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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SOFOCLE
Antigone
A cura di Raffaele Canterella, pp. 50. Sta in: Tragici Greci, pp. 670, Meridiani Mondadori, Milano, 1977.

Se la saga d'Edipo e della sua famiglia fosse uno sceneggiato televisivo diremmo che l'Antigone, dopo l'Edipo re e l'Edipo a Colono, è la terza ed ultima puntata. Anche se Sofocle (496 – 406 a. C.) scrisse le tre tragedie in tutt'altro ordine, prima proprio l'Antigone, nel 442, poi l’Edipo re (nel 425? nel 412? ) e infine l'Edipo a Colono, la tragedia del congedo, sereno congedo d'Edipo, ma anche di Sofocle, novantenne, nel 406, ad Atene entrambi.
Delle tre la più”gettonata”è sempre stata l'Antigone: la storia della figlia-sorella fedele ai valori della famiglia, che tutta si dà a tali valori sino al sacrificio della vita, è stata raccontata anche da Eschilo (ne I sette contro Tebe), in parte da Euripide (Le Fenicie) e poi mille e mille anni dopo, da Racine (La Tebaide), dall'Alfieri in due diverse tragedie (Polinice e Antigone) e, ai giorni nostri, da Anouilh e da Brecht. Tra l'altro c'è una piccola recente edizione di Marsilio (Venezia, 2000, pp. 188) che riporta in un unico volumetto l'Antigone di Sofocle e quelle di Anouilh e Brecht. Ed è piacevolissimo leggersele insieme, una di seguito all'altra, per scoprire, nell'identità della problematica posta dal tema narrativo (legge morale contro legge civile) le differenze ideologiche dei tre autori. Anouilh scrive la sua Antigone negli anni dell'occupazione tedesca della Francia e certamente erano anni in cui il dilemma tra l'obbedienza ai valori morali e l'obbedienza alla forza dell'autorità creò certo non pochi dissidi negli animi. E quanto a Brecht, si sa, della ribellione della coscienza alla tirannide ne fece addirittura un'ossessione...

Ma torniamo a Sofocle, alla prima delle Antigoni, quella più antica e più celebre.
Sappiamo: è figlia di Edipo. Ha una sorella più giovane e più arrendevole, Ismene, e due fratelli, Polinice il maggiore, Eteocle il minore (in altre versioni l'ordine fra i due è invertito...) i quali, giunti a maggiore età, cominciano ad azzuffarsi per sedere sul trono di Tebe, una volta di loro padre Edipo. Su di loro tutti, ben lo sappiamo, c'è una maledizione: sono frutto dell'incestuoso (e involontario) matrimonio di Edipo con la propria madre Giocasta. La quale Giocasta, ricordiamoci ancor questo, è sorella di Creonte.

L'Antigone di Sofocle inizia il giorno dopo la grande battaglia tra gli Argivi (una lega di sette eserciti invasori, capitanata da Polinice) e i Tebani, battaglia condotta da Polinice per riprendersi la sua città e il relativo trono usurpato, a suo dire, dal fratello Eteocle. Gli Argivi sono sconfitti e i due fratelli muoiono entrambi, uccidendosi l'un l'altro (“in un sol giorno morti di reciproca mano..” p. 291). Nuovo re di Tebe diventa Creonte, loro zio e zio, ovviamente, di Antigone ed Ismene, marito di Euridice e padre di Emone (il quale Emone, lo vedremo più avanti, è l'innamorato, e promesso sposo, di Antigone).
Che fa Creonte come suo primo atto di governo? Decide di tributare onori alla salma di Eteocle, morto difendendo la patria, e di vietare invece che si dia sepoltura a Polinice, che della patria è traditore e invasore : “che nessuno lo onori di tomba e di compianto, ma sia lasciato insepolto cadavere, pasto ad uccelli e cani, seviziato anche a vedersi...”(p. 297). E statuisce che sarà condannato a morte chi dovesse trasgredire il suo volere: “per chi compia qualcuno di tali atti è decretata morte con lapidazione per mano del popolo...” (p. 292).
Ecco che entra in campo Antigone: no, lei non ci sta. Lasciarne insepolto il cadavere è il peggior sacrilegio che si possa compiere verso un congiunto (lo ricordiamo, lo stesso tema, con Ettore dilaniato da Achille sotto le mura di Ilio...?).
Antigone, donna risoluta e forte, chiama la sorella Ismene, più femminile, più debole, più remissiva e le chiede se vuol partecipare al suo progetto pietoso e trasgressivo:”io lo seppellirò e mi sarà bello il far questo e morire!” (p. 293): No, Ismene non se la sente. Supplicherà il perdono dei suoi defunti, ma, dice “sono costretta a far così: obbedirò a chi comanda...” (p. 293).
Amano entrambe d'uguale amore il proprio fratello, entrambe ne provano pietà, entrambe sentono il dovere morale (lo ordinano gli dei...) di seppellirlo, ma una, Ismene, non ha la forza di andar contro l'autorità regia (“non ha alcun senno fare cose troppo grandi...”, p. 293), l'altra, Antigone, preferisce “compiacere quelli di sotterra... che quelli di qui...” (p. 293)

Sono stati scritti fiumi di parole (il più citato e il più celebre dei commentatori è niente meno che Hegel...) sull'Antigone e si usa dire che lo scontro sia tra la posizione di Antigone e quella di Creonte. Non è vero: Antigone e Creonte sono i due protagonisti del dramma, ma lo scontro morale fra le due posizioni alternative, fra i due termini del problema etico, è fra Antigone e Ismene.
Ci sono due imperativi: quello morale (attribuibile alla propria coscienza, ai doveri verso la famiglia, ai comandamenti divini...) e quello civile (la legge, qui impersonata da Creonte). Entrambe le obbedienze sono dovute, ma sono in conflitto tra loro. A quale sottomettersi? La risposta che Antigone dà a se stessa è chiarissima: “io lo seppellirò e mi sarà bello il far questo e morire. Giacerò insieme a lui che mi è caro, avendo commesso un santo crimine. Poiché a quelli di sotterra io devo compiacere per più tempo che a quelli di qui: là infatti giacerò per sempre...” (p.293).
È eroismo quello di Antigone, ma è anche calcolo di convenienza. Cuore e coscienza la spingono al suo gesto di pietà, di sacrificio, di amore (“Non sono nata per condividere l'odio, ma l'amore”, p. 308, dirà a Creonte che la invita ad esecrare il gesto antipatriottico di Polinice), ma sono anche, a sospingerla, l'intelligenza, il calcolo ponderale dei pro e dei contro, la lucida valutazione delle circostanze.
C'è un passo, più oltre, sempre poco citato dai critici perché sembra gettare un'ombra di cinismo sulla pietà di Antigone . Trattandosi di suo fratello Polinice -dice Antigone- è disposta, pur di dargli sepoltura, a trasgredire le leggi civili. Non l'avrebbe invece fatto né per un marito né per un figlio. “E in forza di qual principio lo affermo? Morto il marito ne avrei avuto un altro; e da un altro uomo avrei avuto un figlio, se quello mi fosse mancato: ma ora che mia madre e mio padre sono in fondo all'Ade, non è mai più possibile che mi nasca un fratello...” (p. 321).
La figura morale dell'Antigone sofoclea non è in sostanza quel paradigma di specchiata perfezione che la tradizione critica ci ha additato. Certo: è una magnifica e altruistica donna, ligia alla propria coscienza, ma forse, un pochino, pecca di fanatismo e di intellettualismo. Fanatismo perché verso il fratello è disposta a tutto, verso altri no. Intellettualismo perché nel valutare i propri doveri morali conteggia anche elementi (diciamo statistici, o di frequenza probabilistica...) non propriamente appartenenti alla sfera etica.
Infine (stiamo dicendo tutto il male possibile contro Antigone più per andar controcorrente che non per effettiva convinzione...) c'è un altro aspetto dell'arcigna e mascolina ragazza che non contribuisce ad accrescerne la tanto decantata soavità poetica: Emone.
Chi è Emone? È il suo fidanzato, innamorato, promesso sposo. È figlio di Creonte. Ama Antigone evidentemente più di se stesso, perché quando, nel finale della tragedia, scopre morta la ragazza, si uccide, abbracciato al corpo di lei, come Romeo nel sepolcro di Giulietta. Ma Giulietta, ben lo sappiamo, di parole d'amore nei confronti di Romeo ne versa a fiumi. Antigone invece , verso Emone, niente, non una parola. Come non esistesse. Anzi, non lo nomina nemmeno. E quando infine si avvia a morire nel suo sepolcro e, finalmente ingentilita, nella sua durezza, dall'approssimarsi della fine, quando, commossa, piange su se stessa, è sull'idea di morir giovane e vergine che piange, quasi un pianto teorico, non un pianto specifico riferito al suo particolare caso, all'esser vicina al matrimonio, quel matrimonio con quello specifico sposo. No, è generica: “Ade...viva mi conduce d'Acheronte alla riva, senza ch'io abbia sorte d'imenei, senza che mai alle mie nozze l'inno risuoni...” (p: 318). E più oltre, ancora: “... me che non ho avuto talamo, non imeneo, non sorte di nozze, né figli da allevare...” (p. 321).
Di nuovo cioè, torniamo a dire, la coppia Antigone-Emone, nel cuore di Antigone non c'è proprio. Un'Antigone capace di morire per amore , ma, all'apparenza, incapace d'amare Un'Antigone poeticamente imperfetta: preferiamo Alcesti, preferiamo Giulietta, ma, rimanendo alla nostra tragedia, preferiamo Ismene.

E torniamo dunque al racconto. Torniamo indietro. Una delle sentinelle lasciate a custodire il cadavere di Polinice, timorosa delle conseguenze (e la scena dei giochi di parole della sentinella è davvero shakespeariana, come se duemila anni di teatro fossero già tutti trascorsi...) viene da Creonte con l'ingrato compito di dovergli dire che qualcuno, di soppiatto, ha trasgredito i suoi ordini: il cadavere è stato onorato e coperto di pietosa polvere...
Furibonda la reazione di Creonte. Chi ha osato? Dovranno scoprirlo le sentinelle, altrimenti saranno messe a tortura.
Ed eccola di ritorno, la stessa sentinella, ma questa volta ben felice di portare buone notizie. Ha con sé, prigioniera, Antigone. Si sono appostati e l'hanno colta in flagrante mentre tornava nottetempo a onorare il cadavere. Indignazione di Creonte: “E dunque hai osato trasgredire questa legge?”: (p.305). Risposta di Antigone, celebre nella storia del teatro: “Ma per me non fu Zeus a proclamare quel divieto... E non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dei..” (p. 305).
Siamo al nodo della questione, già considerato. Antigone, tra le leggi morali (divine) e quelle civili, se in contrasto tra loro, si assoggetta a quelle morali e trascura quelle civili.

Ora però Creonte non crede che Antigone abbia agito da sola: ritiene che anche Ismene abbia collaborato, che sia complice. La chiama, l'accusa e condanna a morte anche lei.
E si ha una scena molto bella e molto poetica, dove per poesia qui intendiamo l'inprevedibile grandezza d'animo, la dolcezza, la generosità, la solidarietà...
Ismene che non aveva colpa e che anzi aveva proprio, ed esplicitamente, fatto la scelta opposta, di fronte alla condanna della sorella si fa pronta a morire con lei, a condividerne la colpa e la sorte. E insiste. “Riconosci anche tu di aver preso parte al seppellimento...?” chiede, accusatorio, Creonte (p. 308). “Ho compiuto il fatto, poiché essa (Antigone) lo riconosce: prendo la mia parte dell'accusa e la sopporto” (p. 308) risponde l'eroica fanciulla, tanto più eroica quanto più è, sappiamo, debole, fragile, femminile. E ancora, rivolgendosi ad Antigone, che non vuole accettare: “Non negarmi, sorella, l'onore di morire con te e di aver sacrificato al morto!” (p. 309).
Che bello! Qui sì che c'è grande, straordinario, indimenticabile eroismo. Ed è grande tragedia, grande spettacolo, sublime drammaticità!
Questa, questa d'Ismene è la figura femminile più bella del teatro di Sofocle, non Antigone. Lei che debole e antieroica sa trovar la forza dell'eroismo.

Una piccola digressione, si parva licet componere magnis... Ci ricorda, l'eroismo dell'antieroica Ismene, la splendida figura del fante Jacovacci (Alberto Sordi), pavido cialtrone che pure sa morire da eroe e commuove e desta ammirazione ancor più del forte e sbruffone Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) nel commovente finale del film di Mario Monicelli La grande guerra, film che molti considerano tra i più belli di tutta la cinematografia italiana...

Ma torniamo a noi.
Creonte infine si convince che Ismene è estranea al delitto, la toglie di scena e manda a morte Antigone condannandola ad essere rinchiusa viva in un sepolcro (l'ipocrita: uccidere un consanguineo era perseguito dalla furia delle Eumenidi, ma lui non uccide la nipote, la mura viva...!): “la nasconderò viva in un antro di pietra, ponendole vicino quanto cibo basti ad evitare il sacrilegio...” (p. 317).
Ora c'è da affrontare il figlio, Emone. Bisogna fargli accettare l'uccisione della donna amata, della promessa sposa. E lo scontro è duro, durissimo. Emone tiene testa al tirannico padre con forza e con argomentazioni inoppugnabili sul piano morale: “questa fanciulla: la più immeritevole fra tutte le donne di morire così indegnamente per atti gloriosissimi...” (p. 314). Ma non c'è verso, Creonte non si piega:,Antigone è chiusa nella sua tomba e lì deve rimanere.

E dopo il figlio ecco per Creonte un altro ostacolo: arriva il cieco Tiresia, vate e indovino. Interpreta il volere degli dei, Tiresia, e porta nuove piuttosto pesanti per Creonte. Ci sono in Tebe pessimi presagi, pessimi segni. C'è un cadavere insepolto, quello di Polinice, e c'è “una persona viva... indegnamente posta... in un sepolcro” (p. 326).
La raccomandazione di Tiresia, e del Coro, che la fa propria, è piuttosto minacciosa: che Creonte vi ponga immediato rimedio oppure “termine di non lungo tempo” appariranno “gemiti di uomini e di donne” (p. 326) nella casa dell'empio tiranno...
 E qui si ha un colpo di scena. L'inflessibile Creonte, quello per il quale la legge è tutto, a dispetto anche degli affetti famigliari, di fronte alle minacce personali fa un voltagabbana degno dei migliori vilains del teatro d'ogni tempo: “Io, poiché la mia decisione così è mutata, io stesso la imprigionai e io in persona voglio liberarla... e voi servi, andate, andate tutti, presenti e lontani: prendete scuri e correte verso quell'altura che vedete... (p. 327 – 328).
Si precipitano all'altura per sfondare con le scuri la porta del sepolcro (è un messo che racconta tutta la scena) per liberare Antigone, là sepolta viva, ma trovano l'antro già spalancato e pianti e gemiti che ne vengono fuori. È la voce di Emone: è lui che, prima del ripensamento paterno, era corso per suo conto a liberare Antigone, ma, aperto il sepolcro, l'aveva trovata suicida, morta impiccata. E il poveretto sta singhiozzando e gridando.
Il padre gli si fa appresso, per confortarlo, ma Emone gli sputa in faccia e cerca con la spada di ucciderlo. E poiché Creonte scansa il colpo e si salva, Emone, disperato, con la stessa spada infierisce contro di sé e si uccide: “e ancora cosciente s'avvinghiava alla vergine in un languido abbraccio: poi con un soffio emette sulla candida guancia violento fiotto di sanguigne gocce. E giace, cadavere presso un cadavere; ed ha celebrato i riti nuziali, misero, nella dimora di Ade...” (p. 331).
Ma non finiscono qui le disgrazie del tiranno: sua moglie, Euridice (che già aveva perso un altro figlio, suicida anch'egli, nella battaglia dei sette contro Tebe, ma questa è una storia narrata da Euripide, non da Sofocle...) all'udire della morte d'Emone “si colpì di sua mano nel fegato” (p. 334) con una spada, e anche lei muore, vittima della stoltezza del marito, “mostrando agli uomini come la stoltezza sia per un uomo il massimo male!” (p. 331)

Termina in un bagno di sangue (troppo, forse...) questa tragedia considerata da molti (giudizio non condiviso da chi scrive) il capolavoro di Sofocle.

Resta da citare, perché è famosissimo, uno dei cori, il più bello forse dei tanti cori di
 
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