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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOSE' MARIA ECA DE QUEIROZ
La citt� e le montagne
A cura di Camillo Berra, pp. 304, UTET, Torino, 1952.
José Maria Eca de Queiroz (1845-1900) è considerato il massimo romanziere portoghese dell'Ottocento. Di famiglia aristocratica e benestante si laureò in legge e Hublot Replica Watches intraprese per breve tempo la carriera del penalista per poi abbandonarla e divenire console del Portogallo, dapprima a Cuba (con un viaggio anche negli Stati Uniti) e poi in Inghilterra e – finalmente – a Parigi, la sede più desiderata, la città della moda, del lusso, della raffinatezza, della bella società. Tra i suoi viaggi anche la Palestina e l'Egitto, ove, il 17 novembre 1869, ebbe la sorte di presenziare all'inaugurazione del Canale di Suez.
Ebbe una vasta cultura letteraria e fu molto attivo, sin negli anni universitari a Coimbra, nel campo delle discussioni accademiche che dividevano il mondo letterario del Portogallo d'allora tra una retroguardia romantica e un'avanguardia realistica, della quale Eca de Queiroz fu un celebrato iniziatore e un impegnato fautore.
Fu un "dandy", raffinato, ricercato, elegante, elitario, eccentrico, amante della battuta, dell'arguzia e fondamentalmente dell'ironia. Scrisse molti romanzi ed ebbe un vasto successo: la sua morte, che avvenne a Parigi, per tubercolosi, all'età di 55 anni, fu un lutto nazionale ed il funerale, con la bara trasportata via mare da Le Havre a Lisbona, ebbe un'eco straordinaria, anche all'estero.

In Italia è poco noto. D'altra parte tutta la letteratura portoghese (salvo Pessoa, di cui tutti conoscono il nome e che pochi leggono) in Italia è pressoché sconosciuta. Alcuni anni fa è comparsa, da Sellerio, una piacevole edizione del primo dei romanzi di Eca de Queiroz, scritto a due mani con J.D. Ramalho Ortigao (1836-1915): Il mistero della strada di Sintra. Probabilmente è l'unica edizione recente di Eca de Queiroz. Ma, purtroppo, è anche il più brutto dei suoi romanzi: un "giallo", prolisso, pasticciato, noioso, con un finale deludente, e per giunta anche involuto e difficile da seguire.
Tra i tanti suoi romanzi i più celebri sono Il crimine di padre Amaro (una truce storia di stampo naturalistico-zoliano, tutt'altro che ironica: un prete s'innamora d'una ragazza, la mette incinta, lei muore di parto, il prete fa strangolare il neonato…) e Città e montagne, che qui racconteremo.

Città e montagne è il suo ultimo romanzo, del 1900, pubblicato postumo e terminato pochi mesi prima della morte.
Il tema è quello classico (e antico come il mondo…) dell'esaltazione della bella, sana, autentica vita di campagna, contrapposta all'artificiosa vita di città.
La seconda metà del romanzo, quando il protagonista torna alle origini e scopre la rustica bellezza delle sue montagne e la sana schiettezza dei suoi conterranei del nord del Portogallo, è molto bella, molto poetica, molto "portoghese". Ed è ancor attuale e vale la fatica (300 pagine) della lettura dell'intero romanzo.
La prima metà, invece, è purtroppo terribilmente datata e mette a dura prova la pazienza del lettore d'oggi. Perché è una satira tutta caricaturale (ma eccessivamente caricaturale!) del modernismo dell'epoca, oggi superato dai fatti. Una scrittura autocompiaciuta tesa a stupire e a ironizzare, con una serie interminabile di facezie, vere o presunte tali, che oggi non hanno più nulla di faceto.

Il romanzo fu anticipato da un racconto d'una trentina di pagine, Civiltà, probabilmente degli anni settanta/ottanta, che fu poi pubblicato postumo anch'esso nel 1903, e che ne è in embrione la traccia, esatta e compiuta, del contenuto. Anche Civiltà è narrato in prima persona dalla figura di un amico e protagonista è lo stesso Jacinto del romanzo. L'unica differenza è data dal fatto che la "città" non è Parigi, bensì una città del Portogallo, geograficamente non determinata e che il matrimonio finale è solo annunziato, ma non raccontato. Civiltà si trova in una edizione dei Racconti (Contos) di Eca de Queiroz, della UTET, del 1953, con traduzione di Camillo Berra. Sono undici racconti che stupiscono per la singolare, estrema, varietà di temi. Si va da antieroiche e realistiche storie d'amore ambientate all'epoca dello scrittore, a racconti medioevali, sino a episodi che hanno per protagonisti Gesù Cristo oppure Adamo ed Eva nel cosiddetto "paradiso terrestre".
Uno dei racconti, Stranezze di una ragazza bionda, del 1874, è considerato dalla critica il primo esempio di realismo nella letteratura portoghese. Sono trenta pagine molto piacevoli che mettono voglia sin dall'incipit: “Cominciò col dirmi che il suo caso era semplice e che egli si chiamava Macario…"

Ma torniamo al nostro romanzo, La città e le montagne.
Il protagonista, che si chiama Jacintho e che a inizio romanzo, nel 1875, ha poco più di vent'anni, è un ricchissimo possidente terriero d'origine portoghese, nato a Parigi e sempre a Parigi vissuto, senza mai aver visitato la propria patria.
L'io narrante è un suo amico, ze' Fernandez, un po' più vecchio e maturo di lui, e più "normale" di lui. Di normale infatti Jacintho non ha proprio nulla: è l'esaltazione dell'esagerazione, un “superman” in tutto, materia e spirito. Da bambino "non ebbe la rosolia e non ebbe i vermi. L'alfabeto, la tavola pitagorica, il latino, penetrarono in lui con la stessa facilità con cui il sole penetra attraverso una vetrata…. La sua intelligenza nei lieti anni delle scuole e delle controversie circolava dentro le filosofie più dense come una lucida anguilla nell'acqua chiara di una vasca" (p.46). "Quando un giorno…comprò un biglietto di lotteria, subito la Fortuna, lieve e sorridente sulla sua Ruota, accorse sfolgorante per recargli quattrocentomila pesetas. Ed in cielo le nuvole gravi e lente, se scorgevano Jacintho senza parapioggia, trattenevano con reverenza la loro acqua, finché egli fosse passato…" (p.47).
Jacintho vive di rendita (cento milioni di reiz all'anno quando con due o trecento mila reiz si costruiva una casa per un contadino e la sua famiglia) in una villa di sua proprietà al 202 dei Champs Elysées. Crede ciecamente nel progresso, nel razionalismo, nel modernismo, nella tecnica (oggi diremmo nella tecnologia): ne ha fatto una ragione di vita, una filosofia… Anzi: una sorta di religione.
La sua casa, il 202 (così è chiamata, per tutto il romanzo, la sua casa di Parigi) è una caricatura del modernismo, un tempio della tecnologia più avanzata e più sofisticata. Ci sono il gas e l'elettricità, il telefono, il telegrafo, il grammofono, la macchina da scrivere, la calcolatrice, telescopi e microscopi, congegni d'ogni genere e d'ogni sorta, utensili, strumenti e aggeggi che anticipano persino la radio (che all'epoca, in realtà, aveva ancora da comparire) e apparecchi d'ogni genere, dal togli-peluria delle fragole al mescola-insalata, per ridurre ogni fatica manuale e far avanzare l'uomo nella sua libertà intellettuale. E poi libri: libri e libri d'ogni scienza e d'ogni filosofia, qualcosa come trenta o sessanta o settanta mila volumi, perché il sapere è tutto, affranca l'uomo dalla sua animalità, lo libera dalle superstizioni religiose, dalla necessità, dalla materialità e consente di raggiungere, finalmente e definitivamente, “la perfetta felicità" (p.69).
Ma non basta. Oltre che un superuomo della tecnologia e del sapere, Jacintho è anche un raffinato, il più raffinato, dandy bon-vivant che ci sia dato conoscere. La "Sala da Bagno è la più eccelsa meraviglia del 202…con due getti graduati da zero a 100 gradi, due docce, quella fine e quella grossa per la testa, la fontanella sterilizzata per i denti, lo zampillo gorgogliante per la barba…" (p.70) e poi spazzole e spazzole d'ogni forma e dimensione perché il nostro "s'intratteneva per quattordici minuti a passare pelo su pelo" (p.69).
Superuomo anche nei piaceri della carne: aragoste e champagne sono di casa al 202, le sigarette arrivano per lui direttamente dalla Russia, e su di esse “brillava il suo nome, impresso a lettere d'oro sulla carta" (p.73).
Grandiose feste e luculliane cene al 202, con ospiti a decine, scrittori, poeti, filosofi, scienziati, e conti e duchi, e tra questi il Granduca di Russia, fratello dello Zar, amico e abituale frequentatore di quella casa. Dalle cucine, che sono al pianterreno, alla sala da pranzo, che è al piano superiore, i manicaretti salgono con due specifici monta-vivande: "i due ascensori che salivano dalle profondità della cucina, uno per i pesci e le carni, riscaldato da tubi d'acqua bollente, l'altro per le insalate ed i gelati, rivestito di placche frigorifere…" (p.86).

Più o meno questo è l'andamento della prima metà del romanzo. Poi, per fortuna dell'annoiato lettore d'oggi, ecco che intervengono alcuni fatti nuovi. Improvvisi incidenti tecnologici: una volta manca la corrente elettrica, e con essa comincia a vacillare la cieca fiducia di Jacintho nella modernità, un'altra volta esplodono le tubature dell'acqua bollente, e ad una cena col Granduca di Russia, in onore di un suo pesce speciale giunto appositamente dai mari della lontana Dalmazia, ecco che il prelibato piatto rimane incagliato e irraggiungibile nell'ascensore monta-vivande che avrebbe dovuto innalzarlo dalle cucine ai golosi commensali…
E, paralleli agli incidenti, o forse, anche, in parte determinati da essi, dei mutamenti nello spirito del nostro Jacintho che, gradualmente, ma inesorabilmente, comincia ad avere a noia questa vita sempre uguale, quel libresco sapere che è saccente ed eccessivo, quell'insicurezza cui ti espone l'eccesso di tecnologia…
Ma non solo: prendono forma lentamente in Jacintho anche gli scrupoli morali, si fa strada in lui la scoperta del sociale: intuisce che c'è un'innumerevole plebe di “uomini che lavorano e di donne che piangono. E con questo lavoro e con questo pianto dei poveri…si edifica l'abbondanza della Città…Irrimediabile è dunque che, incessantemente, la plebe serva e la plebe soffra. La sua stanca miseria è la condizione del sereno splendore della Città…Ed un popolo piange per fame e per la fame dei suoi piccoli figli, perché i Jacinthi, in gennaio, possano gustare, sbadigliando, sopra un vassoio di Sassonia, fragole gelate nello champagne e ravvivate con una goccia di cognac!" (p.128,129).
Insomma: “il sano, l'intellettuale, il ricchissimo e ben accolto Jacintho era caduto nel Pessimismo…ed in un Pessimismo iroso… Infiacchito da dodici anni di champagne e da abbondanti intingoli…il tedio saturava la sua esistenza…ed ora, a trentatre anni la sua professione era quella di sbadigliare…" (p.144/146).

Giunge, a dargli uno stimolo, una notizia dal Portogallo, dalla casa avita, “una casa che data dal 1410: esisteva ancora l'Impero Bizantino…" (p.158): una frana ha fatto crollare la chiesetta che contiene le ossa dei suoi avi… Jacintho scrive allora al fattore orinandogli di ricostruire la chiesetta e decide, sempre con ze' Fernandez, l'io narrante, di prepararsi a un viaggio a casa, al Paese. Vi resterà un mese, conoscerà la sua patria, e assisterà alla tumulazione delle ossa nella nuova dimora.
Siamo esattamente a metà romanzo.
Eccoci ai preparativi per il lungo viaggio ed eccoci al viaggio stesso. Pagine divertenti che ci preparano alle pagine molto belle della seconda parte.
Manda ordini epistolari al fattore perché muratori, falegnami, tappezzieri, decoratori, gli restaurino la casa alla perfezione per il suo breve soggiorno e prepara bagagli spropositati per rendersi confortevole l'arrivo e la permanenza: “cominciò allora, nel 202, il colossale incassamento di tutte le comodità necessarie…: letti di piume, vasche di nichel, lampade Carcel, soffici divani, tendine per velare gli eccessivi spiragli di luce, tappeti per rendere morbidi i rozzi pavimenti…" (p.161) e, naturalmente, “libri e una macchina per fabbricare il ghiaccio…" (p.157), nonché, andando in campagna, “i venticinque tomi di Plinio…per dedicare i giorni montani allo studio della Storia Naturale…" (p.163).
E poi c'è il viaggio. E ad onore di Eca de Queiroz va detto che è spassoso. Dura dei giorni, con più vagoni interamente affittati dal nostro e dal suo seguito di bagagli e servitori. Si passa per Biarritz, si passa per Salamanca e poi, una notte, all'improvviso, a Medina, bisogna scendere velocissimamente dal treno, che viaggia in ritardo, e saltare su una coincidenza che già è in movimento per partire.
Sul nuovo treno "Jacintho levò al cielo i pugni, con un furore che lo strozzava: - Oh, che servizio!
Oh, che canaglie! Siamo in Ispagna!…Ed ora? I bagagli perduti! Non una camicia, non una spazzola!" (p.173)
E finalmente, dopo una lunga notte: “Svegliati amico, sei nella tua terra! -annuncia ze' Fernandez “È questo il Portogallo? Ha un buon odore…" (p.175).
All'arrivo a Tormes (così si chiama l'immaginario paese del nostro protagonista, sulle sierre del nord-est) nuove terrificanti sorprese. Nel loro convoglio il vagone con i bagagli e la servitù non c'è (è finito in Spagna: arriverà solo dopo anni di attesa e di ricerche…) e alla stazione non ci sono carrozze, servitori, fattori, intendenti, amministratori che li attendano. Nessuno!
Bisogna noleggiare una mula e un'asina di fortuna e a dorso di quelle salire su per le montagne… Cos'era successo? Semplice: nessuno li aspettava. Il fattore non aveva ricevuto le lettere. La casa non è stata restaurata. Non c'è una, una sola delle comodità che Jacintho credeva lo attendessero.
“E restammo lì, abbandonati, sperduti nella montagna, senza servi, senza amministratore, senza fittavolo, senza cavalli, senza valige…" (p.180).

E inizia, gradualmente, simpaticamente, liricamente (e realisticamente insieme: ricordiamoci che Eca de Queiroz è campione portoghese di realismo) la seconda parte del romanzo che è tutta poesia bucolica di ritorno alla terra, alla natura, alla semplicità, ai piccoli piaceri d'un buon bicchiere d'acqua fresca di fonte, d'uno “spazio infinito che riposava in un infinito silenzio" (p.181), della
“incomparabile bellezza di quella montagna benedetta" (p.182), degli “odorosi aranceti", "fertili prati", di “siepi cariche di more" di orti ricchi “di fagioli, cavoli cappucci, ciuffi di lattughe, larghe foglie striscianti di zucche", di “frondosi ciliegi carichi di frutti"…(p.183/189).
Nella vecchia casa cadente, mal ridotta, senza vetri, Jacintho a sera si affaccia a una finestra e scopre “quei monti che si ammantano d'ombra, quell'ammutolire degli alberi, stanchi di sussurrare, quel quieto smorzarsi del colore delle case e il manto di nebbia sotto cui si stende e si rifugia la freschezza delle valli, ed il rintocco sonnolento delle campane, rotolante giù dai dirupi, ed il misterioso bisbiglio delle acque e delle oscure selve…" (p.190).
Ed è, per lui, una "vera iniziazione …: da quella finestra aperta sulla montagna, egli incominciava ad intravvedere un'altra vita, non più piena solo dell'Uomo e del tumulto della sua opera…" (p.191).
La prima cena, improvvisata a casa del fattore, è una scoperta di piaceri, sapori e sensazioni mai provati: “da anni non sento una simile fame…sulla tavola un lungo piatto traboccante di riso con fave…di questo riso con fave non se ne mangia a Parigi, amico Melchior!… un pollo dorato, arrosolato allo spiedo…e il vinello di Tormes…divino…che scendeva dalla verde brocca panciuta, un vino fresco, leggero, saporoso, che aveva più anima ed entrava più nell'anima di tanti poemi e tanti libri sacri…" (p.192/193).

In poche settimane Jacintho rinasce, come “una pianta intristita, appassita nell'oscurità fra tappeti e sete, che, portata al vento e al sole, abbondantemente innaffiata, sboccia, onora la Natura…" (p.204). “e dagli occhi, che nella città erano sempre tanto crepuscolari e lontani dal mondo, sprizzava ora uno splendore di mezzogiorno, risoluto e generoso, felice d'imbeversi della bellezza delle cose…" (p.205).
E sembrava che "l'antichissimo suolo, da cui era germogliata la sua razza, l'antichissimo humus rifluisse e lo penetrasse tutto, e andasse
 
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