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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STEPHEN CRANE
Maggie, ragazza di strada
Traduzione di Riccardo Reim, pp. 88, Tascabili economici Newton, Roma, 1996.
Crane fu una meteora nella letteratura americana, pochi anni di attività, il successo, un forte segno che poi rimase e sfociò nei Caldwell, negli Hemingway, in una sorta di letteratura che possiamo definire realistica, naturalistica, fattuale, ma anche "cinematografica", una narrazione cioè obiettiva, quella che potrebbe fare una telecamera lasciata aperta a filmare scene di vita così come sono, apparentemente senza una partecipazione interpretativa e emotiva dello scrittore.
In Maggie la prima scena, cioè il primo capitolo, è cinema allo stato puro. Lo scrittore pone la telecamera in un angolino d'un sobborgo malfamato e popolare della New York dei suoi giorni e lascia che la macchina giri e registri scene e suoni. C'è una furibonda lite fra ragazzini di bande rivali. Fanno ferocemente a pugni, si aggrediscono con le mani e con le parole, si lanciano sfide. Un ragazzino è solo contro tutti, pesta sodo e viene selvaggiamente picchiato. Ne arriva un altro più grandicello, da come la telecamera lo riprende nel suo incedere, capisci che è il bullo del quartiere, il più temuto. Poi arriva un uomo con una bambina, è il padre del ragazzino che ha preso le botte. Si porta il figlio a casa. Una casa terribile nella sua degradazione, una madre ubriaca, violenta, sciattona, sporca. Botte per tutti. Ubriachezza. Liti. Un naturalismo così spinto, così obiettivo, così freddo, così distaccato, che realmente lo scrittore sembra non esserci, non partecipare, sembra esserci solo la telecamera che registra scene di vita.
E dov'è lo scrittore, dov'è la sua presenza, dove la sua grandezza? Nelle scene di "regia del montaggio" – per rimanere nella metafora cinematografica - ben precise, essenziali, perfette, di sintesi assoluta. L'ambiente, i personaggi, la psicologia profonda di questi personaggi, la sociologia d'un insieme, il teatro storico e ambientale dove il tutto si svolge, sono descritti alla perfezione grazie - appunto - alla scelta delle scene, dei tranci di vita, che lo scrittore decide di registrare sulla sua fredda telecamera e di montare in una precisa e voluta sequenza narrativa. Crane più che un grande scrittore è un grande uomo di cinema, prima che il cinema nascesse e diventasse grande arte.

Seguiamo ora - in sintesi - la breve storia di Maggie ragazza di strada, a sequenze, come a sequenze ce la presenta Crane. Lite di quartiere fra ragazzini: "...sui loro visetti convulsi brillavano dei veri ghigni di assassini". L'arrivo del padre il quale molla un calcio al figlio e gli ordina di venire a casa. Ecco il quartiere: "una dozzina di portoni vomitavano sulla strada sciami di bambini...". Ecco la casa: "il casamento sembrava tremare e scricchiolare sotto il peso dell'umanità che scalpitava nelle sue viscere...". Ed ecco l'appartamento e la madre: "...spinse un uscio ed entrarono in una stanza illuminata che sembrava occupata per intero da una donna corpulenta che si muoveva da una stufa fumante a un tavolo coperto di casseruole...". Ed ecco il rapporto madre-figli: "afferrò il monello per la collottola e una spalla, scuotendolo fino a fargli battere i denti...". C'è subito una sbronza della madre seguita da una sbronza del padre e una lite furibonda tra loro, di cui fanno le spese i figli: "...udirono gli strilli della bambina e i ruggiti della madre spegnersi man mano in un fievole lamento e in un sordo borbottio...".
Questi sono gli esordi, tre sequenze, tre capitoli brevissimi, pochissime pagine. Poi si passa ai figli ormai cresciuti, adolescenti, alcuni anni dopo. Il passaggio, che è l'esordio del quarto capitolo, è d'una crudezza inaudita: "Tommie, il piccino, morì. Lo portarono via in una bara a buon mercato, le manine di cera strette su un fiore che Maggie, la fanciulla, aveva rubato. Lei e Jimmie continuarono a vivere". Forse in tutta la letteratura non c'è altro esempio di un protagonista di romanzo che "continui a vivere". In quel "continuarono a vivere" dei due fratelli, a fronte del più piccolo che muore, c'è tutta l'amarezza, la tragicità, la drammaticità della storia.
Jimmie, il fratello, fa il carrettiere ("studiò la natura umana per le strade..."). Maggie ("la ragazza fioriva nel fango") fa l'operaia in una sartoria. Un giorno Maggie incontra Pete, il bullo di quartiere che avevamo conosciuto all'inizio del racconto nella scena della rissa fra i bambini. Adesso è un bullo adulto, dispone di denaro, ha il carisma dell'uomo di mondo. Maggie se ne innamora. Pete la seduce. Basta poco a sedurla: la porta con sé al varietà, a teatro, a mangiar fuori. La ragazza si crede amata e sogna. Per la prima volta nella vita prova qualche ambizione, vive qualche desiderio. Madre e fratello la buttano fuori di casa. Qualche settimana di vita con Pete poi Pete l'abbandona. La ritroviamo in una "sequenza" cinematografica qualche mese dopo. Una sera piovosa e fredda. "Dietro una bancarella di rose e crisantemi, un fioraio, con il naso stillante gocce di pioggia come la sua merce, batteva i piedi con impazienza". La telecamera del nostro narratore ci mostra una prostituta, una derelitta, girovagare sui marciapiedi. Cerca di adescare gli uomini che le passano accanto "rivolgendo sorrisi invitanti a quelli dall'aspetto più rozzo o contadino". Ma quella sera nessuno la vuole. Passa in fretta un ragazzo e le dice «Stasera no, un'altra volta!». Un ubriaco le viene incontro barcollando e con voce piagnucolosa le borbotta «Non ho denaro. Scarogna nera. Non ho più un soldo!». Passa un operaio con dei fagotti sottobraccio e alle sue occhiate replica «Bella serata, vero?» e tira dritto. Incontra "un uomo dalla faccia pustolosa", poi un altro, "uno straccione dagli occhi torvi iniettati di sangue, le mani immonde". Ma nessuno quella sera la vuole. Abbandona i viali scintillanti dove le sale da concerto riversano in strada i suoni ovattati di musichette sincopate e meccaniche e si inoltra verso il fiume "nel buio completo dell'ultimo isolato". Non solo gli uomini intorno l'hanno rifiutata: anche le cose inanimate - ci racconta la telecamera del narratore - sembrano non tener conto di lei, voltarle le spalle: "le imposte dei grandi casamenti erano serrate come labbra crudeli. Gli edifici sembravano avere occhi che dall'alto guardavano lontano, altrove. Ai piedi degli alti edifici si disegnava la cupa striscia nerastra del fiume. I diversi suoni di vita, resi festosi dalla lontananza e dall'apparente irraggiungibilità, arrivavano flebili e morivano nel silenzio."...
E qui si chiude la "sequenza" e qui, praticamente, si chiude il romanzo, con ancora due sequenze conclusive di un Pete che, mentre la nostra Maggie muore, si ubriaca pagando da bere a un gruppo di prostitute e d'una madre di osn power che, giuntale notizia della morte della figlia, fa una sceneggiata di dolore e di perdono.
È Maggie la ragazza che cerca di adescare uomini sul marciapiede e nessuno la vuole? Certo che è Maggie, ma lo scrittore non ce lo dice, perché la telecamera che la riprende è muta, impersonale, ma pietosa. E si spegne, la telecamera, all'avvicinarsi del fiume: il dramma rimane così intuito, suggerito, non descritto. Un forte realismo nei contenuti, ma uno sfumato a mezze tinte nel trattamento: questo è lo stile di Crane.

Maggie ragazza di strada è un grande capolavoro, come ogni racconto o romanzo di Crane. Ma questo sfiora l'immensità. L'immensità di un poema. Alla sua prima pubblicazione (nel 1893) se ne stamparono a spese dell'autore mille copie: due furono vendute, le altre finirono bruciate dalla donna di servizio di Crane che le usava ogni giorno per accendere la stufa. Solo un paio d'anni più tardi, dopo l'improvviso e straordinario successo di The red badge of courage il romanzo fu riscoperto e apprezzato. Ebbe, da parte di Crane, tre stesure. La prima fu fatta di getto, in due giorni di lavoro quando Crane aveva 19 anni. Forse la stessa età della sua Maggie... La sua Maggie che fioriva nel fango, la sua Maggie che, a differenza del piccolo Tommie, portato via bambino in una bara a buon mercato, continuò a vivere. E per tre settimane sognò l'amore.

Venezia, 22/6/02

 
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