Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SOFOCLE
Edipo a Colono
pp.76. Sta in: Le tragedie. Versione di Enzio Centrangolo. ERI Edizioni Rai radiotelevisione italiana. pp.446. Torino, 1971.
Una delle più azzeccate e sintetiche notazioni critiche sulle differenze, drammaturgiche e poetiche, tra Eschilo e Sofocle, la dobbiamo a Ettore Romagnoli che scrisse che Eschilo piega la tragedia al mito, mentre Sofocle piega il mito alla tragedia… Quanto sia pertinente questa affermazione lo vediamo chiaramente nell’Edipo a Colono che si inserisce, ultimo poema del vecchio Sofocle ormai novantenne, a completare la “trilogia” (che vera trilogia non è, essendo state scritte a decenni l’una dall’altra) tra lEdipo re e l’Antigone.
Nell’Edipo re il protagonista Edipo, scopertosi impuro per colpe da lui commesse, sia pure involontariamente, si auto-esilia da Tebe, su proprio decreto, e anzi supplica Creonte di dare effetto immediato al decreto, di scaccialo da Tebe, per purificare se stesso e per salvare la città. E Creonte e i figli d’Edipo, Polinice ed Eteocle, non hanno, nell’Edipo re, nessun ruolo ostile verso Edipo riguardo al suo volersene andare, tristemente esule, lontano dalla patria.
Nell’Edipo a Colono, per rendere più patetica, più pietosa, la figura del vecchio esule, cieco e esausto di dolore, si ha invece la situazione opposta. Edipo è stato a suo tempo scacciato a forza da Tebe, da Creonte e dai propri figli, Polinice ed Eteocle. Due diverse versioni del mito, funzionali ciascuna al pathos tragico necessario al poeta.

C’è coerenza, comunque, nel racconto: nell’Edipo a Colono troviamo infatti una giunzione perfetta fra le due versioni, creata efficacemente dal vecchio Sofocle per evitare di contraddirsi, sia pure a decine d’anni di distanza.
È il vecchio Edipo che racconta come andarono i fatti dopo il proprio accecamento, dopo la chiusura cioè della prima delle due tragedie. Andarono così: Edipo desiderava ardentemente essere esiliato da Tebe, ma non lo lasciarono andar via. Lo trattennero. E quando –dopo anni– pur essendo rimasto a casa contro la propria volontà, cominciava ad abituarsi e a godere dell’essere ancora in patria e in famiglia, ecco che Creonte e i figli, Polinice ed Eteocle, lo cacciarono in malo modo, crudelmente, lui ormai vecchio e ormai quasi in pace con se stesso.
Sentiamolo raccontare dal protagonista stesso, nell’Edipo a Colono: “Prima, quando mi torturava la sciagura della mia casa, e mi pareva un ristoro andarmene lontano a spegnere chi sa dove i miei ricordi, tu me l’hai negato. Più tardi, quando fui sazio del mio rimorso furibondo e sentivo che vivere con i miei era dolce, tu mi scacciasti… (p.407).
È un Creonte figura amica e compassionevole quello dell'Edipo re, un Creonte invece crudele, falso, infido, quello dell'Edipo a Colono (e dell'Antigone…). E pure i figli di Edipo li troviamo bambini bisognosi di protezione nell’Edipo re, adulti empii e malvagi nell’Edipo a Colono. Non ci sono contraddizioni: è l’evolversi del racconto, così come lo concepisce Sofocle (il quale appunto, piega i miti al dramma) che porta a questi cambiamenti.

 Ma torniamo indietro, ora, e seguiamola dall’inizio questa bellissima tragedia di un Sofocle novantenne: una sorta di testamento spirituale, un inno alla grandezza della sua Atene, e insieme un elegiaco canto di bella morte, quasi il poeta, sentendosi vicino alla tomba, cantasse e celebrasse la fine d’Edipo pensando alla propria di fine, ormai imminente, ormai alle porte…

Ecco il vecchio Edipo cieco, cencioso, dolorante, incerto sui suoi passi malfermi, stanco di vivere, stanco di errabondare, ramingo e questuante, giungere, guidato dalla propria figlia Antigone, in una landa di campagna, presso un bosco: “suolo santo, così coperto di verde: fiorisce tutto di lauri, di ulivi, di viti, e intorno è un dolce cantare di usignoli, un lucido frullo di ali su per le fronde…” (p.371).
Siamo a Colono, nei pressi di Atene, la Colono di Sofocle, dove il poeta era nato novant'anni prima ed eccone una lirica bellissima descrizione, arricchita nelle pagine successive dalle parole del coro: “…Colono dai miti chiarori. Qui l’usignolo viene a cantare la sua tristezza sommessa… nascosto nell’edera fosca… nasce ogni mattina dalla rugiada a cespiti il narciso… e cresce da queste glebe di lenta vita un albero… il verde ulivo, amore dei fanciulli… Oh, mia città materna, supremo dono del dio, vanto della terra…” (p.404/405).

Lo accolgono i popolani e lo redarguiscono: è in un bosco sacro e inviolabile, dedicato alle Eumenidi... Esca di lì e chieda perdono, compiendo dei rituali propiziatori. E vogliono sapere, i popolani: chi è questo vecchio cieco, così malconcio, ma dall’aria così nobile? e perché è qui e cosa vuole?
Quando scoprono che è Edipo (la cui fama, trista, è nota a tutti…) dapprima la reazione è di sgomento, di paura, poi lo accolgono, se ne impietosiscono, si fanno raccontare la sua storia, le sue pene, il suo incestuoso e tragico passato.
 Edipo è qui per chiedere rifugio, asilo, ma ha anche qualcosa di misterioso da offrire alla città di Atene se lo accoglierà, misterioso, ma molto prezioso per il benessere e per il futuro della città. Lo chiarirà però solo a Teseo, il giusto e generoso sovrano d’Atene, se vorrà venire qui a incontrarlo: “Io vengo portatore sacro di un bene ai cittadini. Quando sarà presente il vostro principe… allora ascoltandomi saprete ogni cosa…” (p.383).

Ma ancora prima che giunga Teseo, ecco arrivare una figura femminile, una giovinetta. È Ismene, l’altra figlia d’Edipo, sorella minore di Antigone. “Figlie mie, sorelle della mia carne…!” le chiama Edipo, perché, ricordiamocelo, sono figlie di lui, ma anche sorelle, frutto del matrimonio incestuoso con la madre Giocasta…
Ismene viene direttamente da Tebe con notizie tristissime: Eteocle, in combutta con Creonte, si è impadronito del trono che spetta a Polinice, e ha messo al bando il fratello. Ora in città, a Tebe, rivogliono indietro Edipo. Anzi, è già in viaggio Creonte, sta venendo qui, per prelevarlo e riportarlo in terra tebana. Perché c’è un oracolo di Delfi che afferma che se Edipo non tornerà a Tebe, la città sarà colpita da sventura. Lo vogliono riportare indietro, sì, ma per scaramanzia, non certo per pietà. Lo vogliono usare, perché protegga il trono, ma non sono disposti  a dargli sepoltura in patria, perché, essendo parricida, è empio.

L’orribile racconto sconvolge il vecchio Edipo: è ripugnante il comportamento dei figli! Loro che erano maschi e che avrebbero dovuto proteggerlo, non mossero un dito quando l’avrebbero potuto, quando Creonte lo cacciava da Tebe. E lasciarono alle sorelle, femmine e più giovani, l’iniziativa di amministrarlo in tutti questi anni. Ecco l’indignazione d’Edipo: “quando fui espulso dalla patria senza meritarmelo, essi a trattenermi, a difendermi, non ci pensarono neppure… Quand’ecco la città mi scaccia all’improvviso fuori dalla mia terra. E quelli, i soli che potevano aiutare il padre… i soli che mi potevano salvare, non dissero niente… Ma un conforto mi accompagna: queste due, ancora fanciulle, per quanto le loro forze lo consentono, mi trovano il pane della giornata e il riposo della sera. Per quelli, invece, conta il trono più del genitore, conta la tirannide…” (p.391).
Al sopraggiungere di Teseo, ora che sa, per bocca di Ismene, ancor più esplicitamente di quanto già sapesse, come e perché il proprio corpo, quando sarà morto, potrà proteggere dai nemici la città che lo avrà in custodia, Edipo può dire al sovrano d’Atene: “Ti vengo a dare questo mio corpo miserabile: dono spregevole in apparenza, ma che per voi sarà un bene, un bene più bello d’ogni forma terrena…” (p.399).
E Teseo risponde con generosità: “non posso… negare a un tal uomo il focolare comune. A queste terre mie è giunto supplice, reca un tributo generoso, un beneficio che non debbo rifiutare. In cambio gli darò asilo nel paese” (pag.402).
Gli offre asilo, gli offre amicizia, gli offre un focolare, ma gli offre anche, concretamente, protezione armata: se venissero per nuocergli, non tema, Edipo, Teseo saprà difenderlo e scacciare con la forza i suoi nemici.

Ed eccoli che arrivano, i nemici. È Creonte, con un manipolo di armati e con false parole da amico. Si finge sollecito e pietoso verso Edipo e verso quella povera fanciulla d’Antigone che andando raminga con lui ne condivide le pene, gli stenti. “Torna a casa -gli dice– il popolo cadmeo ti chiama, ed io più di loro, io che dialogo dei tuoi mali…” (p.406). “Tali sono le tue offerte per me –ribatte Edipo- belle di parole, perfide e brutte di sostanza… Tu sei venuto quassù a prendermi, non per ricondurmi al mio palazzo, ma per tenermi là vicino, appena fuori le mura di Tebe, e questo perché la tua città sfugga ai colpi… minacciati dal fato… Ma tanto non l’otterrai: sì bene vedrete sempre laggiù la mia ombra, punitrice immobile della mia patria. Del regno mio di un tempo toccherà ben poco ai miei figli: lo spazio per morirvi!...” (p.407).
Smascherato nelle sue reali intenzioni, Creonte passa alle vie di fatto, infierendo contro il vecchio cieco e le due ragazze, inermi: fa rapire dai suoi sgherri Ismene ed Antigone, per avere un’arma di coercizione e ricatto verso Edipo e costringerlo a seguirlo.
Ma interviene Teseo, chiamato dal popolo d’Atene, che ha assistito alla sopraffazione, e Teseo ripaga Creonte d’egual moneta: lo fa prigioniero e lo minaccia: “Finché non riconduci quelle due ragazze e non le metti qui davanti a me, tu non ripartirai da questo paese!” (p.416).

E qui c’è, ora, un monologo d’Edipo, rivolto a Creonte, che lo accusa d’essere “un parricida, un impuro che ha contaminato il letto nuziale con sua madre…” (p.417). È importante, storicamente e letterariamente questo monologo, perché è un’autodifesa d’Edipo che dà, dell’Edipo re, una rilettura critica scolpevolizzante, un’interpretazione a posteriori di quei fatti, visti in una luce diversa, critica. Edipo riesamina qui la propria storia e proclama la propria non responsabilità umana, la propria innocenza. Una cosa sono le azioni e una cosa sono le responsabilità, dice Edipo. E discute del libero arbitrio e del fato, della volontà degli dei e della libertà dell’uomo.
Sentiamolo, tutto questo, dalle sue stesse parole, in risposta a Creonte che gli ha appena rinfacciato d’essere parricida e incestuoso: “Mi rinfacci omicidi e nozze e lutti che non avevo voluto… Gli dei così stabilirono, forse per antica ira contro la mia stirpe… Ma per quanto è in me, dico in me solo, nessuna macchia di colpa è trovabile per il male che ho fatto a me stesso e ai miei. Se attraverso l’oracolo giunse a mio padre una voce divina a dirgli che sarebbe morto per mano di suo figlio, secondo quale giustizia, dimmi, puoi accusare me? A quel tempo… ancora non ero stato concepito… E quando, aperta per me questa vita di dolore, venuto alle mani con mio padre, lo uccisi senza conoscerlo, niente sapendo di ciò che facevo… Dov’è il diritto di giudicarmi, d’infamarmi per un’azione involontaria? … E tu miserabile, mi parli poi di mia madre, mi costringi a ricordare le nozze con mia madre, che era poi tua sorella… Ebbene, dirò anche di lei, tu l’hai cominciato questo folle discorso. Sì, era mia madre, quella che ha generato me insieme alla mia rovina. Ma non lo sapeva, come neppure io lo sapevo. E dopo avermi partorito, partorì poi lei a me i figli della vergogna… Ma so bene una cosa: che tu, spingendomi in questi discorsi, ci provi gusto a insultare me e lei, la memoria di lei… Ma io quel connubio non lo volevo… Purtroppo io caddi in questi mali come si precipita in un baratro, trascinato dagli dei… e se mio padre ritornasse al mondo, penso che non avrebbe da rimproverarmi…” (p.417/418).

La sostanza, il senso del fiume di parole che la critica letteraria scriverà, nel corso dei secoli e dei millenni, sull’Edipo re, ecco , scopriamo qui, tutto era già stato detto, tutto era già stato scritto da Sofocle stesso, già allora, qui in questo monologo dell’Edipo a Colono.
Edipo è involontario autore di delitti orribili, il parricidio e l’incesto, di cui non ha colpa alcuna. Sono gli dei che hanno voluto quei delitti, gli dei che hanno scritto il destino d’Edipo prima ancora ch’egli nascesse. Edipo ne è la vittima, non il colpevole. E il poeta e drammaturgo Sofocle, già autore, decenni prima, dell’Edipo re, a chiusura della propria lunga esistenza, con l’Edipo a Colono, ultimo suo scritto andato in scena postumo, volle ribadire un’ultima volta e chiaramente la chiave di lettura della tragedia e del mito d’Edipo, la non colpevolezza. L’uomo Edipo è innocente, ci dice Sofocle, e avendo pagato sulla propria pelle, per l’intera sua vita, colpe non sue, Edipo è santo, muore da santo, e la sua santità irraggia dalla sua tomba e protegge la terra che la ospita. Questo il senso dell’Edipo a Colono, testamento letterario finale d’un poeta novantenne, e dono finale alla sua Atene, la terra appunto, che, nel mito, ospita la tomba, segreta e sacra d’Edipo.

Ma riprendiamo il racconto.
Teseo, con la forza delle armi, si riprende, e le riporta al padre, le due ragazze, Antigone e Ismene e, tornando da Edipo, lo avvisa che c’è uno straniero, uno che non viene da Tebe, che lo vuole incontrare, che insiste oltremodo per incontrarlo. Edipo capisce al volo di chi si tratta e vorrebbe rifiutare l’incontro, ma infine cede alle insistenze e accetta. È Polinice, suo figlio, attualmente nemico di Creonte e di Eteocle, sul punto di aggredire  in armi la propria patria per tentare di riconquistare il trono usurpatogli dal fratello.

La sacralità della patria era un sentimento profondo all’epoca di Sofocle e perciò Polinice è figura empia e sacrilega: ha raccolto sette eserciti per attaccare le sette porte di Tebe e dunque sarà maledetto dal padre Edipo. Tuttavia in questa tardiva tragedia del vecchio poeta c’è quasi, più nel poeta Sofocle che nel protagonista Edipo, un senso di tristezza, per le malefatte di Polinice, non proprio di perdono, no, ma almeno di dolorosa comprensione, di amarezza, per le colpe di questo figlio ingrato ed empio che sì compie il male, ma non può sottrarvisi, perché è segno del destino il doverlo compiere…

È un triste, Polinice, in queste pagine, non uno scellerato. Falso o sincero che sia, chiede perdono al padre per il male a suo tempo arrecatogli, cacciandolo da Tebe e per l’omissione di soccorso,avendolo abbandonato ramingo… E chiede, ora, protezione al padre: “deponi la tua ira per me, che ho intrapreso la marcia della vendetta contro mio fratello: mi ha espulso e privato della mia patria… Un oracolo dice che la vittoria sarà di quelli che tu proteggi… Siamo tutti e due esuli e mendicanti… tu ed io, dietro un solo destino… Ti riporterò nella tua casa e riprenderò il mio posto dopo aver cacciato” l’usurpatore, e, conclude sconsolato, “senza di te non mi sento nemmeno di aver salva la vita!” (p.428). È empio, è sacrilego, è colpevole, questo Polinice, eppure commuove, perché è un perdente, è un vinto, è un disperato.

Nell’Antigone, in realtà già scritta da Sofocle molti anni prima e tuttavia terza ed ultima nell’immaginaria cronologia della saga d’Edipo e dei suoi discendenti, la figura di Polinice sarà al centro della
 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1 2

1 2