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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STEPHEN CRANE
Racconti del West
Introduzione di Attilio Brilli, traduzione di Laura Forconi Ferri, pp. 151, Sellerio editore, Palermo, 1992.

Un viaggio è fatto di un percorso e di una destinazione. Il percorso è ciò che visiti e incontri durante il viaggio. La destinazione è la meta finale che raggiungi, quando il viaggio termina.
La grande e bella letteratura di narrativa, di epica, è fatta delle due cose insieme, percorso e meta. Il percorso è il godimento che ti dà la lettura, pagina dopo pagina. La meta è il messaggio finale, il santuario che raggiungi dopo aver traversato valli e monti. L'opera d'arte letteraria - di solito - ha l'uno e l'altro.
Ma c'è un genere invece di narrativa in cui ciò che conta è solo il percorso, non la meta finale. È facile e frequente trovarlo nella narrativa americana che - chi sa perché - si distingue profondamente da quella europea. Magari la conclusione c'è, ma non è importante, poteva non esserci e sarebbe stata la stessa cosa.
Grande maestro (e in parte, forse, iniziatore) di questo genere di racconto "di percorso" è Stephen Crane. Quel gioiello che è Maggie sarebbe stato un gioiello anche senza il suicidio finale della protagonista. Tant'è vero che il suicidio è appena accennato, nemmeno dichiarato, e il racconto - cioè il percorso narrativo - prosegue anche dopo. Ancora di più questo lo senti ne Il mostro, altro racconto-gioiello in cui la conclusione addirittura non c'è, perché l'autore non racconta un episodio, ma una società, a pennellate ambientali, condotte, quadro dopo quadro, sino e solo al preciso momento in cui il disegno è definito, saltando ogni volta, a piè pari, la conclusione. A maggior ragione questo lo vedi e lo senti ne La scialuppa, dove la conclusione c'è perché il racconto, un episodio reale, autobiografico, la conclusione l'ebbe davvero, ma senti in tutte le quaranta e più pagine che ciò che conta è il racconto del "viaggio", del percorso, non il raggiungimento della meta finale. Il percorso ti colpisce e lascia il segno. La meta ti è indifferente, tanto che la dimentichi.
Una serie di racconti dal titolo Western stories confermano in parte questa teoria del piacere del solo percorso prescindendo dalla meta finale. Crane tornava da un viaggio di quattro mesi in Messico e tornava carico di impressioni. Naturalismo e impressionismo si mescolano tra di loro, come è tipico in Crane, in pagine indimenticabili di un sapore che è tutto particolare. Il mondo, quel mondo, un po' South, un po' West, è visto e raccontato con gli occhi del visitatore esterno, estraneo, diverso. Ed è raccontato sì con "episodi", ma episodi che contano poco o nulla: ciò che conta sono le impressioni.
Dei fatti succedono, nei racconti di Crane, ma sono così poco importanti che può avvenire che il racconto si concluda con una battuta del tipo "Non era successo niente", come in I cinque topi bianchi. Dove appunto nel finale non succede niente, perché il racconto è tutto incentrato sulla paura per uno scontro fra bande di ragazzi, di notte, per strada, scontro che poi non avviene, perché la paura degli uni, gli americani aggrediti, era anche negli altri, i messicani aggressori.

Simile, anch'esso incentrato sulla paura, il racconto Cavalli focosi, dove un americano, Richardson, e il suo servitore messicano, José, cavalcano nella boscaglia e si fermano per la notte in una locanda. Un gruppo di messicani entra nella loro stanza per ucciderli e derubarli, ma Richardson li ferma con il solo sguardo, lasciando loro intendere, senza pronunciar parola, che sparerà al primo che si muoverà. Poi, datisi nella notte alla fuga, sono inseguiti, e Richardson ora sa che se i "suoi nemici non lo avevano assalito quando era seduto, immobile, e li affrontava con apparente calma, ora che era fuggito, ora che aveva ammesso di essere il più debole, dovevano essere furibondi...". Saranno salvati dall'incontro con i "rurales", la polizia a cavallo, ma l'interesse del racconto non è nella vicenda, ma nei modi, la descrizione fisica della paura, l'ignoto, il notturno, i segni appena percepibili del pericolo, l'incombere ineluttabile della fatalità del destino, tutto descritto in modo mirabile (perché Crane è un grandissimo scrittore) e tutto in chiave fisica, visibile, percepibile, sensoriale.

In Uomini saggi due ragazzi americani, buontemponi, organizzano per burla una sfida alla corsa fra due "barmen" messicani. La maestria, veramente grande, di Crane è nel creare il suspense, l'attesa. Il lettore partecipa ad una tensione estrema, la curiosità verso il risultato finale è portata ad un eccesso assolutamente magistrale. Nel finale uno dei due vince, ma il risultato è quasi solo sfiorato: ciò che conta è l'attesa, spasmodica, che Crane ti fa sentire e vivere in un crescendo continuo, eccitante e pieno di tensione. Alla fine vuoi un risultato, una meta, ma una qualunque, non ha importanza quale, purché l'attesa termini. E termina infatti. Uno dei due vince. Non importa chi. La grandezza del racconto è nell'attesa del risultato, non nel risultato.

Anche in un altro racconto, Una leggenda del Texas, "non succede niente": il protagonista viene chiuso al buio in un vagone ferroviario ove è nascosto un pistolero che ha fama di essere una belva. Nel buio il nostro uomo sente che l'altro "si stava imbelvendo come un gatto selvaggio", e la paura è di nuovo protagonista del racconto, una paura che irrigidisce i muscoli e fa arrestare il cuore. E tutto si conclude con un nulla di fatto: la porta del vagone viene aperta, il pistolero scende impugnando le rivoltelle, ma non trova altro che una folla felice e spensierata a una fiera di paese e nessuno che lo minacci o lo cerchi o lo voglia fermare.

Un uomo ed altri è, tra i racconti di Crane, uno dei più belli.
Un avventuriero americano dai mille mestieri (proprietario di miniere, ferrovie, buttafuori in un saloon, assassino...) ora fa il pastore in un deserto messicano, nel vuoto, nel silenzio, nella lontananza del deserto, dove "talvolta un pastore poteva scorgere, a miglia di distanza, le lunghe bianche strisce di polvere sollevate dal gregge di un altro pastore, e provare un profondo interesse..." e dove "nel silenzio di queste pianure bastava semplicemente l'improvviso vibrare di una padella per far trasalire anche l'uomo dai nervi più saldi...".
Nucleo tematico del racconto è la solitudine, l'ostinata solitudine, la fatale necessità di essere solo, rimanere solo, far tutto da solo: "io ho i miei diritti e suppongo che se non li faccio valere da me, nessuno verrà a darmi una mano...". L'uomo subisce un sopruso: otto messicani suoi vicini di pascolo, all'improvviso vogliono cacciarlo dalle sue terre. Se non se ne andrà lo uccideranno. E il nostro uomo è irremovibile. Non chiede aiuto nemmeno a un incauto viaggiatore americano capitato lì per caso. Conta solo sul suo revolver, che il nostro protagonista "...amava perché la sua fedeltà era più grande di quella che potessero offrirgli uomo, cavallo, o cane". Un revolver che "non si poneva pregiudizi morali o sociali, ubbidiva; alla stessa stregua, al santo e all'assassino. Era l'artiglio dell'aquila, la zanna del leone, il veleno del serpente; e quando egli lo sfilava dal fodero colpiva fedelmente, come lui voleva, fino a trivellare un penny in lontananza...".
La storia finisce tra imprecazioni e spari e il nostro uomo muore, ma non lo vediamo morire, lo intuiamo (un po' come per Maggie che sappiamo che si butta nel fiume, senza però che Crane ce lo dica...) e sentiamo, per quell'uomo, "la dignità dell'ultima sconfitta, la dignità di chi si erge sulla tomba, che gli davano la statura del pastore perduto...".

Anche ne L'arrivo della sposa a Yellow Sky "non succede niente", non c'è la tanto attesa sparatoria finale, tra due pistoleros, l'uomo di legge uno, lo sceriffo Potter, e il feroce bandito l'altro, Wilson il Rognoso, "uno degli ultimi rimasti di una banda che un tempo si aggirava da queste parti lungo il fiume, uno che quando è ubriaco fa paura...".
Lo sceriffo Potter ritorna a casa da San Antonio, ove si è sposato, all'insaputa di tutti. Ritorna in treno, impacciato e ridicolo nel suo vestito da giorno di nozze, nervoso e timoroso per la reazione che si attende dai suoi compaesani che lui non ha informato del proprio matrimonio mentre "sapeva perfettamente che il suo matrimonio era una cosa importante per la sua città: solo l'incendio del nuovo albergo avrebbe potuto assumere rilievo maggiore...". Intanto Wilson il Rognoso, ubriaco fradicio, terrorizza la cittadina sparando a destra e a manca e cercandosi un avversario con cui far rissa, ma a Yellow Sky "nessuno era disposto alla rissa, nessuno", ciò che fa ululare furioso Wilson, "agitando le pistole in tutte le direzioni...". Eccoli ora, all'improvviso, proprio mentre lo sposo sta "per alzare un dito per indicare alla sposa il primo apparire della loro nuova dimora", i due uomini si incontrano, "uno di fronte all'altro, a distanza di tre passi "... Lo sceriffo è disarmato, perché torna dal matrimonio, e il Rognoso invece ha due grossi revolver in mano. Ma i fiumi dell'alcool non impediscono al Rognoso di farsi paralizzare dallo sbalordimento, dalla sorpresa, dall'incredulità per la notizia che lo sceriffo si è sposato. "«Sposato! - fece il Rognoso senza capirci niente - sposato?...» Aveva l'impressione di uno che ha una fugace visione di un altro mondo. Fece un passo indietro, ed il braccio con il quale teneva il revolver gli cadde lungo il fianco...".

Li troviamo ancora insieme, lo sceriffo Potter e Wilson il Rognoso, questa volta alleati, in un altro racconto molto bello, Chiaro di luna sulla neve, una piacevole parabola sull'arrivo della cosiddetta civiltà a War Post, una temutissima cittadina così fuori da ogni legge civile che "quando uno di loro usciva dal proprio territorio e diceva «Sono di War Post» era come se dicesse: «Sono il diavolo in persona»".
Ma poiché anche a War Post si vuole che arrivi, dalla ricca Costa dell'Est, la speculazione edilizia ed economica, il consiglio dei cittadini un bel giorno si raccoglie e decide che da quel momento, anche a War Post, arriverà civiltà e ordine: chiunque uccida qualcuno, per qualsivoglia motivo, verrà subito impiccato.
Ma già "alle dieci e mezzo del mattino seguente, Tom Larpent, un giocatore d'azzardo, un elemento fondamentale nella vita della città, la cui casa da gioco era l'istituzione di maggior rilievo a War Post, colpì ed uccise un uomo che lo aveva accusato di aver barato in una partita...". È un racconto spettacolare questo di Crane, che ci mostra la cittadina come instupidita di fronte alla necessità di rimanere coerente nelle proprie decisioni: Lerpent va impiccato, ma dove, come, chi lo farà, chi metterà la corda al collo dell'amico...? Non c'è nemmeno un albero, un solo albero, in Wor Post! E in tutto il balbettio che rende inerme la folla, ben avvezza a linciare, ma linciare è una cosa, giustiziare legalmente è un'altra, l'unico a mantenere il sangue freddo e a dirigere il cerimoniale sarà proprio il gelido, il lucido, il cinico Larpent, che poi, infine, sarà consegnato allo sceriffo Potter, della cittadina vicina, e al suo aiutante Wilson il Rognoso...

In Mezzogiorno siamo in una cittadina - invece - dove la civiltà è già arrivata ed è rappresentata, nel saloon del posto, da "un orologio a cucù, un orologio con un uccello dentro, e quando sono le undici o simili, l'uccello viene fuori e fa «tut-tut, tut-tut» quante sono le ore del giorno...".
Lo vede e lo sente per primo, questo orologio, un giovane cow-boy "un tipo tranquillo che voleva comprare del tabacco. Una pistola a sei colpi gli penzolava giù per il fianco, ma in quel momento sembrava più un ornamento che un'arma; sembrava giusto un accessorio della sua curiosa tenuta di gala, il sombrero con una fascia di pelle di serpente a sonagli, il gran fazzoletto fiammeggiante al collo, la cintura messicana di cuoio decorato, gli stivali col tacco, gli enormi speroni e, soprattutto, i capelli, umettati e lisciati tanto da stargli appiccicati sulla testa come il pelo di un gatto bagnato...".
Crane con un'ironia assolutamente superba, che evoca, nel rimpianto malinconico, i toni della poesia, ci mostra il crepuscolo d'una epopea eroica quando i cow-boy erano cow-boy, arrivavano nelle città armati fino ai denti a imporre la loro prepotenza e a terrorizzare gli abitanti.
Questi nostri cow-boy d'oggi sono una trentina di bravi ragazzi che sono venuti in città, al saloon, perché vogliono un pranzo "della miglior qualità. Non ci importa quanto costa, pur di avere un bel pasto per bene. Ci potete mettere in conto quello che volete se fate le cose a modo. Se non avete abbastanza roba in casa, rastrellate tutta la città...".
Ma non avranno il loro bramato pranzo del dì di festa, i poveretti. L'incredulità alla notizia di un orologio con dentro un uccello, che dice che ore sono, porterà, tra ubriachi, a scommesse, derisioni, liti, sfide, risse, fino a che ci scapperà il morto, mentre al primo colpo di revolver "da qualche parte una donna emise un acuto lamento, come di morte portata dal vento di mezzanotte...".

Ne L'albergo azzurro lasciamo la polvere e le distese assolate del sud, dove gli stivali dei cow-boy "lasciano impronte a forma di imbuto nella pesante sabbia della strada" e ci spostiamo nel freddo, gelato, invernale Nebraska, in una lunga notte sotto una tormenta di neve, dove in un assurdo albergo tutto di color azzurro arrivano, portati dal treno, tre passeggeri, uno dei quali, un odioso straniero, forse svedese, forse olandese, dapprima ossessiona il proprietario dell'albergo con una crisi di mania di persecuzione, convinto che tutti vogliano ucciderlo e poi, trasformato dal whisky, picchia in modo selvaggio un ragazzo e attacca briga in un saloon sino a farsi uccidere da un professionista del gioco d'azzardo. Di nuovo un racconto straordinario, un tranche de vie, una pagina di storia di una nazione che è nata così, nell'incontro scontro fra comunità chiuse e nuovi arrivi, fatalità e destini, incomprensioni e paure, gesti di coraggio e di viltà, onore e disonore, epopea e sordido nulla.

È nato così quel melting-pot che è il paese led screen, con uno svedese che arriva una notte in una bufera di neve in un albergo azzurro del Nebraska e ci lascia la pelle, mentre, magari in quella stessa notte, giù a sud, tre ragazzi che già sentono su di loro il gelo della morte sopravvivono perché, quella volta, la rissa non c'è stata, le rivoltelle fermate dalla paura, sono rimaste al loro posto. Istantanee di un mondo che fu e che Crane ha "filmato" con la maestria di un grande regista e di un impareggiabile poeta, lasciandoci un testamento visivo di scene indimenticabili, scene di storia americana, importanti perché vere, reali, scultoree, scene magniloquenti, anche quando, e in Crane succede molto spesso, "non succede niente".

Sestri Levante, 22/8/02


 
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