre volte nel tempo in cui non ti ho veduta…”(I,p.32).
Medea dapprima è restia, non ne vuol sapere di aiutare il padre, di farsi coinvolgere nella difesa di un’azione generata da quello che per lei è stato un crimine. Infine, sopraffatta dall’insistenza e dall'obbedienza verso il padre, accetta: “Proverò ad interrogare gli dei per sapere che cosa comandano… promettimi però… che una volta liberata la tua Terra… tu mi permetterai di ritirarmi in questo luogo selvaggio e non mi disturberai mai più, né tu, né altri…” (I,34).
La Medea di Grillparzer, fanciulla “di buon umore e serena”, è coinvolta nel male senza volerlo. Lo subisce, ne è vittima. Un destino cupo si stringe intorno a lei e la trascina sempre più in basso, sino a sopraffarla.
Ed ecco Giasone, con i suoi. Sbarcati in terra straniera hanno fame, cercano cibo. La torre di Medea pare abitata, Giasone vi entra e, non visto, assiste ai riti di Medea che tenta di interrogare gli dei, ma non vi riesce, proprio per la sacrilega presenza di uno straniero. Un tafferuglio, e Giasone ferisce leggermente la ragazza in fuga. Ma quando la illumina con una lampada e finalmente la vede, è amore a prima vista: “Una donna giace ai miei piedi difesa dall’immunità della grazia, nulla di magico in lei, se non la sua bellezza Immagine soave… sembri così bella e sei così malvagia, così gentile e, nello stesso tempo, detestabile!... Va, odio la tua bellezza perché mi impedisce di odiare in modo giusto la tua perfidia!...”(I,p.41). E’ l’eterno conflitto tra l’amore e la fedeltà alla propria parte politica, l’amore colpevole verso il nemico, un topos della poesia, della letteratura, del teatro, già sublimato da Shakespeare in Romeo e Giulietta, da Corneille nel Cid e qui riproposto da Grillparzer che ne accentua la conflittualità partigiana caricandola con la diversità etnica: l’Ellade civile e raffinata contro la Colchide selvaggia, barbara, stregonesca. E l’amore, il colpo di fulmine tra i due giovani, l’ardito eroe greco e la soave principessa barbara, è reciproco: anche Medea è rimasta colpita e incantata da Giasone, al punto che, con un gesto, lo salva dalla spada del fratello Absirto che nel frattempo gli si è avventato contro per ucciderlo, mentre Giasone, fuggendo, non resiste al fascino della ragazza e la bacia. Ed ecco, agli occhi della famiglia, del padre Aiete e del fratello Absirto, già sono due le colpe di Medea (ma sono colpe d’amore, che poeticamente ne ingentiliscono la figura femminile): “Perché impedisti il colpo di tuo fratello, che voleva ucciderlo, quel temerario… Anche tu sei stata oltraggiata dall’azione di quel temerario… E’ pur vero quanto Absirto mi disse, che quegli ha osato con un bacio infamante… Dimostra che ti era estranea l’audacia del temerario…” (II,p.49/50).
Giasone intanto si è messo in salvo, si ricongiunge ai suoi, racconta l’accaduto. Ed è un racconto d’amore, non un racconto di guerra e d’audacia e di pericolo: “ una fanciulla… così bella, così seducente... A lei devo questa mia vita…” (II,p.55).
Ora i due rivali, Giasone da una parte, Aiete dall’altra, si incontrano e trattano. Giasone chiede che gli sia restituito il Vello sottratto a Frisso: “esigo quindi che tu renda quanto era di sua proprietà e che ora appartiene a me e alla mia casa… un prezioso vello misterioso… un caro pegno per la salvezza e la fortuna dell’Ellade…” (II,57).
Giasone è aggressivo, esige. Aiete invece è arrendevole e infido: “si dà all’amico, non all’estraneo! Entra nella mia casa e riposati dal viaggio… Ami il bere?... La caccia?... Ami rallegrarti dell’amplesso di una donna?... Prima beviamo e poi terremo consiglio: così si usa da noi…” (II,p.58/59).
Il piano di Aiete è quello di fingersi ospitale, offrire una coppa di vino a Giasone e avvelenarlo. Ed è Medea incaricata di porgergli la coppa traditrice. Ma la fanciulla, che dapprima subisce la volontà paterna, all’ultimo istante, guardando negli occhi il bel Giasone, si ritira: “Arrèstati – grida a Giasone mentre sta per bere - bevi alla tua rovina!” (II,p.59/60). Un'ulteriore colpa: colpa d’amore e di lealtà, di Medea. Colpa verso la propria famiglia e la propria patria,ma merito invece verso Giasone, l’innamorato, ma insieme il nemico.
Ora infuria la battaglia tra i due gruppi. Nell’intimo della fanciulla esplode il conflitto. La fedeltà al padre e alla sua patria le impone di odiare e combattere Giasone, ma l’amore, improvviso, violento, la trattiene, la paralizza. E supplica il padre, che ancora la vorrebbe coinvolta nella battaglia: ”Quando lo vidi, per la prima volta lo vidi, sentii il sangue fermarsi nelle mie vene… non pretendere che io lo incontri, lascia che io lo fugga. Debole è l’umana natura, anche la più forte, debole! Quando lo vedo mi si torcono i sensi, un cupo timore mi opprime il capo ed il petto, ed io non son più quella che sono…” (III,p.65).
Il padre non accetta di tenere la fanciulla fuori dallo scontro ed anzi, proprio a Medea consegna la preziosa chiave della saracinesca che rinchiude in una grotta il Vello. E mentre la battaglia d’armi infuria sul campo, nel petto di Medea infuria la battaglia d’amore. Anche in Giasone si dibatte il conflitto tra l’odio verso il nemico e l’amore verso la bellissima fanciulla, “barbara” sì, ma “buona”, “maga” sì, ma “splendida con i suoi occhi scuri”, nemica, certo, ma una nemica che gli “ha salvato due volte la vita…” (III,p.68).

Nell’infuriare della battaglia si svolge la bellissima storia d’amore tra i due, ed è grande poesia. Il culmine si ha quando i due sono di fronte uno all’altra. Medea è armata, Giasone le offre il petto, lei non ha la forza di colpirlo, Giasone la supplica, la implora di accettare l’amore che è esploso in lei, di  dichiararlo finalmente a voce alta: “i tuoi occhi l’hanno detto, ora le tue labbra…!” (III,p.74)… Ma no, lei non vuole, non può, tace. Allora Giasone, esasperato, la invita a tornarsene, libera, dal padre. “C’è stato un attimo nel quale mi sono illuso che tu potessi sentire, che tu potessi non odiare soltanto, nel quale ho creduto che gli dei ci avessero destinati l’una all’altro, me a te… È passato, ormai. Allontanati, dunque!...
E qui c’è il miracolo della femminilità, della dolcezza, della poesia: Medea piange. È la prova, la grande prova che Giasone aspettava. Sono lacrime bellissime d’amore le sue, lacrime che in quel momento –e per sempre– la legano al suo nemico, al suo innamorato. “Padre, non ucciderlo, io l’amo…” (III,p.77) finalmente vinta grida la fanciulla ad Aiete.
E sognano, i due ragazzi innamorati, sognano ciascuno la propria patria e un amore felice, sereno, in pace, tra i propri affetti, i propri congiunti, i propri valori.
Se tu fossi in Grecia –dice Giasone- là dove la vita si svolge serena nel chiaro splendore del sole, dove ogni occhio sorride come il cielo, dove ogni parola è un saluto amichevole, lo sguardo un vero messaggero di un sentimento sincero…” (III,p.73). Un bellissimo momento lirico nell’infuriare della battaglia, il rimpianto del giovane eroe per la sua Terra lontana, il desiderio di condividerne il sereno ritorno con la donna che ama. E sogna, Medea, sogna la propria verità, il proprio ideale, attaccata anch’essa alla propria Terra, alla famiglia, agli affetti. Commuove l’inutile preghiera che la fanciulla rivolge al padre invaso di odio, il padre nemico, il padre rivale: ”Comanda che il condottiero degli stranieri rimanga, accoglilo, accettalo! Al tuo fianco regni in Colchide, a te amico, come fosse tuo figlio!...” (III,p.77).
Sognano la pace, i due ragazzi innamorati, e avranno solo guerra. Sognano la vita, e avranno solo morte. Sognano l’unione, e saranno stranieri l’uno all’altra.

È in questo l’originalità della grande poesia di Grillparzer: nella più brutale delle tragedie, il mito orribile di Medea, aver saputo trovare lo spazio per l’amore, per la commozione, per la tenerezza. Medea, l’assassina dei propri figli, il simbolo assoluto del male, ha in Grillparzer qui, nel terzo atto degli Argonauti, e più in là, nel secondo atto della
 
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