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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
WILLIAM FAULKNER
Sei racconti polizieschi Gambetto di cavallo e altre storie
Traduzione di Emanuela Turchetti e Ottavio Fatica, pp. 237, Einaudi, Torino, 2000.

Faulkner: sei racconti impossibili raccolti sotto il titolo di Sei racconti polizieschi. Impossibili perché? Perché è impossibile - o quasi - leggerli sino in fondo, uno per uno, senza abbandonarli a metà. La critica definisce Faulkner scrittore "barocco": eufemismo per dire che è involuto, pesante, estenuante. D'altra parte ha ricevuto il premio Nobel: come trascurare uno scrittore laureato Nobel? Tocca tenerne conto, tocca leggerlo, tocca dargli adeguato rilievo nelle storie letterarie.
Polizieschi, i racconti, perché in ciascuno c'è il morto, c'è un qualche sceriffo che indaga o si rifiuta di indagare e c'è un avvocato, l'avvocato Stevens, protagonista, lo stesso personaggio che passa da uno all'altro in tutti i sei racconti, il quale treated copper foil, non convinto mai della versione ufficiale dei fatti, scopre verità nascoste e smaschera l'assassino scoprendone i moventi. Un avvocato un po' pedante, un po' lento, un po' introverso, molto didascalico, professorale, paternalista, che fuma la pipa, gioca a scacchi, non termina mai un argomento senza passare improvvisamente ad un altro e non termina mai un discorso portandolo sino fondo, per la gioia del lettore che - così - è certamente tenuto all'oscuro di tutto, per rendergli più difficoltosa, più misteriosa, più noiosa la lettura.
Sullo sfondo (siamo nella immaginaria contea di Yoknapatawpha nel Missisipi) la società americana del Sud negi anni tra il proibizionismo e la seconda guerra mondiale, il distacco fra le classi sociali, l'assoluta estraneità dei negri (i negri non hanno mai un nome, sono solo "un negro") alla vita della cittadina, l'immobilismo, l'indifferenza, l'abulia, della società americana di provincia nei confronti del mondo esterno, della Storia che corre, del Tempo che trasforma ogni cosa.
E riga dopo riga la compiaciuta involuzione d'uno scrittore che ama scrivere per se stesso, non per il lettore, che ama ripetersi, chiudersi nel difficile e nell'incomprensibile, infliggere pedanterie rocambolesche, noiose spirali di parole e di echi di parole.

In Monk l'avvocato Stevens ottiene la grazia per uno scimunito, Monk appunto, chiuso in carcere per un delitto che non ha copper foil tape. Ma costui la grazia la rifiuta, perché in carcere si è affezionato a un guardiano e ci sta benissimo. Pochi giorni dopo la rifiutata grazia, Monk fugge di prigione e viene accusato di aver ucciso una guardia carceraria. Viene acciuffato, processato, impiccato. In realtà non era lui ad aver ucciso la guardia, ma un altro carcerato che voleva liberarsi dell'unica guardia che si opponeva alla sua grazia.

In Fumo c'è una difficile storia d'una tripletta, un padre e due figli, quello buono e quello cattivo. Il padre muore (muore o è ucciso?), il figlio buono dovrebbe ereditare, ma il giudice che deve convalidare il testamento la tira per le lunghe, forse perché sospetta che l'uomo sia stato ucciso. Ed ecco che qualcuno uccide il giudice. Il colpevole verrà scoperto, colpevole di entrambi gli omicidi, sempre dal nostro avvocato Stevens, per un particolare infinitesimale: l'odore imprigionato in una scatolina d'argento che cadendo per terra nel luogo e nel momento del delitto si apre e si impregna dell'aroma del tabacco fumato dall'assassino.

Una mano sulle acque è la storia di due emarginati che abitano in un bosco e si procurano da vivere pescando in un fiume. Uno di questi viene annegato e legato alla grossa lenza da pesca che attraversa il fiume da parte a parte. Il giudice archivierebbe il caso come morte accidentale. Ma Stevens intuisce - è la presenza di un remo sulla barca che glie lo fa intuire: il morto non usava il remo, muoveva la barca tenendosi attaccato alla lunga lenza - che si tratta di un'assassinio. Movente, la riscossione di una polizza sulla vita.

In Domani si ha un processo per un omicidio dovuto a legittima difesa. Tutta la comunità si aspetta un'assoluzione. E invece no: un membro della giuria, un vecchio reietto ed emarginato, si ostina a volere la condanna dell'omicida. Non essendoci unanimità nel verdetto, il processo andrà rifatto, con un'altra giuria. Il "giallo" è capire perché quel giurato vuole far condannare l'omicida non ostante sia chiaramente incolpevole. Perché il malvivente ucciso, ucciso appunto per legittima difesa, tanti e tanti anni prima era stato un bambino allevato dal giurato quando questi era giovane ed emarginato da tutto il villaggio. Allevato per qualche anno e poi perso per sempre perché la legittima famiglia lo aveva preteso in restituzione.

Un errore di chimica, questo il titolo del racconto, è quello che fa l'assassino cercando di sciogliere dello zucchero nel whisky puro. Questo gesto rivela agli occhi dell'avvocato Stevens, osservatore attento, che quell'uomo non può essere chi si finge d'essere. È un impostore. Tutti i vecchi della contea sanno che lo zucchero non si scioglie nel whisky: bisogna prima allungarlo con acqua. Dunque l'uomo che l'avvocato Stevens ha davanti a sé non è il suocero - vecchio paesano che mai farebbe un errore del genere copper foil - ma è il genero, uno straniero venuto da fuori, mascherato e camuffato da suocero per impossessarsi della sua ricca proprietà. Il suocero è stato ucciso ed è seppellito nel bosco, così come è stata uccisa la figlia, moglie dell'assassino.

Gambetto di cavallo è un racconto lunghissimo, quasi un centinaio di pagine. Anche qui intrighi famigliari. Ma questa volta non c'è il morto: l'avvocato Stevens impedisce l'assassinio, scoprendolo un momento prima. C'è una ricchissima e bella vedova quarantenne con due figli diciottenni, una lei e un lui. E c'è, ospite in casa loro, un capitano Gualdres di cavalleria, argentino, d'una trentina d'anni, che non si capisce bene se fa la corte alla vedova o alla figlia di lei. Il figlio maschio della vedova è geloso del capitano argentino, più bravo di lui in ogni cosa. Allora gli mette a disposizione nella scuderia un cavallo assassino. Chiunque gli si avvicini viene assalito a calci e ucciso. Stevens mette in guardia il capitano proprio mentre di notte sta per avvicinarsi al focoso cavallo. E il racconto si conclude con il giovane che parte per la guerra in Europa e Gualdres e la ragazza che si sposano.

I racconti, tutti e sei i racconti, sono mortalmente noiosi e, ciò che è peggio, così ricchi di lunghe polverose e interminabili digressioni, da risultare assolutamente incomprensibili.
Sono racconti cerebrali, costruiti a tavolino con lucidità di intenti e non con il cuore, non con commozione, non col sentimento. Un'unica figura commovente, che costituisce l'eccezione che conferma la regola, quella dell'emarginato di quando, nella retrospettiva del racconto, è descritto il suo tenace animalesco attaccamento a un neonato lasciatogli da una donna con cui si era legato e che muore poco dopo il parto.
La tecnica narrativa di Faulkner è volutamente involuta e complessa, come oggi è di moda in un certo genere di cinema fatto più di forma che non di sostanza: i piani temporali della narrazione sono intersecati fra loro senza stacchi e soluzione di continuità, con passaggi ripetuti dall'oggi al passato e un faticoso raccappezzarsi, nella lettura, tra le vicende attuali e quelle di vent'anni prima.
C'è dunque una vicenda principale - la narrazione dei fatti relativi all'oggi - che è continuamente sospesa con lunghe digressioni, spesso inutili all'intelligenza del racconto: ma la tecnica di Faulkner tende a sviluppare in tutta la completezza narrativa queste digressioni e tende invece ad accennare solamente lo sviluppo narrativo principale, con brevi abbozzi, immediatamente sospesi da improvvisi cambiamenti di prospettiva narrativa. Come se, in un quadro, le figure principali fossero appena accennate, solo ombreggiate, mentre i particolari di contorno fossero dipinti con pienezza descrittiva, completezza, realismo.
Padrone, Faulkner, di scrivere come gli pare, ma altrettanto padrone, chi legge o vorrebbe leggere per diletto, di accusare di perfidia narrativa un tale autore. O di interrompere la lettura per stanchezza. Ciò che non ha voluto fare chi scrive queste note, in omaggio a un nome altisonante e a un premio Nobel.

Milano, Sestri Levante, ottobre 2005

 
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