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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
FERNANDO PESSOA
Poesie - Faust
> Poesie: A cura di Luigi Panarese. Scelta di Giorgio Longo. Testo portoghese a fronte. pp.230. Fabbri Editori, Milano, 1997 > Faust: A cura di Maria Jos� de Lancastre. pp.140. Einaudi, Torino

Fernando Pessoa (1888-1935) è considerato il maggior poeta portoghese del Novecento. Rispetto a noi è più o meno contemporaneo di D’Annunzio. Le sue note biografiche sembrano dei veri e propri trattati di psicanalisi. Detto con parole molto semplici Pessoa aveva la mente piuttosto sconvolta, un vero disastro psichico. Affetto da un tragico complesso d’Edipo, tendenzialmente omosessuale, dissociato nella persona, al punto di sdoppiarsi e triplicarsi e quadruplicarsi in quattro e più diverse personalità letterarie. Sono i suoi celebri “eteronimi”, Ricardo Reis, Alberto Coeiro, Alvaro De Campos, pseudonimi con cui firmava molta della sua produzione poetica che andava ad aggiungersi a quella firmata con “l’ortonimo” Pessoa. best replica watches
Era così dissociato, nella sua testa, Pessoa, che i suoi eteronimi scrivevano davvero con stili personali e diversi tra loro e assumevano, per lui, per Pessoa, personalità reali, al punto che affermava che sì, si conoscevano tra loro, ma uno solo di loro, Alvaro de Campo, conosceva Fernando Pessoa. Gli altri no, non l’avevano mai conosciuto.

Il Portogallo d’oggi ama molto il suo Pessoa e lo ha un po’mitizzato, trasfigurandone il ricordo e idealizzandolo. Dopo la morte lo ha scoperto a poco a poco: solo una piccolissima parte dei suoi scritti furono pubblicati in vita. Tutti gli altri furono rinvenuti stipati e del tutto disordinati in un immenso baule pieno di decine di migliaia di manoscritti e dattiloscritti, ora in mano a studiosi e filologi.

Un po’ provocatoriamente, chi scrive ama dire che la cosa più bella di Pessoa è un monumento in bronzo del poeta, a dimensioni reali, raffigurato seduto al tavolino d’uno storico bar, A Brasileira, al Chiado, il quartiere un po’ gay, un po’ “trendy”, di Lisbona. Accanto a lui, sempre in bronzo, uno sgabello libero, al suo tavolino. I turisti passano e si siedono così al bar con il poeta, accarezzandogli la mano appoggiata sul tavolino accanto a un bicchiere. E si fanno fotografare. Non leggono le sue poesie, ma siedono con lui al bar. Questo monumento, bellissimo, originale, suggestivo gli ha assicurato la celebrità, a lui che scriveva “ogni uomo che merita di essere celebre sa che non vale la pena divenirlo”.

Il monumento al bar, a cielo aperto, è molto più bello della tomba, un banale cippo a forma di parallelepipedo che però si trova niente meno che là dove si trovano le tombe dei due grandi del Portogallo, Vasco de Gama, il navigatore che raggiunse per primo le Indie, e Luis de Camões, che ne cantò e glorificò le imprese in un bellissimo poema, I Lusiadi, che è per i Portoghesi ciò che per noi è La Divina Commedia. Siamo nel monastero di Ieronimo, a Lisbona, in riva al Douro (oggi il letto del fiume si è ritirato e l’acqua si è un po’ allontanata): un luogo incantevole e certamente il monumento più insigne del Portogallo. Sulle diverse facce del cippo tombale, i diversi nomi dello squinternato poeta, l’ortonimo e gli eteronimi, per statuirne, per sempre, nel marmo, la sofferta, schizofrenica e leggendaria personalità.

Leggere le poesie di Pessoa è impresa ardua, molto ardua, e raccontarle è pressoché impossibile. Soprattutto quelle firmate con l’ortonimo Pessoa, praticamente incomprensibili. Le altre, quelle che il poeta ha attribuito agli eteronimi, sono generalmente più accessibili, specie quelle firmate Alvaro De Campos, che andremo a raccontare in una prossima specifica scheda.

In un modo molto grossolano e molto superficiale (e ci scusino i lettori per tanta banalissima e quasi volgare semplificazione) noi chiamiamo “poesia moderna” quella poesia, nata poco prima dell’inizio del Novecento che, abbandonati, nella forma, i versi metrici e adottati i versi cosiddetti liberi, ha pure cominciato, a poco a poco, ad abbandonare anche la consistenza dei contenuti, e quindi la chiarezza, la sintassi logica, spesso la punteggiatura, ed è diventata, negli eccessi, un coacervo di parole spesso senza senso. La si è chiamata in svariati modi: espressionismo, futurismo, e di fatto la si può chiamare “parole in libertà”, che era uno dei dettami del futurismo.
Questa poesia “moderna” (e qui moderna è usato in senso ostile) c’è un modo facilissimo per riconoscerla: ne leggi una e subito chiudi gli occhi e provi a ripeterne il contenuto con parole tue, semplici e chiare. Se ci riesci, no, non è “moderna”. Se non ci riesci sì, è proprio m oderna,in senso deteriore.
Ebbene, una poesia di Pessoa, puoi leggerla dieci volte, ma non riesci proprio a “tradurla”, a farla tua, a ripeterne cioè il contenuto con parole tue, semplici e chiare.
Perché è proprio quel tipo di poesia moderna fatta di parole in libertà, poesia che ha perso ogni contatto col parlare comune e non ha dei contenuti riproducibili. Sono sensazioni, stati d’animo, momenti emotivi che si traducono sulla carta in fiumi di parole prive di un tradizionale nesso reciproco, disgiunte dal sentir comune.

Al di là di queste considerazioni di genere, è bella la poesia di Pessoa? No, mediamente non è bella: e, salvo stati d’animo o momenti particolari, è piuttosto noioso e faticoso arrivare in fondo a una sua antologia. E difatti, anche se è “politicamente scorretto” affermarlo, ben pochi leggono Pessoa, se non chi è costretto, per ragioni di studio o di professione. Per quanto invece comprarne i libri, citarne il nome, parlarne, sia piuttosto di moda...
È ovvio che c’è chi è pronto a giurare tutto il contrario, affermando l’opposto dei giudizi qui espressi, ma questo rientra nella normale dialettica, nel gioco dei punti di vista, e in quella dimensione della cultura d’oggi che tende a giudicare profondo e sublime tutto ciò che è oscuro o addirittura incomprensibile.

Vediamone ora alcuni contenuti, entrando direttamente nelle sue pagine.
Ci sono versi storici, evocativi di storia patria cioè, e alcuni sono piuttosto piacevoli  . Pessoa, in un angolino remoto di quel suo animo lacerato e sconvolto dalla disperazione, sentiva l’orgoglio del grande Portogallo d’un tempo, dei suoi celebrati sovrani, dell’epopea delle conquiste, di un Impero che spaziava su tutto il mondo, della sua potenza marinara, del suo dominio sugli oceani, padroni del vento e delle onde. E la sua poesia si permeava, a tratti, della consapevolezza e del sentimento di questo orgoglio.

Don Dinis, cioè re Dionigi (1261-1325), a sua volta poeta, fece piantare immense pinete che avrebbero poi fornito, nei secoli successivi, il legname per costruire le flotte con cui il Portogallo si conquistò il suo smisurato impero. Ecco come lo canta Pessoa, questo suo predecessore poeta, e antico re: ”Nella notte scrive un suo cantar de Amigo/ il piantatore di navi future,/ e ascolta un silenzioso mormorio nell’intimo:/è il rumore delle pinete che, come un frumento/ di Impero, onduleranno invisibili” (p.51).

La paura dell’ignoto che c’è, nei navigatori, per ciò che si nasconde oltre l’orizzonte, oltre l’oceano, è celebrata con la scoperta che quell’ignoto, una volta raggiunto, si presenta invece famigliare ed amico: “Mare anteriore a noi, le tue paure/ avevano corallo e spiagge e alberete, ...quando la nave si approssima.../s’apre la terra in suoni e colori:/e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori, ove era solo, di lontano, l’astratta linea...(p.57).

Una tempesta in mare è raccontata da tre versi magnifici: “Ma subito, dove il vento rugge, il lampo, faro di Dio, un attimo brilla e il mare oscuro rintrona” (p.59)ove quel “lampo faro di Dio” è anche un sorprendente e immaginifico lampo di poesia.

La decadenza, la malinconica decadenza del Portogallo d’oggi (oggi in quanto Novecento, rispetto ai secoli d’oro delle grandi conquiste) è sentita come una “foschia” ove tutto è “disperso” e “incerto”: “questo fulgore della terra, opaco,/del Portogallo che intristisce: splendore senza luce e senza ardore,/come quello che il fuoco fatuo rinserra...” (p.59).

Ma questi pochi che abbiamo citato sono rari esempi di una poesia ancora legata a contenuti oggettivi, in questo caso ad argomenti storici. Andando avanti nella lettura si entra ora in un mare magnum di lirismo introspettivo in cui si perde ogni contatto con il fattuale e si naviga nelle ombre di un animo esacerbato dalla sofferenza psichica, dalla ricerca spasmodica di una identità introvabile, di una ragione d’essere inconoscibile.

In questa monotona trafila di lamenti esistenziali s’aprono tuttavia, ogni tanto, immagini belle di navi, di venti in tempesta, di porti lontani e vicini, di moli: immagini che ci piace evidenziare perché intimamente legate alle radici eterne e incancellabili della storia di potenza marinara del Portogallo, storia di cui Pessoa era intimamente partecipe e fiero.

Navi felici, che dal vago mare/ finalmente tornate al silenzio del porto...”(p.63)
“Attraversa questo paesaggio il mio sogno d’un porto infinito/ e il colore dei fiori traspare dalle vele di grandi navigli/ che salpano dal molo trascinando sulle acque per ombra/ i profili al sole di quegli alberi antichi...” (p.65)
“La polvere ...cade /sulle mie mani piene di disegni di porti/ con grandi navi che se ne vanno e non pensano di tornare...” (p.71)
“Un solo lume ombreggia il molo./ Un suono di nave che parte./ Orrore! Non ci vediamo più!” (p.113)

Ed ora entriamo nel Pessoa più autentico, nel poeta che abbiamo definito arduo e pesante da leggere, e cerchiamo di coglierne, ove ci sono,quei momenti di lirismo introspettivo che abbiano ancora un significato e possano comunicare qualcosa, sia pure a tratti, a frammenti, ad attimi brevi, in un oceano di “parole in libertà”. Perché la poesia è anche questo: è lampo di luce nella notte, come un “faro di Dio”, che “un attimo brilla...” , una perla di luce in un mare buio. Ora dimentichiamoci però il Portogallo, l’Impero, le navi, le onde, i mari: ora abbandoniamo il mondo del concreto e entriamo nell’animo del poeta, nella sua mente, nel suo cuore. E’ ciò che chiamiamo lirismo introspettivo e non è portoghese o altro: è solo umano, verrebbe voglia di dire. Ma non è proprio così: c’è una tradizione di tristezza introspettiva, di fondo di nostalgia, di malinconia, che fa parte del DNA dei portoghesi, la “saudade”, che si ripercuote nella loro poesia, nelle loro danze, nei colori dei loro costumi, nel loro canto tradizionale, il “fado”...

Senza volere, rimugino/ ma non so che cosa.../ Non so cosa ho perduto/ o cosa ho trovato...(p.75)
“O cielo reale e grande/ non sapere il modo/ di pensare il mondo! (p.77)
“ Non so quel che voglio/ né posso sognarlo... E questa sensazione/ vana, di essere cieco nel mio pensiero/ nella mia volontà...” (p.79)
Ah, piove sempre nell’anima mia./ C’è sempre oscurità dentro di me...” (p.81)
Il mio pensiero è un fiume sotterraneo./ Per quali terre va e donde viene?”(p.83)
Che faccio nel mondo?/ Nulla che la notte plachi, o sollevi l’aurora...” (p.91)
“Ah! L’angoscia, la rabbia vile, la disperazione/ di non poter confessare/...il mio cuore che sanguina...” (p.93)
Tutto è nulla, e tutto/ un sogno finge di essere...” (p.103)
“...chiudo il mio cuore. Nell’inutile coscienza/ che è inutile tutto...” (p.107)
“Ho pena delle stelle che brillano da tanto tempo, da tanto tempo.../ Ho pena di loro.”(p.121)
“Non cerco chi mi ami:/ essere amato mi tedia” (p.133)
“Nulla sono, nulla mi resta./ Non so chi sono per me.” (p.137)
“...ho cessato di essere chi non sono mai stato/...Tutto dipende da quel che non esiste.” (p.157)
“Ah,il mondo è quanto noi portiamo./Esiste tutto perché esisto/ c’è perché vediamo...” (p.159)
“Quel che esiste si confonde/ con quel che dormo e sono.” (p.169)
“Nei miei momenti oscuri/ in cui in me non c’è nessuno...” (p.179)

Ecco: questo è il Pessoa più autentico. Un grumo di problemi emotivi irrisolti che dall’interno della sua anima sofferente si oggettivano in qualcosa di trascendente: dal mistero del sé al mistero del mondo, dell’esistenza cosmica.

 

C’è un abbozzo di un centinaio di pagine di un Faust che Pessoa tentò di scrivere per molti annidi seguito, anch’esso trovato, pasticciatissimo e disordinatissimo, nel famoso baule delle sue carte, e dei suoi scarti. Le carte del Faust sono state riordinate e l’abbozzo è stato pubblicato e anche tradotto in italiano, in una bella edizione del 1989, oggi dimenticata. Attenzione: non è un Faust, sono brevi frammenti di un progetto incompiuto di Faust, ma veramente affascinanti, e ora vedremo il perché.
C’è poco dialogo, lunghi monologhi,qualche intermezzo lirico, poca o nessuna drammatizzazione e, inevitabili, molte monotone ripetizioni. Un lungo delirio di un’anima in pena che grida il suo dolore e il suo orrore per l’inconoscibilità dell’esistere. Faust, ovviamente, è Pessoa: quasi un ulteriore eteronimo che si va ad aggiungere a quelli canonici.

Se ne accettiamo i limiti (incompiuto, monotematico, ripetitivo, delirante) il Faust di Pessoa a modo suo è molto bello: il grido di dolore, dolore esistenziale che nel poeta Pessoa è in qualche  modo trattenuto, ammorbidito, forse ingentilito dalla ricerca poetica o dal pudore personale,   messo in bocca all’altro da sé, all’impersonale, diventa urlo incontenibile, diventa furore, scuote le pagine del libro, si fa tempesta, raggiunge toni tragici di intensità assoluta, ineguagliabile.

Poche semplici parole che sembrano una tautologia e che invece sono una primaria verità filosofica sono nei versi dell’Atto Primo scritto nel 1932, parole di un Faust che “con gli occhi chiusi, rannicchiato nella poltrona, trema come per un gran freddo”. Eccole: “Il mistero supremo dell’Universo,/ l’unico mistero, tutto e in tutto,/ è che ci sia un mistero dell’Universo,/ è che ci sia l’Universo, qualcosa/ è che ci sia l’esserci...”(p.14-15).

Intorno a questa presa di coscienza, la più drammatica cui sia chiamata la mente umana, si svolge la lirica del dolore del Faust pessoiano, un’unica ripetuta domanda, delirante nella forma, ma lucidissima nella sostanza, gridata e gridata più volte e che rimane, e rimarrà forse per l’eternità, senza risposta: “Cosa significa che ci sia l’esserci? Perché ciò che è,/ è ciò che è? Com’è che il mondo è mondo?” (p.23)

 

Seduto sul bronzo del suo bellissimo monumento sul marciapiedi di A Brasileira, al Chiado, Pessoa è ancor là ad aspettare una risposta alle domande poste dal suo Faust. Una risposta che non arriverà mai, mentre una voce del Primo Intermezzo gli recita dolcemente: “se pensare è un tormento,/ nessuno ha sofferto come te./ Ti avvolgerò nel mantello/ che il Dolore ha tessuto per te...(p.37).
                                                                   
Alicante, in Spagna

5 settembre 008                 

 

 

 
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