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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PIERRE DE MARIVAUX
Il villan rifatto ovvero Le memorie del Signor ***
Introduzione e traduzione di Pietro Citati. pp.267. UTET, Torino 1955.

 

Sia a teatro, tante e tante commedie che noi italiani non frequentiamo, che nei romanzi, di fatto due soli ed entrambi incompiuti, fu così bravo nel raccontare le garbatissime schermaglie verbali di corteggiamento ed amore, tipicamente settecentesche, con uno stile raffinato, ornato, ricamato, che dal suo nome nacque un termine letterario, dapprima leggermente dispregiativo e poi descrittivo: il marivaudage.
Marivaudage è quello stile-linguaggio prezioso, raffinato, delicato, magicamente leggero, ma insieme molto colto, con cui due innamorati (che innamorati non sono per niente, hanno solo voglia di andare a letto insieme, ma rispettando formalità garbo e convenzioni) duellano con letteraria eleganza e preziose moine per raggiungere il loro scopo, atteggiandosi rigorosamente ai modi del perfetto gentiluomo, della perfetta gentildonna, campioni di correttezza, irreprensibilità, galanteria, ma campioni anche di compiuta devozione cristiana. Devozione che altro non è che un splendido gioco di bigotta ipocrisia...

Pierre Carnet de Chamblain de Marivaux (1688-1763) nacque a Parigi e visse dapprima a Limoges e poi a Parigi: fu un letterato e un maestro di pensiero, fondò riviste colte di letteratura, scrisse tanto per il teatro comico e leggero, con notevole successo. Fu eletto all’Académie française (1743). Subì, come tantissimi suoi contemporanei, lo spaventoso crollo economico, con totale rovina della proprie finanze, del sistema di ricchezza cartacea inventato da John Law (e se a  proposito ce lo andassimo a leggere un libro interessantissimo su Law? J.Gleeson: L’uomo che inventò il denaro. pp.315, Rizzoli, Milano, 2000: l’agghiacciante storia della più colossale catastrofe economica toccata al mondo occidentale...).
Ancora una cosa importante, diciamo di Marivaux: fu una specie di femminista ante-litteram, insinuando, se non proprio esplicitamente propugnando, idee e atteggiamenti di parità di diritti fra uomini e donne e di legittimità del libero amore. D’accordo che siamo nel periodo dell’Illuminismo, ma siamo pur appena usciti dal Barocco ed è pur sempre un uomo nato nel Seicento questo nostro simpatico autore...!

Il romanzo che qui raccontiamo, del 1735-1736, definito incompiuto, in realtà, per quanto di ben 250 e più pagine, è molto meno di un romanzo incompiuto. E l’inizio, solo l’inizio, di un romanzo mai scritto.
Il tema promesso è infatti quello della smisurata fortuna fatta da un contadinello dello Champagne in quel di Parigi, a causa della sua bellezza, dei bei modi, della gentilezza. Il romanzo si blocca proprio  al punto di partenza, precisamente al momento in cui il ragazzo incontra e si ingrazia, dopo una serie di avventure preparatorie, l’uomo potentissimo che farà la sua fortuna. Punto. Qui ci fermiamo. Per cui tutto il romanzo è un prepararsi, lento e circostanziato, ad eventi che non leggeremo.
Tuttavia Il villan rifatto è leggero e piacevolissimo e, non ostante sia un po’ ripetitivo, non riesce ad annoiare.

E’ narrato in prima persona da un ragazzo di 17 anni, di nome Giacobbe, il quale, del tutto incolto, ma non analfabeta, viene mandato per la prima volta a Parigi, dal proprio padre, per portare il vino dell’anno ai padroni della fattoria di cui il                     padre è fittavolo.
La bellezza di Giacobbe gli spalanca le porte, ovunque. Nella casa del padrone subito s’invaghisce di lui una cameriera della signora, ed anche la signora, la quale intuisce il pericolo del fascino di questo ragazzo.
Lui accetta l’amore della cameriera, ma questa, subito, vuole assicurarsi il matrimonio. Perché? Perché è l’amante del padrone, da cui riceve gioielli e denari e vuole legittimare la comoda situazione. Pur di mantenersi la giovane amante senza seccature, il padrone propone a Giacobbe una casa e una rendita, in cambio del matrimonio. Ma il nostro ha un orgoglio e una intelligenza che lo portano a rifiutare. “Noi al paese si sposano solo le vergini... Una che fosse stata cameriera di un signore, bisognerebbe che si accontentasse di un amante, ma marito niente...(I,p.41). Al che il padrone, fino a quel momento amichevole e generoso, diviene una belva e gli dà l’aut-aut: o ti sposi la ragazza o ti faccio schiaffare in galera per aver approfittato di lei in casa mia. Saremmo alle brutte se non sopraggiungesse deus ex machina un bel colpo apoplettico al padrone. E in tre giorni tutta la ricca casa è sopraffatta dai creditori e Giacobbe meschino se ne va preparandosi tristemente a tornare al paesello.

Nelle giornate che seguono, un presto nebbioso mattino, Giacobbe incontra su un ponte, in difficoltà nel camminare, una signora che arranca: “una donna avvolta in una grossa sciarpa in taffetà semplice che si appoggiava alla cancellata e diceva. –Ahimé! Muoio!” (I,p.53)
“Io –ci racconta Giacobbe-  pensavo avesse una quarantina d’anni, ma in realtà aveva già raggiunto i cinquanta... e l’aspetto, l’abito e la meticolosa proprietà del vestire mi fecero pensare di avere davanti una devota, perché hanno quasi sempre la stessa maniera di acconciarsi, questa specie di donne: è la loro uniforme, questa, e non mi era mai piaciuta...” (I,p.53).
Con quest’incontro con la signorina  Habert, attempata devota o, come diremmo noi oggi, stagionata bigotta, entriamo nel vivo del racconto. Il tempo d’aiutarla caritatevolmente, sorreggendola col braccio, sino a raggiungere casa, e la bigottona s’è già fatta mille progetti sulla giovane preda, prima che altri possa catturargliela. A casa c’è un’altra sorella, bigotta e zitella anche’essa, che si oppone violentemente al progetto della prima (assumere Giacobbe al volo, come cameriere, e poi cercare di impalmarlo).
Ma non si fermano al primo conflitto le zitelle devote. Non per niente sono devote: hanno sempre un alibi parareligioso per sostenere le loro azioni conformi alle volontà divine. “Penso che  Dio abbia benedetto la mia passeggiata, perché mi ha permesso di incontrare questo ragazzo...” (I,p.57).
Si rimanda all’esame del prete che funge loro da confessore e consigliere spirituale, il quale, ovviamente, non vuole interferenze in una casa in cui la fa da padrone e sconsiglia di tenersi Giacobbe. E’ uno sconosciuto, potrebbe non essere per bene, sicuramente potrebbe indurre in tentazione... Ne nasce il solito litigio: “...sono le migliori donne del mondo, e vivono come delle sante, ma è proprio per la loro santità che litigano. Non passa giorno senza che si azzuffino sul bene, sul male, sull’amore di Dio che le rende scrupolose...(II,p.75).
Ormai è deciso. La zitella si prende il ragazzo, manda al diavolo sorella maggiore, prete e cameriera ficcanaso, se ne va di casa e va a cercarsi, con lui a braccetto, una dimora in affitto. Quando? Subito: qui le cose si fanno al volo, la grazia di Dio va raccolta quando arriva...
Mentre circolano per strada cominciano le moine : “ A poco a poco i miei discorsi cambiarono tono: erano gentili e divennero complimentosi, poi qualcosa di ancora più vivo, e poi si avvicinarono al tenero e alla fine, in fede mia, era amore anche se la parola non l’arrischiavo, perché mi sembrava troppo grossa; ma era proprio di questo che le parlavo. Lei non pareva farci attenzione e lasciava passar tutto sotto il pretesto del piacere innocente che trovava nella mia semplicità...” (II,p.84).

I due piccioncini dunque affittano casa. Lui non deve parere un domestico: sarà d’ora in poi un cugino della signora, il signor de la Vallée.
Naturalmente viviamo in un mondo incantato tutto acquarelli a tinte fresche e leggere, sia pure con gran realismo, per cui anche le padrone di casa, una vedova e sua figlia zitellina, diventano piccanti attrazioni per il nostro signor de la Vallée. E ingelosiscono la nostra signorina Habert la quale, a scanso d’ogni pericolo, subito, già l’indomani mattina traffica per arrivare al matrimonio entro sera. “La tua semplicità e il tuo candore mi rapivano...  Non vedete che il mio amore era deciso da una profezia divina, e che tutto era deciso prima di noi?.. Tu sei colui che Dio vuole che ami, tu sei l’uomo che cercavo, l’uomo con cui devo vivere, e io mi darò a te!” (II,p.104-105).
Seguono deliziosi quadretti di malignità tra sposina e padrona di casa, sull’infido tema dell’età reciproca dei due promessi, sulla possibilità di aver ancora dei figli: “Quarantacinque anni!... eh, ma non è nulla; sono solo venticinque anni più di lui...perbacco, ve ne davo almeno cinquanta!...Voi siete appetitosa e lui è giovane: ci sarà famiglia...” (II,p.108-109).
Si combina per la sera. Entriamo in un mondo di abitudini borghesi che non conosciamo. Così si fa un matrimonio: si fa venire un notaio a casa, si prepara una cena con tre o quattro semisconosciuti invitati ad hoc dalla padrona di casa e poi alle 23 si va in chiesa ove il prete aspetta. Ma il prete, sorpresa! purtroppo è quella canaglia del consigliere spirituale della signorina Habert, piantato in asso qualche sera prima. Tutto va a monte, anche la ricca cena, unica cosa che interessava agli invitati.
L’indomani abbiamo una sorta di processo privato organizzato dalla sorella ostile, presso un non definito ma autoritario Presidente, con sua moglie la Presidentessa, e un’amica, la signora Ferval, altra devota, altra “ninfa di cinquant’anni” (III,p.137). Ovviamente il nostro signor de la Vallée con la sua dolcezza e la sua spontaneità se li conquista tutti, matrone e zitelle al primo posto.
E inizia, a danno del nostro, un altro corteggio, da parte della ninfa, vedova, donna potente e vogliosa. E il ragazzo è arrendevole. La ninfa lo convince del fatto che lui più che innamorato della Habert, le è grato, perché lei l’ha tolto dalla strada. Ne nascerebbe un’avventura istantanea, un’avventura extra, se un incidente per strada, un fanatico che si avventa su Giacobbe con una spada insanguinata, non scombinasse tutto sino a portarlo per malinteso in galera.
Ma viene entro breve scolpato e finalmente, dopo un po’ di disavventure, i due possono sposarsi. Sono le due di notte, naturalmente, perché in questo mondi –scopriamo, con stupore- si fa così, e finalmente i due possono amarsi. “Le donne più calde, più affettuose, vecchie o giovani che vivono nel mondo, non amano in questa maniera...Per amare come lei, bisogna esser stati devoti per trent’anni e per trent’anni essersi fatti coraggio di rimanerlo, bisogna aver resistito per trent’anni alla tentazione di pensare all’amore, e per trent’anni essersi fatti scrupolo di ascoltare o di guardare gli uomini...” (III,p.166-167).
Come sorta di regalo di nozze la neo moglie manda Giacobbe dal sarto, a vestirsi a nuovo: “ trasformato in cavaliere, con la fodera di seta, col bordo d’argento sul cappello e i capelli che mi scendevano sino alla cintola... In fede mia ! col mio vestito nuovo bastava avere degli occhi per trovarmi bello... (III,p.170).
Orgogliosa di tanta bellezza, la moglie lo spedisce dalla signora Ferval, la vedova potente e bellona che avevano conosciuto dal Presidente: dovrà procurargli un lavoro.
Ma intanto, bene in carne com’è, elegante, “con una gonna che non scende sino ai piedi e vi lascia intravvedere un paio di gambe meravigliose... e con uno dei piedini che aveva perduto la pantofola ed era graziosissimo in quella specie di nudità...” (III,p.172) più cheuna chance di lavoro la vedova  gli procura emozioni e turbamenti. “Che appetitoso piedino, signora…” , “sei bello come l’amore...” , “siamo troppo vicini, scòstati un po’, temo d’esser sorpresa...”, “mi piaci, Vallèe, e sei il ragazzo più pericoloso che conosca...” (III,p.174-177).
Non si consuma quest’oggi il piattino di grande eccitazione messo in piedi: si rimanda a domani, in una sorta di casa d’appuntamenti dove la Ferval si farà trovare ad una certa ora e Giacobbe arriverà con una carrozza per la quale la Ferval gli anticipa il costo.
Ora invece, con una lettera di raccomandazioni della Ferval, via subito da un’altra potente signora, la signora di Fécour, cognata di un grande della finanza, che tutto può a Parigi. E anche qui, vano dirlo, i due non rimangono minimamente indifferenti l’uno all’altra e il nostro signor de la Vallée può soddisfatto esclamare a se stesso “Immaginate un tanghero come me diventare nello spazio di due giorni il marito di una donna ricca e l’amante di due signore di qualità...” (II,p.188).
Qualche digressione su storie altrui, viaggiatori incontrati in carrozza, e un fugace incontro a Versailles con il finanziere Fécour che lo rimanda a due giorni dopo nel suo ufficio a Parigi.
Ma prima di congedarsi, l’incontro pietoso con due povere donne, madre e figlia, anch’esse ad implorare un lavoro per il proprio marito-padre, ammalato e licenziato dallo spietato Fécour. Una digressione che possiamo saltare e che comporta una lunga storia di miserie e di bontà.
Ora, è ancora pomeriggio, torniamo velocemente a Parigi perché si avvicina l’ora dell’appuntamento galante con la Ferval, nella casa equivoca. E qui ne avvengono di tutti i colori a causa d’un prepotente che scambia la Ferval per la sua amante e piomba geloso nell’alcova per sorprenderla.
Torniamo in città, verso casa, per una nuova avventura di spadaccini e sangue che scorre. Un bel giovane è assalito da tre brutti ceffi: Giacobbe, lo sappiamo, ha il vestito nuovo e appeso al fianco lo spadino. Senza riflettere e calcolare l’estremo rischio per la sua totale incompetenza in fatto d’armi, si avventa in difesa del giovane e lo salva.

E in pratica qui finisce il libro: “Da quest’avventura non mi aspettavo niente e pensavo che ci avrei guadagnato soltanto l’onore di aver compiuto una bella azione. Invece fu proprio allora che ebbe inizio la mia fortuna, non avrei potuto cominciar meglio la mia carriera. Sapete chi era l’uomo a cui avevo salvato la vita? Niente di meno che il nipote di colui che allora governava la Francia, del  primo ministro...” (V,p.256).

Non sappiamo altro del progetto di romanzo di Marivaux, salvo che la moglie, la devota signora Habert, sarebbe morta presto.

A parte il finale, un po’ affastellato, in certi toni picaresco, forse dovuto a un voler accumulare temi per svilupparli poi in seguito, tutto il romanzo è disteso, sereno, riflessivo, lento, riposante. E tutto sommato piacevole.

Non è un’opera d’arte. Non diventano classici solo le opere d’arte. Lo diventano anche le opere innovative, quelle esemplificative, i capo-genere: Il villan rifatto spicca vistosamente alla sua epoca per essere una storia interamente guidata da donne. Un gioco tutto condotto dall’elemento femminile, in cui il maschietto della situazione è una pedina interamente alla mercé di devote, di false devote, di zitelle, di astute servette, di ninfe, di vedove, di maliziose e smaliziate matrone, di padrone di casa che puntano più al marito dell’inquilina che al contratto d’affitto, di madri e figlie che si porterebbero via l’uomo l’un l’altra, di affittacamere infedeli e fedifraghe...

Cherchez la femme!

 

Milano, 29-05-010

 

 

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