Deprecated: mysql_connect(): The mysql extension is deprecated and will be removed in the future: use mysqli or PDO instead in D:\inetpub\webs\tiraccontoiclassiciit\opera.php on line 2
Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STEPHEN CRANE
Il mostro
A cura di Giorgio Mariani, con testo a fronte, pp. 185, Marsilio, Venezia, 1997.

Stephen Crane è un discusso - molto discusso - autore americano di fine Ottocento. Una sorta di meteora (nato nel New Jersey nel 1871 muore di tubercolosi a Baden, in Germania, nel '900) che scompare con l'avvento del nuovo secolo, anticipandone tematiche e stili. A vent'anni scrive il suo primo romanzo, a ventinove muore, lasciando un paio di romanzi, racconti, versi e andandosi ad accaparrare una presenza di assoluto rilievo nella storia della letteratura americana. È un autore molto studiato, discusso e controverso dalla critica, definito di volta in volta naturalista, impressionista, espressionista. Ed è un autore di grande intelligenza: si creò un suo spazio narrativo molto originale e personale, piuttosto inconfondibile. Ha lasciato un segno profondo nella narrativa americana del Novecento e soprattutto lascerà un segno incisivo e indelebile in quella nuova forma di arte che vedrà la luce pochi decenni dopo la sua morte e che diverrà l'arte più caratteristica e più coinvolgente del nuovo secolo: il cinema.

Il mostro
è un suo lungo racconto appartenente a un ciclo di racconti ambientati nella cittadina immaginaria di Whilomville.
Presso la casa di un medico, il dottor Trescott, lavora come stalliere un giovanotto negro (nigger, non black: siamo nell'Ottocento) di nome Henry, molto bello. "Henry era un negro di grande bellezza ed era noto come un faro di luce, uno di peso, un'eminenza, nel sobborgo della città dove viveva la maggior parte dei negri...". Il piccolo Jimmie, il figlio del dottore, vive un po' all'ombra di Henry, che per lui è un mito: e ogni tanto Henry, stalliere perfetto, capace di condurre un cavallo e abilissimo nel tirare a lucido il calesse del dottore, concede a Jimmie" la gioia di strizzare la spugna su una ruota del calesse...". Henry ha una sorta di fidanzata "una signorina color zafferano" che abita nel sobborgo negro dove c'è "una fila di case diroccate, che si reggevano l'una contro l'altra come paralitici" e che vedendolo dice di lui "oh mamma, non è divino?".
Henry non è descritto da Crane altro che nella sua esteriorità e nell'impressione che desta negli altri: "...un bel gioiellino" lo definiscono gli sfaccendati dal barbiere vedendolo arrivare coi calzoni color lavanda e il passo di un ballerino.
È sabato sera. C'è aria di festa. Le bande musicali suonano. Si sta per ballare. All'improvviso scoppia un incendio ed è la casa del dottor Trescott ad andare in fiamme. Accorre la gente, i volontari, i pompieri, accorre insieme a tanti anche Henry. Quella che brucia è la casa del suo padrone e al piano di sopra, ormai un falò, c'è il piccolo Jimmie, il suo piccolo amico, che dorme. Henry si butta nelle fiamme, sale le scale e nel buio del fumo raggiunge la camera del bambino. Lo avvolge in una coperta e cerca di riguadagnare l'esterno, col bimbo in braccio. Raggiunge a stento il laboratorio medico del dottor Trescott, pieno di ampolle con acidi e medicinali. Tutto è in fiamme. Qui Stephen Crane ci dà una pagina da antologia, che non è una "pagina", è una scena, tutta visiva e sensoriale, un quadro, una vetrata colorata d'una cattedrale gotica. Indimenticabile.
"Durante la fuga Henry fu assalito da odori di ogni genere.
Sembravano animati da invidia, odio e malignità
...".
All'entrata del laboratorio si trovò dinanzi a uno strano spettacolo. La stanza era come il giardino di un paese ove crescono i fiori incandescenti. Fiamme violette, rosso-sangue, verdi, azzurre, arancioni e purpuree sbocciavano dappertutto. Una vampa era esattamente della tinta di un delicato corallo...". E più avanti: "una fiamma arancione si avventò come una pantera sui pantaloni color lavanda. Quell'animale assestò a Henry un morso profondo... Henry strillò, e poi si chinò come fanno quelli della sua razza durante la lotta. Il suo obiettivo era passare sotto la guardia sinistra della signora color zaffiro. Ma quella fu più svelta di un'aquila e quando lui si lanciò in avanti l'afferrò coi suoi artigli...".
La lotta fra Henry e le fiamme è impari: Henry inciampa e cade "con la testa alla base di una scrivania all'antica. In cima a quella scrivania c'era una fila di vasi di vetro... ce n'era uno che sembrava contenere un serpente scintillante, che si contorceva. All'improvviso il vetro s'infranse e una cosa rosso rubino simile a un serpente si riversò in tutta la sua densa lunghezza sul piano della scrivania. All'angolo agitò avanti e indietro la sfrigolante testa fusa sopra gli occhi chiusi dell'uomo lì sotto. Poi, in un attimo, preso da un impulso mistico, si mosse di nuovo e il serpente rosso si riversò direttamente sulla faccia volta all'insù di Henry...".

Può bastare questa pagina, dalla prosa stupefacente, a chiarire i perché dei tanti "ismi" della critica sulla specificità letteraria di Crane: naturalismo, impressionismo, espressionismo...
Ma seguiamo la vicenda. Arriva col calesse al galoppo il dottor Trescott. Si avventa nel rogo, per salvare il bambino. E lo salva: la coperta in cui lo aveva avvolto Henry lo ha lasciato incolume tra le fiamme. Riescono anche a tirar fuori dal rogo il corpo di Henry. Non è un corpo quello che depositano nell'erba: è una cosa.
E qui entriamo nel vivo della vicenda narrata da Crane: finora erano solo antefatti.
Il dottore si porta a casa il povero Henry: "il suo corpo era orrendamente ustionato; peggio ancora, non aveva più una faccia. La faccia era stata semplicemente consumata dal fuoco...".
A costo di sforzi terribili Trescott salva Henry. Non è più un uomo: è un mostro. Ma gli ha salvato il figlio, e in più Trescott è un medico e il suo dovere è salvare, salvare a qualunque costo.
Nella piccola borghese farisea cittadina di Whilomville la presenza del mostro è intollerabile, sia nella comunità nera sia in quella bianca. Henry è tenuto praticamente prigioniero, ma un giorno fugge e va in giro per la cittadina, seminando terrore. Il dottor Trescott viene messo sotto accusa dai suoi concittadini: il capo della polizia, il giudice, i vicini di casa, tutti gli sono contro. C'è chi vorrebbe fosse arrestato. I pazienti cominciano ad abbandonarlo e a rivolgersi ad altri medici, le mamme non vogliono che i propri figli frequentino Jimmie, la signora Trescott viene isolata e le amiche del mercoledì disertano i suoi tè, chi con una scusa, chi con un'altra. Ma Trescott, ostinato, resiste.
E praticamente si conclude così, senza concludersi, il racconto, forse incompiuto, led screen forse no.


Lo stile di Crane, in termini di economia di racconto, è cinematografico: lavora per scene, successive o sovrapposte, a stacco. Non è necessario concludere una scena: basta accennarla. Ti descrive, sempre con profusione di aspetti visivi, un ambiente, una situazione, un gruppo di persone, quel tanto che basta all'economia del racconto. Quando i "benpensanti" della città vengono a casa di Trescott per convincerlo ad allontanare il mostro è sufficiente sentirne uno che parla. Non servono gli altri. Non serve la risposta di Trescott. Il clima fariseo, ipocrita, egoista è creato. Stop: non serve altro.
Passeranno cinquant'anni e l'arte del cinema si esprimerà esattamente così: non è necessario raccontare tutto. Un film deve durare due ore, si stacca non appena si è raggiunto l'intento descrittivo.
Il mostro è - se vogliamo - l'antesignano, bellissimo, di una splendida sceneggiatura d'autore. Con tocchi espressionisti quasi surreali. Ed è un capolavoro.

Al quale pesa (i capolavori sono tali se come tali li avverti a una prima lettura, anche non aiutata dalla critica) l'eccesso di critica interpretativa cui Il mostro è stato sottoposto da quando è stato dato alle stampe (1898) a oggi. Dapprima la critica fu di carattere estetico e moralista e fu controversa come non mai. Julian Hawthorne, figlio del celebre Nathaniel, scrisse che il racconto di Crane era "un insulto contro l'arte e l'umanità". Un altro critico (W.D. Howells) lo definì "la più grande storia mai scritta da un americano"...
E poi, ciò che è peggio, venne la critica d'oggi. Quella che opera all'insegna della ideologia politica e scova il significato politico anche dove non c'è. Così oggi si discute all'insegna del politically correct e si va a scovare -o a negare- una significatività del racconto nell'ambito delle discussioni sul razzismo e il segregazionismo o la contrapposizione fra l'America bianca e l'America nera.
Peccato!
Crane ci racconta una storia di una potenza incredibile, ma non fa un gran distinguo sul colore, bianco o nero, della faccia di Henry. Non è il colore di quella faccia il nucleo tematico del racconto. È il fatto che quella faccia non c'è più. Se l'è divorata "il serpente rosso" d'un acido incandescente. E così "la gente va in giro a dire che non è mica Henry. Dicono che è il diavolo!". E il tecnico della ferrovia Bainbridge dice che il dottor Trescott: "oh, l'avrebbe dovuto lasciare morire!...". "E perché è così terribile?" chiede un cliente al barbiere: "Perché non ha la faccia "risponde il barbiere. E la bambina che per prima vede Henry quando questi fugge dalla sua stanza, si spaventa terribilmente e non sa descrivere cosa ha visto: "Non riuscì a farsi capire neppure da sua madre. Si trattava di un uomo? Non lo sapeva. Era semplicemente una cosa, una cosa spaventosa". E quando la polizia ritrova Henry "lo mettono in prigione, perché non sapevano cos'altro fare di lui... dicono che è assolutamente spaventoso". E quando Henry è ricondotto in casa del dottor Trescott, una vicina di casa, la signora Harrigan, "fissò con faccia irritata la casa dei Trescott, come se quell'edificio così nuovo e così bello la stesse insultando..." e affacciatasi alla propria finestra la signora Harrigan chiama il figlioletto, che si è avvicinato troppo al giardino dei Trescott e gli grida "Eddie, Eddie, vieni subito a casa! Capito?".

C'è un mostro, nel racconto di Crane, che è Henry e tutto sommato è marginale. C'è un altro mostro, che riempie di sé il racconto, ed è il fariseismo degli abitanti di Whilomville. Che bisogno c'è di andarvi a cercare un terzo mostro -il razzismo americano- che diventerà sì un'ossessione autopunitiva di una certa narrativa del Novecento, ma non lo era certo nel 1898, a sette anni dal termine della guerra civile americana.

Sestri Levante 4/5/02

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
1
1