Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SOFOCLE
Edipo re
Sta in: Le tragedie. Versione di Enzio Cetrangolo, pp. 72. ERI Edizioni Rai radiotelevisione italiana. pp. 446. Torino, 1971.

Di quando è l’Edipo re? Non si sa. C’è chi dice intorno al 427, chi sostiene invece intorno al 412. E tutto sommato per noi che vogliamo solo godercene la lettura il problema è irrilevante.

Gode di tre primati questa splendida tragedia.
È il primo “dramma giudiziario” della storia. Quando oggi vediamo un film di quel genere, di grande successo, che è il cinema processuale (verdetti, giurati, testimoni, “vostro onore”, “mi oppongo”,…) ricordiamoci che indiscutibile progenitore ne è proprio l’Edipo re, un’incalzante e serrata inchiesta portata in scena da Sofocle, con sapiente suspense, per scoprire il colpevole d’un lontano assassinio da sempre irrisolto.
Altro primato? Della trentina di tragedie a noi giunte integre dell’antico teatro greco, l’Edipo re è certamente la più nota e la più citata. Complice ne è Sigmund Freud, che nel mito d’Edipo ha posto le fondamenta della sua psicologia dell’inconscio. Infine l'Edipo re è probabilmente, di quei trenta titoli, quello più frequentemente, oggi, portato in scena (con esiti, purtroppo, il più delle volte deludenti, ma questo è un altro discorso…).

La leggenda, o più precisamente la saga d’Edipo, preesisteva interamente a Sofocle, per cui il pubblico greco che assisteva, all’epoca, alle sue rappresentazioni, “conosceva l'assassino”, cioè conosceva già la trama. Questo consente anche a noi, contravvenendo alla regola che non va mai rivelato il colpevole in prima pagina, di raccontare gli antefatti, scoprendo in parte le carte della complessa vicenda, prima di raccontare la tragedia, onde rendere il tutto più comprensibile. D’altra parte la bellezza della versione sofoclea non è nella storia –che appunto, gli preesisteva– ma nel come Sofocle ce la racconta, scavando gradualmente nell’animo dei protagonisti, indagandone l’ansia e la paura di scoprire, la lenta presa di coscienza, passo dopo passo, della terribile verità che si nasconde in un lontano, tragico, incombente passato.

Dunque i trascorsi son questi: Edipo (il cui nome, tradotto, significa più o meno “Piede Gonfio” a significare i suoi piedi rimasti deformati da bambino, perché trafitti e legati) viveva a Corinto, figlio del re Pòlibo e della regina Mèrope. Un bel momento il giovinetto viene a conoscenza d’un tragico oracolo del santuario di Delfi: “Apollo disse un giorno che io avrei dovuto mescolarmi con la madre mia e versare il sangue paterno con le mie mani…” (p. 210). Per evitare l’avverarsi dei due tragici eventi, Edipo lascia Corinto: per quanto “sia cosa dolce guardare il viso dei genitori” (p. 210) preferisce starne per sempre prudentemente lontano e andarsene ramingo per il mondo.
Nel suo girovagare ecco che arriva un bel giorno nei pressi di Tebe. Durante il viaggio Edipo si lascia coinvolgere in qualcosa di apparentemente irrilevante, ma in realtà di tragico e determinante: una lite per strada. Ad un crocicchio stradale s’era imbattuto in un piccolo convoglio di viandanti, ne era nato un alterco su chi dovesse cedere il passo, era stato brutalmente aggredito, e l’alterco era finito tragicamente: Edipo nella zuffa li aveva uccisi tutti, uno escluso, che se l’era data a gambe. Episodio tuttavia che si lascia presto dimenticare.

Quando Edipo arriva in Tebe la città è in quel momento afflitta da due sciagure. Il re, Laio, è stato di recente assassinato da una banda di ladroni mentre stava recandosi verso Delfi. E tutto il paese sta soffrendo di una grave pestilenza per fermare la quale è necessario risolvere un misterioso enigma proposto dalla Sfinge.
Ed è proprio Edipo, lo straniero appena arrivato, che viene a capo dell’enigma e abbatte la Sfinge, liberando la città dall’orribile pestilenza. In segno di gratitudine i cittadini di Tebe lo nominano re e gli danno in sposa la regina Giocasta, vedova di Laio, il re di recente assassinato. Giocasta è più vecchia di Edipo, ma è ancor giovane quanto basta per essere amata e per dargli quattro figli, due maschi, Polinice ed Eteocle, e due femmine, Antigone ed Ismene. Teniamoli a mente questi nomi perché sono, e saranno, molto importanti nel panorama della tragedia greca, non solo in Sofocle, ma anche in Eschilo ed Euripide.

E torniamo finalmente alla tragedia, all'inizio della tragedia sofoclea. Sono passati svariati anni da quegli eventi: Edipo.ora è un re amato e stimato dai suoi sudditi, felice sposo dell’amata Giocasta e padre dei suoi quattro figli, già giovinetti.
Ma siamo da capo: ancora incombe sulla città di Tebe un’altra pestilenza e il racconto ha inizio proprio con una delegazione popolare (è il coro) che supplica il re di liberarli da quella nuova maledizione: “la città è sconvolta… battuta da tempesta… i frutti della terra marciscono… cadono al pascolo le mandrie dei buoi… i figli, dentro al grembo materno, muoiono prima di uscire alla luce…” (p. 167).
 Che fare? Questa volta non c’è una sfinge contro cui battersi. Questa volta non si sa il perché delle sciagure e contro chi andarsela a prendere… Per questo Edipo ha mandato il proprio cognato Creonte a Delfi, al santuario di Febo, per interrogare il dio e sapere da lui le ragioni di tanto male. Ed ecco qua Creonte, eccolo che torna dal suo incarico, e dal viso lieto che mostra pare proprio che porti buone notizie. “Febo comanda a noi chiaramente di scacciare l’impurità allevate in questa terra… esiliando i colpevoli o lavando con il sangue il sangue…” (p. 170). È di un delitto antico che va lavato il sangue, per purificare la città : “Laio...re di Tebe un tempo...è morto e gli autori della sua morte l'oracolo impone chiaramente che siano colpiti con mano grave, quali che siano” (p. 170. Ed Edipo, di rimando: “Ma questi dove sono? È difficile scoprire la traccia di una colpa antica” (p. 170). “Qui, ha detto, in questa terra nostra…” (p. 171) risponde Creonte.
Ed ecco che inizia, guidata proprio da Edipo, l’indagine. O chiamiamola addirittura l’inchiesta giudiziaria, datoché Edipo, in quanto sovrano, aveva anche potere di giudice, di sommo magistrato: poteva convocare testimoni, giudicare, emettere sentenze…
Dove è stato ucciso Laio, vuol subito sapere Edipo: “Forse in casa Laio incontrò la morte, o in campagna, o in luoghi lontani, stranieri?” (p. 171) E vuol sapere, ovviamente, se c’erano testimoni, qualcuno che possa riferire…: “E un compagno non c’era…qualcuno che abbia visto, che poi riferisse qualcosa?” (p. 171). Vien fuori che Laio fu ucciso in viaggio, per strada, con alcuni compagni e che tutti furono uccisi tranne uno, il quale, sconvolto, una cosa sola seppe riferire: “Disse che per via s’imbatterono in ladroni e che a uccidere Laio non fu uno solo, ma vide, diceva, molte braccia confondersi” (p. 171).

Soffermiamoci un attimo su questa testimonianza. Gli indizi, anzi, i fatti, sono chiari e precisi: si trattava di ladroni ed erano in tanti, una banda. Queste circostanze, vedremo, renderanno difficile capire come andarono davvero i fatti. Scopriremo, più tardi, che la testimonianza era falsa: no, non erano tanti gli assassini, e non erano ladroni, ma ad indurre quell’unico superstite a rilasciare all’epoca questa testimonianza falsa era stato il desiderio di nascondere l’umiliante verità che un unico avversario, da solo, avesse potuto batterne e ucciderne tanti. Chi torna vinto e umiliato da un combattimento, si sa, farà più bella figura se racconterà che i nemici erano in soprannumero…

Ciò udito Edipo ha un sospetto: che gli assassini potessero essere dei finti ladroni,

 
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