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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STEPHEN CRANE
La scialuppa
A cura di Fabio Macherelli, Aktis Editrice, Piombino, 1993.

La scialuppa (The open boat) è un altro dei racconti di Crane. È famoso. Ma è famoso per ragioni storico biografiche più che letterarie o artistiche. Narra in meno di 40 pagine la storia di un naufragio che coinvolse realmente Crane il giorno di Capodanno del 1897 nel tratto di mare tra la Florida e Cuba. La nave su cui Crane era imbarcato come giornalista ebbe delle falle e affondò. Crane, con il capitano della nave, ferito, un macchinista ed il cuoco, trovarono rifugio su una piccola barchetta a remi (dieci piedi di lunghezza, cioè veramente una barchetta minuscola) che rimase in balia d'una burrasca per un paio di giorni e di notti. L'incontro con uno squalo, onde, correnti fortissime, e soprattutto enormi frangenti sotto costa. Questi i pericoli. I quattro, avvicinandosi ad una spiaggia, furono travolti dai cavalloni, uno di loro morì annegato, gli altri tre, e fra questi Crane, furono tratti in salvo.
Nelle quaranta pagine del libriccino c'è il racconto della vicenda, freddo, estraniato, lucidamente naturalista. Lo scrittore parla di sé in terza persona (il giornalista) e non si piange addosso. Un gelido resoconto, inevitabilmente monotono replicas de relojes, dei fatti, peraltro molto scarni, intervallati da brevi introspezioni del giornalista. Diciamo che se il racconto ha un pregio - o una peculiarità - è proprio il totale distacco emotivo del narratore. Che non esclude tuttavia drammaticità e tensione e il senso inespresso della disperazione, del pericolo incombente.

Il racconto non aggiunge gloria letteraria ai meriti di Crane: è una sorta di esercizio, di sfida, a voler raccontare una monotona, ripetitiva, priva di eventi, storia di attesa. Gli uomini protagonisti, come nel Segno rosso del coraggio, sono individuati non con i rispettivi nomi, ma con i ruoli: "il giornalista", "il capitano", "il macchinista", "il cuoco". Fa parte, anche ciò, della spersonalizzazione emotiva che Crane evidentemente si era imposto.
Pare che Crane sia stato espressamente invitato (dal suo editore, o da amici) a scrivere il resoconto della sua avventura: una sorta quindi di lavoro condotto in chiave giornalistico-professionale.

28/5/02
 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
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