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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SHIH NAI-AN
I Briganti. Antico romanzo cinese.
A cura di Franz Kuhn. Prefazione di Martin Benedikter. Traduzione di Clara Bovero, pp 700, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1956 e 1995.

“Possiedo un pezzo di terreno fertile. Niente di straordinario, ma produce più di quel che io possa consumare; perciò invito qualche buon amico a consumarlo con me. La mia casa è in riva a un gran fiume, all'ombra di un bel parco. I miei amici possono passeggiarvi a piacere, starsene all'aria aperta, sedersi sulle panchine o sdraiarsi sull'erba, come preferiscono...”
“Per me, fra le gioie dell'esistenza la più preziosa è senza dubbio l'amicizia e fra le gioie dell'amicizia, a sua volta, la conversazione...”
“Di solito la sera, quando i miei amici se n'erano andati, mi sedevo sotto la lampada e, per passare il tempo, scrivevo...”
“Qualcuno forse chiederà: -Come mai ti sei lanciato a scrivere questo romanzo?... L'ho scritto semplicemente per passare il tempo...Ho scritto il libro per me e per i miei amici, e basta che rechi piacere a noi...”.

È Shih Nai.-An che ci lascia, nella prefazione al suo romanzo, queste splendide parole, che ricordano parole analoghe di Orazio, di Virgilio, di Lucrezio... Leggiamo Lucrezio, per esempio: ”adagiati fra amici su molle erba, lungo il corso d'un ruscello sotto i rami d'un alto albero... se il tempo sorride e la stagione dell'anno cosparge ovunque le verdeggianti erbe di fiori...” (De rerum natura, II, 29).
E subito ci piace immensamente questo Shih Nai-An di cui poco o nulla sappiamo, salvo che era di una località chiamata Loyang e che visse in Cina nel quattordicesimo secolo, più o meno contemporaneo del nostro Boccaccio. Scrisse un romanzo dal titolo Shui-hu-chuan, che significa Storia in riva all'acqua e che in Italia è comparso, tradotto non di prima mano dal cinese, ma di seconda mano dal tedesco, nei Millenni di Einaudi col titolo I Briganti. Settecento pagine suddivise in dieci libri e centoventi capitoli, la nostra edizione, mentre l'originale cinese e più del doppio.
Scritto in un cinese volgare, si tratta di un romanzo popolare, molto noto in Cina e poco da noi, in Occidente. Un fumettone d'avventure, con mille personaggi, piacevolissimo da leggere e
interessantissimo, per noi, perché ci fa entrare nel mondo dell'antica Cina, raccontandoci usi, costumi, mentalità, cibi, vini, famiglie, viaggi, armi, battaglie, giochi, spettacoli, affetti, parentele, leggi, consuetudini, vestiti, cavalli, armature, società, burocrazia, denaro, rapporti umani, case, prigioni, servitù, giudici, carnefici, punizioni, premi, torture, liti, testamenti, generosità, prepotenze, adulteri, vendette, riconoscenze, bonzi, preghiere, riti, matrimoni, divorzi, osterie, barche, carrozze, caccia, pesi, misure, leggende...
 Insomma, benvenuti in Cina!...: in quel mondo affascinante e misterioso che è la Cina del primo secolo del millennio scorso, la Cina del dodicesimo secolo.

I fatti che il romanzo racconta hanno una base storica e alcuni dei personaggi protagonisti sono reperibili nelle cronache del secolo, relative alla dinastia Sung. Ovviamente sono stati romanzati, abbelliti e ingentiliti dalla vena narrativa dell'autore, Shih, che tali fatti raccolse da un'epopea popolare nata poco meno di due secoli prima e ancora viva e vivace ai suoi tempi.
Qualcosa di simile a ciò che avvenne con la redazione dell'Iliade: verità storiche e leggende messe insieme dalla capacità epico-narrativa di qualche autore-poeta, molti nel caso dell'Iliade, raccolti sotto il nome di Omero, uno solo nel nostro caso, quel Shih Nai-An che sa rendersi così deliziosamente amico del lettore con la breve prefazione, anteposta al libro, di cui abbiamo citato alcuni passi in apertura.

Di cosa narra il romanzo?
L'epopea, le avventure, di un manipolo di fuorilegge che si asserragliano in una fortezza pressoché inespugnabile nelle paludi del Liang-Shan nella provincia dello Shantung. I fatti storici avvennero intorno al 1120. Il protagonista del romanzo, Sung, muore, storicamente, nel 1124.
C'è un protagonista, appunto, Sung, ma intorno a lui ci sono altri venti o trenta comprimari e poi, intorno ancora, una miriade di personaggi, un numero sterminato attraverso i quali è facile perdere il filo anche per la difficoltà estrema, per noi Occidentali, di memorizzare e distinguere fra loro i nomi propri cinesi che ai nostri occhi paiono tutti uguali o molto simili tra loro.

Chi sono questi fuorilegge e perché sono fuorilegge? Sono borghesi (scrivani, maestri) o funzionari statali di basso grado (poliziotti, carcerieri, militari, magistrati) o gente del popolo (cacciatori, pescatori, osti, mercanti) che subiscono un sopruso da parte della corrotta e vessatoria amministrazione statale, un sopruso, una prepotenza, un affronto... Oppure persone che si trovano a dover compiere un'azione moralmente giusta, ma giuridicamente illegale e quindi cadono, o cadrebbero, nella rete della Giustizia.
Di ciascuno è narrata la specifica storia, in tutti i risvolti e in tutti i particolari. Il rapporto con l'autorità generalmente porta o porterebbe a bastonature, torture, carcere, esilio... Allora il singolo personaggio, vittima del sopruso o dell'ingiustizia, fugge, o viene fatto fuggire, e si riunisce alla banda dei fuorilegge, conducendo con sé, generalmente, l'intera famiglia, per evitare rappresaglie. Si forma, presso la base dei ribelli fuorilegge, una vera e propria nuova società civile-militare, con una minuziosa organizzazione, con gerarchie, ruoli, compiti, diritti-doveri, il tutto all'insegna della solidarietà e del mutuo soccorso. Una storia alla Robin Hood, tanto per capirci, dove i cattivi sono i “governativi” e i buoni sono i fuorilegge, divenuti tali per necessità.
Le vittime dei soprusi, una volta affiliate alla società brigantesca, diventano difensori delle libertà civili, paladini della giustizia, cavalieri che si battono contro i prepotenti e gli ingiusti a difesa dei deboli e dei giusti.

Uno splendido, colorato, composito romanzo corale e popolare con ingredienti un po' alla Robin Hood, un po' da racconto picaresco, un po' da romanzo di cavalleria medioevale.
I personaggi di rilievo, quelli cioè di cui si narra la specifica, più o meno dettagliata, storia individuale di sopruso e di riscossa, sono ben cento e otto, tuttavia il racconto è magnificamente unitario e raccolto: tutte le diverse storie confluiscono in un'unica grande epopea corale con un inizio, una fine e un'assoluta coerenza narrativa.

La cifra del racconto è strettamente realistica, ma lo è solo al novanta per cento: c'è una parte di episodi in cui compaiono situazioni surreali di magia. Un personaggio, il Corriere Magico, presente e rilevante in tutto il romanzo, indossa degli stivali magici (un po' come il nostro Gatto con gli stivali...) e corre a una velocità irreale (più o meno 500 chilometri al giorno). Un santone “tao” ce lo ritroviamo vivo e vegeto dopo che gli è stata staccata la testa e ha inoltre il potere di sollevare da terra, su nuvolette volanti, e far viaggiare in cielo, alcuni guerrieri. Una “Vergine Celeste” appare e compie mistici prodigi sul protagonista Sung. E infine, nella gran battaglia conclusiva tra forze governative e fuorilegge, vinta dai fuorilegge, si fa un uso esteso di formule magiche e prodigi miracolosi, gli uni contro gli altri... Vento e tempeste suscitate dal niente, per sbaragliare il nemico, e fiere feroci che si materializzano all'improvviso, con magiche parole, sbranano i nemici e sono poi trasformate, con controformule magiche, in fiere di carta, inoffensive...
Tuttavia, ripetiamo, la cifra generale del romanzo, al di là di questi episodi, è proprio l'opposto esatto: è un magnifico realismo descrittivo, particolareggiato, concreto, dettagliato, minuto. Un realismo che ci introduce, ed è questo uno degli aspetti più affascinanti del romanzo, in una realtà sociale, ambientale, umana, famigliare, che ha tutto il sapore di una splendida scoperta storica ed etnografica. Soprattutto per noi lettori occidentali, così lontani da quel mondo: culturalmente, geograficamente, temporalmente lontani...

E proviamo ora a calarci in qualche storia, in qualche episodio fra i tantissimi narrati, per sentirne più da vicino il sapore...

Lu Ta è capitano di una guarnigione. Si trova ad assistere alle violenze di un farabutto, macellaio di professione, nei confronti della giovane moglie. Prende le difese della ragazza e dando una sonora lezione al macellaio, senza volere lo uccide. A questo punto è costretto a fuggire, dandosi alla macchia. E vediamo cosa succede: “Poi la procedura ebbe il suo corso solito, con l'esame del cadavere, l'interrogatorio dei testimoni, la stesura del protocollo. Contro il malfattore fu spiccato mandato d'arresto coi dati segnaletici; per la sua cattura fu stabilito un premio di mille denari d'argento e intanto, al suo posto, furono incarcerati il padrone di casa e i parenti più stretti...” (I,2). Lu Ta, per sfuggire alla Giustizia, si farà poi frate, un frate violento, spaccone, ubriacone che prende il nome di Spirito Fondo e sarà protagonista di svariati capitoli. Una specie di Baldo, l'eroe del poema epico-maccheronico del Folengo, o di Gargantua, il gigante di Rabelais...
E andiamo avanti. Un altro caso...

Lin Ch'ung è maestro d'armi della Guardia del Corpo Imperiale. Ha una bella moglie, molto bella e onesta, di cui si incapriccia uno zerbinotto, libertino e prepotente (si chiama Grande Astro di Voluttà) che ha la fortuna di essere nipote dell'odioso maresciallo Kao, l'uomo più potente dell'impero, una specie di primo ministro plenipotenziario quotidianamente a contatto con l'imperatore.
Grande Astro è una sorta di don Rodrigo che vuole la sua Lucia a qualunque costo e il maresciallo Kao una sorta di “conte-zio”, prepotente con i deboli e indulgente nei confronti del giovane nipote scapestrato. Con un pretesto e con false accuse l'onnipotente Kao fa arrestare Lin, il marito della ragazza, per toglierlo di mezzo e lasciar strada libera al nipote. Dapprima lo condannano a morte, poi, per l'intercessione di alcuni amici, il poveretto ottiene “una sentenza indulgente: venti bastonate sul dorso, il marchio rovente sul viso e l'invio nella colonia penale di...” (II,8). Se questa è una sentenza indulgente, immaginiamoci come saranno quelle severe...
Il viaggio del poveretto verso la colonia penale (lontana centinaia di chilometri) è un'altra occasione di grandi curiosità storiche ed etnografiche. Scopriamo, per esempio, che i prigionieri viaggiano con un pesante collare di legno serrato intorno al collo e che gli osti, lungo il percorso, sono tenuti a fornire vitto e alloggio al prigioniero e ai suoi carcerieri.
Anche questo Lin, alla fine delle sue disavventure, sarà costretto a fuggire e raggiungerà la palude e la montagna dove hanno il loro quartier generale i fuorilegge. L'avanposto della banda è sempre un'osteria: ce ne sono tante, tutte sull'acqua e tutte gestite da affiliati che rappresentano un po' le guardie di confine dei fuorilegge. Leggiamo come Lin incontra una di queste osterie: “una sera, stanco e intirizzito, arrivò a un'osteria solitaria in un bosco. L'osteria era addossata a un dirupo con una cascata per cuscino e un corso d'acqua per sgabello...” (II,13). E la descrizione ci colpisce per la sua originalità. Per quanto siamo di fronte alla traduzione di una traduzione, c'è da credere che l'autore, Shih, avesse una certa dose di talento imaginifico...

Il caso successivo è una specie di “grande rapina al treno”, ma mille anni prima che i treni comparissero sulla faccia della Terra. Un funzionario ladro e corrotto vuole inviare un ricchissimo tesoro in dono al proprio suocero, in una lontana provincia, anch'egli funzionario ladro e corrotto. Si tratta di organizzare il trasporto con mille precauzioni e con numerosi armati che lo proteggano dai rapinatori di strada. Ma i nostri, si sa, sono dei Robin Hood: “Si tratta di ricchezze guadagnate in modo disonesto. Perché esitare? In questi casi la rapina è lecita e gradita al Cielo...”(III,18). E più oltre: “...il tesoro di cui parlo è una ricchezza illecita, un patrimonio estorto e rubato al popolo...” (III,20). E il colpo riesce perfettamente. Con una minuziosa preparazione e una serie di incredibili astuzie narrate in modo particolareggiato sino al più piccolo dei dettagli, i nostri narcotizzano con del vino drogato tutti i componenti la scorta armata e si impossessano del tesoro. Il comandante del convoglio, un gran guerriero, nobile, leale, generoso, di nome Yang, a questo punto non ha scelta: o suicidarsi o darsi al brigantaggio. Ed eccone così un altro che si presenta alla palude dei fuorilegge...
Sono interessanti e dettagliatissime le indagini che seguono a questa grande rapina, frutto di un piano molto articolato che ha coinvolto numerosi specialisti, raccolti uno per uno con cura e grande professionalità...
Si indaga a tutto campo, si raccolgono testimonianze, si interroga, si tortura e si arriva, infine, all'arresto di uno dei tanti componenti la banda.
Sorprendente il metodo brutale che adotta il prefetto per cercare di arrivare rapidamente a qualche risultato. Minaccia di gravi rappresaglie il suo capo della polizia, Ho T'ao, e per fargli capire quanto fosse determinato “mandò subito a chiamare il boia col ferro rovente e gli ordinò di bollare la faccia di Ho T'ao con una serie di lettere che lo dichiaravano proscritto in bianco. Nella scritta c'era una lacuna, riservata al nome del luogo d'esilio, da incidersi più tardi...” (III,25) qualora Ho T'ao non fosse riuscito ad arrestare i colpevoli...
Nel corso delle vicende scopriamo un'altra particolarità dell'epoca (che, tra l'altro, sarà proprio l'elemento che farà scattare la trappola su uno dei complici): “era appena uscito il nuovo decreto che obbliga i padroni di locanda a registrare tutti quelli che pernottano da loro, indicandone esattamente il nome, la residenza, la mèta del viaggio, la professione, eccetera...” (III,25).
La mente di quella che abbiamo chiamato “la grande rapina al treno” è Kai, un uomo molto amato e stimato nella provincia in cui vive. Quando la macchina della Giustizia sta per mettergli le mani addosso, un certo Sung, lo scrivano del luogo, amico ed estimatore di Kao, lo avvisa un attimo prima che i governativi riescano ad arrestarlo, pur avendo, i governativi, fatto di tutto per tenere segreto l'arresto, proprio perché “quel giovanotto può scapparci come una tartaruga in pentola...” (IV,26).
E intanto abbiamo conosciuto Sung, lo scrivano Sung, altrimenti detto il Donatore di Pioggia dello Shantung, che diventerà il protagonista dell'intero romanzo.
Kai, la mente della rapina, fugge e va ad unirsi ai fuorilegge di cui diventerà il capo supremo, una sorta di presidente della repubblica, mentre, sotto di sé, come capo supremo dell'esecutivo, ci sarà proprio lo scrivano Sung.
La fuga di Kai è aiutata non solo da Sung, ma anche dai due capi della polizia locale, Tigre Alata e Bellabarba (li ritroveremo poi tra i fuorilegge anche loro, molti capitoli più avanti) i quali fingono, per dovere d'ufficio, di dargli la caccia, ma in realtà fanno di tutto, e ci riescono, per intralciare i governativi nella cattura.
L'intera storia di Kai si conclude con una gran battaglia finale nelle paludi, che vede coinvolte le forze navali dei fuorilegge (agili barche che corrono sulle paludi e nei canneti) e centinaia d'uomini dell'esercito governativo. Questi vengono tutti sterminati, tutti tranne uno, che viene rispedito al prefetto con due orecchie in meno: “perché veda che con noi non si scherza, sarai così gentile da lasciarci le tue orecchie per ricordo. -E con due colpi del coltello affilato gli staccò le orecchie dalla testa. Poi gli tolse i ceppi e lo spedì per la sua strada.” (IV,28).

La base dei fuorilegge è organizzata come un vero e proprio Stato nello Stato. Ad ogni nuova affiliazione, o ad ogni nuova vittoria, si fanno banchetti pantagruelici che durano due e anche tre giorni. Qualche volta si sacrifica alle divinità: “Poi uccisero un bue e un cavallo che
 
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