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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STENDHAL
Il rosso e il nero, cronaca del XIX secolo
Introduzione e traduzione a cura di Velia Donadei Giacosa. pp.630. UTET, Torino, 1958.

Un fumettone di gran classe, di seicento e più pagine, diviso in due “libri” a loro volta suddivisi in capitoli, trenta il primo e quarantacinque il secondo. Anno: 1828/1830. Stendhal (1783/1842) lo pubblica all’età di 47 anni: è il suo primo grande romanzo e precede La Certosa di Parma (1839) di una decina di anni.
Fumettone? Sì, ce ne sono tutti i tipici ingredienti: amori, passioni, gelosie, ambizioni, carrierismo, faide da strapaese. Con un gran finale strappalacrime.
Se sia più bello Il Rosso e il Nero o La Certosa di Parma èquestione da sempre dibattuta. La critica ufficiale propende per dare la palma di vincitore al primo dei due romanzi. Chi scrive propende decisamente, invece, per La Certosa di Parma. C’è più ambiente, più società, più “Storia”, nella Certosa, dove protagonisti sono sì alcuni personaggi, ma di fatto protagonista è una città, un piccolo regno, un’epoca storica, di grande interesse tra l’altro, perché nell’imminenza di grandi trasformazioni.
Mentre qui, in Il Rosso e il Nero, protagonista pressoché esclusivo è un ragazzo di vent’anni, di sfrenata ambizione e di indomita volontà, con i suoi due amori, che riempiono di sé il romanzo, per la signora di Rênal il primo, per la marchesina Matilde de La Mole il secondo.
Una vicenda più limitata, privata, circoscritta, un orizzonte più individuale, umano, psicologico, anziché storico e sociale, anche se, ovviamente, non mancano nel romanzo né Storia né società. Un romanzo d’amore, fondamentalmente, uno scavo psicologico, se vuoi sin troppo forzato, sui protagonisti di due storie d’amore iperpassionali.
Se un regista volesse trarne un film cambiando date, abiti e circostanze, potrebbe, e Il Rosso e il Nero rimarrebbe Il Rosso e il Nero, anche ambientato in data d’oggi. Non così per La Certosa di Parma, ben più vasto e più ricco nel suo orizzonte narrativo, ma soprattutto ben più legato, in modo indissolubile, al proprio specifico momento storico temporale.

Siamo in Francia, nella Francia post napoleonica della Restaurazione, qualche anno prima del 1830: la storia che il romanzo narra ha una durata di poco più di tre anni. Dapprima in provincia, nei pressi della catena del Giura, non lontano da Besançon, e poi ci sposteremo a Parigi.
La piccola città di Verrières può essere considerata una delle più graziose della Franca Contea”(I,1): sindaco onnipotente della città è il signor di Rênal, di piccola nobiltà, poi trasformatosi in un rappresentante, piuttosto ricco, della nuova classe industriale. La moglie, la signora di Rênal, aveva l’aspetto di una donna di trent’anni, ma era ancora piuttosto bella...”(I,2). “Era una donna alta, ben fatta, che era stata la bellezza del paese, come dicono in quelle montagne...”. Dotata di “una cert’aria e di una andatura giovanile...di una grazia ingenua, piena di innocenza e vivacità, avrebbe persino potuto suggerire idee dolcemente voluttuose...Ma se la signora di Rênal avesse potuto sospettare questo genere di successo ne avrebbe provato molta vergogna. Né la civetteria né l’affettazione avevano mai sfiorato quel suo cuore” (I,3).
In breve: è una donna dolcissima e molto bella (fra l’altro anche molto ricca, ben più del marito), assolutamente onesta , affezionatissima ai figli, profondamente cristiana, sicuramente non innamorata del marito, un uomo dedito agli affari, al denaro, alla politica, tutto ciò che può soddisfare la sua ambizione e a gestire le tante rivalità del suo primato sulla cittadina di cui è sindaco.
Una donna moralmente di prim’ordine, incorruttibile, priva di colpe, di peccati, di ambizioni: l’ultima donna al mondo che potrebbe compiere adulterio...
Ed è lei la donna di cui perdutamente si innamorerà il protagonista del romanzo, Giuliano Sorel, tra i diciotto e i diciannove anni, figlio di un disprezzabile falegname. Pessimo il rapporto fra padre e figlio perché mentre il padre è una sorta di analfabeta avido di denaro (ma parliamo di spiccioli...) tutto dedito, con gli altri figli, a mandare avanti la sua segheria-carpenteria, Giuliano sembra provenire da un altro mondo: all’età di 19 anni parla e legge latino e conosce a memoria, a menadito, i quattro vangeli del Nuovo Testamento più pagine e pagine di Orazio, di Ovidio, di Virgilio... Perché ha avuto, per tutta l’adolescenza, un vecchio amico, un generale medico in pensione, che, colpito dalla sua intelligenza, gli ha insegnato latino e Storia. E grazie infine alle istituzioni ecclesiastiche: Giuliano è abate, da anni studia teologia e il suo progetto di vita è quello d’entrare in seminario. Sono passati i bei tempi, belli per i bonapartisti, di cui Giuliano è segretamente un nostalgico, in cui anche un giovane nullatenente, di sangue oscuro, se dotato e di talento, poteva diventar generale a trent’anni. Napoleone non c’è più, e i figli dei bifolchi se vogliono elevarsi di un gradino e tentare d’affacciarsi in società, devono scalare l’unica possibile carriera aperta a loro, quella ecclesiastica.

La vicenda prende il via con la decisione del signor di Rênal, il sindaco padre-padrone della cittadina, di assumere Giuliano Sorel in casa sua come precettore dei propri tre figli. Sia perché davvero desidera offrire loro l’erudizione di Giuliano, sia perché vuole far rabbia all’altro signorotto della cittadina, suo eterno antagonista, anch’egli ricco e ambizioso, il signor Vallenod, rivale sin da quando, ben più giovani, anch’egli corteggiava sua moglie. Questo nome, Vallenod, che poi dimenticheremo per quasi tutta la seconda parte del romanzo, tornerà di drammatica rilevanza nelle ultime pagine perché il personaggio avrà un ruolo decisivo nella tragica conclusione.

Vallenod si è appena comprato due imponenti cavalli normanni, per far rabbia a Rênal, e Rênal si prende un precettore in casa per far rabbia a Vallenod, i cui figli non hanno precettore. Questa è la logica della provincia francese: rivalità, dispetti, invidie, abilità, furbizia, ipocrisia, ma a tratti anche politica di alta portata, sino a coinvolgere, in un’occasione, persino il re, che verrà in visita a Verrières per un giorno.
E’ la pittura d’un ambiente sociopolitico, una specialità tutta di Stendhal, legata in questo caso a quell’epoca, quella breve e particolarissima stagione della Restaurazione, dopo la caduta di Napoleone. E con un limite, purtroppo: d’essere trattata in modo difficile da capire, oggi, e molto minuzioso, pedante, meticoloso, particolareggiato, sino all’eccesso.

Al di là della descrizione dell’ambiente, peso ben maggiore lo ha, in questa prima metà del libro, il tema principale, il lentissimo graduale formarsi di una relazione amorosa tra Giuliano e la signora di Rênal.
Un’impresa che ha dell’impossibile: la signora di Rênal è davvero di tale superiorità morale da parere incorruttibile, inespugnabile, inavvicinabile.
Eppure il fatto avviene, la relazione nasce.

Per motivi diversi, ma la difficoltà è tale a quella del deforme Riccardo, nel “Riccardo III” di Shakespeare, nel voler conquistare Anna di Neville, davanti al cadavere ancora caldo del suocero di lei, Enrico VI. Shakespeare ci riesce, credibilmente e poeticamente, impiegando meno di duecento versi. Stendhal impiega cento pagine almeno. Ma non per questo significa che Shakespeare sia più bravo di Stendhal. Shakespeare si diletta di darci un esempio supremo di eloquenza, Stendhal un esempio invece, unico nel suo genere di approfondimento, di analisi psicologica sottile, raffinata, minuziosa, penetrante e illimitata se si può dire. Se vogliamo usare una terminologia cinematografica, possiamo dire che Stendhal, nel raccontarci l’avverarsi di questa relazione, lavora tutto al “ralenti”, oppure con una lente di ingrandimento per cui fatti impercettibili si ingigantiscono e diventano gesti da cui non si potrà più prescindere.

Quando i due si incontrano, la signora di Rênal, “dal canto suo era del tutto sconcertata dalla bellezza della carnagione e dai grandi occhi neri di Giuliano e dai suoi bei capelli... Con sua grande gioia scopriva che il fatale precettore, di cui aveva tanto temuto per i suoi figli la severità e l’aria arcigna, aveva l’espressione timida di una fanciulla...” (I,6). E Giuliano rimase “vivamente colpito dallo  sguardo pieno di grazia della signora di Rênal...attonito davanti alla sua bellezza” (I,6).
“Per i primi giorni non li frusterete i miei bambini, anche se non sapranno le loro lezioni, non è vero?”, chiede “a mezza voce” a Giuliano, “con tono dolce e quasi supplichevole”. “Mai, signora, picchierò i vostri figli: lo giuro davanti a Dio”, risposeGiuliano e “dicendo queste parole ebbe il coraggio di prendere la mano della signora di Rênal e di portarla alle labbra...” (I,6).

La signora di Rênal è materna, questa è la sua dimensione psicologica primaria. Suo figlio maggiore ha 11 anni, Giuliano ne ha 18. Prende a poco a poco ad amare il ragazzo, ma ad amarlo in modo figliale. E’ povero, non ha biancheria, non ha vestiti, cerca (ma l’orgoglio di lui glie l’impedisce) di regalargli del denaro. Infine convince il marito a mandarlo a proprie spese dal sarto di casa.
La signora di Rênal, salvo quello figliale, non sa nemmeno che cosa sia l’amore: e non conoscendolo non lo teme. Si innamora a poco a poco di Giuliano senza minimamente neppur sospettarlo. E se ne rende vagamente conto quando la sua cameriera personale, Elisa, le chiede di intercedere presso Giuliano affinché il ragazzo prenda in considerazione di sposarla. Parlando con Giuliano e perorandola causa della ragazza “la signora di Rênal si concesse la deliziosa voluttà di difendere la causa della rivale e di vedere la mano e la fortuna di Elisa respinte costantemente per un’ora intera”. Questa “deliziosa voluttà” la lasciò “profondamente stupita. –Mi sono forse innamorata di Giuliano?- si chiese infine” (I,8).

Giunge la bella stagione. Si spostano a villeggiare in un loro castello a Vergny. Viene, ospite, una parente-amica della signora di Rênal, la signora di Derville.
Giuliano è sempre più teneramente innamorato della inconsapevole e fragile signora di Rênal. La vuole, la vorrebbe. Ma l’impresa è difficilissima e rischiosa. Giuliano è un sottile calcolatore: progetta le mosse pesandole a milligrammi. Ora si propone di ottenere che la mano della signora di Rênal, quand’egli per un motivo qualunque dovesse sfiorarla, non si ritragga. Un giorno, in giardino, decise che quello era il momento, che “quella sera ella dovesse assolutamente permettergli di tenerle la mano” (I,9). E a se stesso promette e minaccia: “Nel momento preciso in cui suoneranno le dieci, eseguirò quello che per tutto il giorno mi sono proposto di fare questa sera, oppure salirò in camera mia e mi brucerò le cervella!” (I,9).
E quella sera raggiunge il suo scopo: “... un ultimo sforzo venne fatto per strappargliela, ma alla fine la mano restò nella sua.” (I,9). Quella sera “la signora di Rênal, rapita nella sua felicità d’amore, era talmente inesperta che non si faceva nessun rimprovero. La felicità le tolse il sonno. Un sonno di piombo colse invece Giuliano, terribilmente stanco della lotta” (I,9) che aveva condotto con se stesso nell’imporsi il dovere, il dovere, non il piacere, di quell’atto temerario: tenerla per mano.

Le pagine scorrono e scorrono. Lei, la signora di Rênal, è semplice e disarmata: non ha mai avuto un amante, non ha mai, neppure, letto un romanzo d’amore... Si lascia conquistare in modo totale, esclusivo assoluto.
Giuliano no: Giuliano è un uomo complesso,carico di rabbia e di odio. Odio di classe, soprattutto. E’ innamoratissimo di lei, ma lotta per non esserne posseduto. Non riesce a vedere in lei solo la donna: è comunque, e prima di tutto, la rappresentante di una classe sociale (ricchezza, nobiltà, potere, prepotenza, arroganza)che lui odia e disprezza. Per cui ne è disperatamente attratto, ma la fugge, la ama teneramente, ma fa di tutto per ferirla e umiliarla.
Via via che l’amore si fa, tra i due, più intenso e inevitabile (un amore ancor tutto platonico e sofferto), in lei aumenta la tenerezza, la dolcezza e un po’ anche la paura; in lui al contrario aumenta l’alterigia, la rabbia, “l’espressione dell’orgoglio offeso e della ferocia” (I,12).

 

Prima che accada l’inevitabile Giuliano fa un viaggio e va a trovare un amico, Fouqué, l’unico amico della sua esistenza, commerciante in legname, appartenente quindi alla sua stessa classe sociale, ma “borghesemente” elevatosi sul piano economico. Fouqué capisce che il livello culturale e le conoscenze di Giuliano potrebbero aiutarlo nei suoi commerci e gli offre di rimanere con lui come socio. Potrebbe in pochi anni raggiungere un ragguardevole livello di benessere e sistemarsi per sempre. Ma Giuliano non accetta, la sua ambizione è smisurata: “Come? Perdere sette o otto anni e arrivare a ventotto anni! Ma a quell’età Bonaparte aveva già compiuto le maggiori imprese!” (I,12)
Giuliano lotta con se stesso: da un lato “la mediocrità e il benessere”, dall’altro “i sogni eroici della sua giovinezza”: vince l’ambizione e torna dai Rênal.

E a questo punto impone a se stesso che la signora dì Rênal divenga la sua amante: lo vuole. Ma è così inesperto anche lui in fatto di amore: tutto ciò che ne sa lo ha appreso sulla Bibbia...
È imprudente e grossolano: una sera decide che quella notte dovrà entrare nella camera di lei. E così fa, maldestramente, rumorosamente, ma lo fa.
Vedendolo entrare la signora di Rênal si slanciò con impeto fuori dal letto : -Disgraziato! esclamò...”(I,15). “Giuliano rispose ai suoi rimproveri gettandosi ai suoi piedi, abbracciandole le ginocchia. Ella continuò a parlargli con estrema durezza, allora Giuliano si sciolse in lacrime... Qualche ora dopo, quando Giuliano uscì dalla camera della signora di Rênal si sarebbe potuto dire, in stile romanzesco, che non aveva più niente da desiderare...” (I,15).

Prende l’avvio così, in poche righe garbate e discrete, l’adulterio più gentile e più incolpevole della letteratura dell’Ottocento.
“In pochi giorni Giuliano cedette all’ardore della sua età e fu perdutamente innamorato...” (I,16). Questo èlui. E vediamo lei: “C’erano dei giorni in cui aveva l’illusione di amarlo come un figlio... La sua intelligenza giungeva a spaventarla: ogni giorno le pareva di scorgere più chiaramente nel giovane abate il futuro grand’uomo. Ella lo vedeva papa, lo vedeva primo ministro, come Richelieu...(I,17).
Per quanto tormentato sia Giuliano nella sua mente ammorbata da complessi di inferiorità sociale, da sussulti di lotta di classe, da ambizioni che sconfinano nell’alterigia e nel disprezzo, il suo amore per la signora di Rênal è fanciullesco, è sincero, è illimitato. E quello di lei per lui, smisurato, materno, protettivo, ma soprattutto innocente, d’infinita dolcezza spirituale, neppure sfiorato da sensi di colpa.

Intanto gli eventi esterni corrono.
Abbiamo la visita del re, per la cerimonia d’una reliquia custodita nella chiesa della cittadina. Abbiamo Giuliano che, per la parata, veste da cavaliere e si avvicina sino a sei passi dal re, scatenando ire, invidie, rivalse, gelosie. Abbiamo l’incontro con il potentissimo e altero marchese de La Mole, della corte del re, che diventerà una figura fondamentale nella parte successiva del romanzo.
Abbiamo una grave malattia del bambino piccolo della signora di Rênal e la convinzione, da parte della madre, che si tratti della divina punizione per il suo adulterio: è la scoperta, per l’ingenua signora, del senso di colpa, sinora del tutto estraneo alla sua soavità spirituale, alla sua innocenza.
Per salvare il proprio bambino è pronta a tutto: a rinunciare a Giuliano, ad autodenunciarsi al marito, a pagare con la propria vita, con la propria dannazione all’inferno.
Il bambino presto guarisce, sì, ma ora la signora
 
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