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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
STEPHEN CRANE
Il segno rosso del coraggio
Traduzione di Alessandro Barbero, pp. 180, Frassinelli, Milano, 1998.

Nella letteratura americana dell'Ottocento c'è un piccolo gioiello e un piccolo miracolo: è Il segno rosso del coraggio, di Stephen Crane (1871-1900). Gioiello, perché si tratta di un sorprendente capolavoro, miracolo, perché chi l'ha scritto è un "ragazzo" di 24 anni. È un breve (poco più di 150 pagine) classico romanzo di noviziato (il Bildungsroman alla Wilhelm Meister) che narra la storia di un ragazzo andato volontario fra i nordisti nella guerra civile americana. La vicenda si svolge tutta in tre giorni di battaglie: il ragazzo sogna d'essere un eroe, ma alla prima battaglia ha paura e si dà alla fuga. Ritorna fra i compagni nonostante il timore delle beffe. Ma i compagni non sanno che lui è fuggito. E poiché durante la fuga è stato vergognosamente colpito da un altro disertore, ritorna segnato dal "red badge of courage", dal sangue, il distintivo rosso del coraggio. Viene così accolto amorevolmente come un piccolo eroe da un suo compagno di reggimento. L'indomani e il giorno dopo, nelle successive battaglie, il ragazzo si riscatta, ai propri occhi, con azioni di temerario eroismo e diventa un uomo: "...era andato a toccare la gran morte e aveva scoperto che, dopo tutto, era solo la gran morte. Era diventato un uomo".
L'azione esteriore è tutta qui. È un romanzo interiore di emozioni e sensazioni, speranze, timori, vergogne, entusiasmi, rimorsi, illusioni, disillusioni, tormenti e tutto avviene nella mente, anzi nel cuore del ragazzo, il quale ha un nome, si chiama Henry Fleming, ma è e rimane "il ragazzo". E così i comprimari, anche se qualcuno di loro ha un nome, sono "il soldato alto", "l'uomo stracciato", "il soldato che parlava forte", "l'amico": come personaggi teatrali d'una rappresentazione privata tutta interiore al protagonista. Sono solo apparenze. E così sono voci i tuoni dei cannoni e il crepitare della fucileria: voci arrabbiate, minacciose, ruggiti, dialoghi, provocazioni, risposte, commenti, tali appaiono cioè "al ragazzo", voci esteriori che diventano interiori.
In tre giorni di scontri continui e sanguinari tra reggimenti e divisioni, il nemico non compare mai (salvo nell'ultima pagina, nella figura di quattro prigionieri). Il nemico è un'ombra nera e indefinita coperta dal fumo degli spari e delle granate, è una massa sempre nascosta nel bosco, è un fragore minaccioso, è il bagliore giallo degli spari. Non ha corpo e voce e consistenza umana, perché è interiore al "ragazzo", è la paura, è la minaccia, è l'ignoto. E assume, il nemico, consistenza umana (i quattro prigionieri, il portabandiera ferito a morte) solo all'ultimo, quando "il ragazzo" supera la grande paura, acquista consapevolezza di sé, diventa uomo.
C'è di tutto nel romanzo di Crane, impressionismo, espressionismo, naturalismo, surrealismo e persino realismo. Ma attenzione al realismo: non può esserci realismo in senso stretto in un romanzo in cui le difficoltà di una carica alla baionetta sono introdotte dalla considerazione che "...sembrava che l'ala veloce del loro desiderio si sarebbe schiantata contro i cancelli di ferro dell'impossibile".
Realismo sì, ma in altro senso: realismo perché è il primo romanzo di guerra in cui la guerra è polvere e sangue e sofferenza e bestemmie e viltà e incoscienza e mandibole che penzolano "svelando nell'ampia caverna della bocca una massa pulsante di sangue e denti".
C'è tutto e ci sono brevi intense immagini di folgorante poesia, come quando il sole è "affacciato nel cielo come un'ostia" o "bevevano un'ultima sorsata di sonno prima del risveglio" e "le foglie dell'acero che dava ombra allo stagno cantavano nel vento della giovane estate", oppure quando "il ragazzo" è reso muto dalla vergogna della codardia e "la sua lingua giaceva morta nella tomba della bocca" o quando le granate "volavano sulla sua testa con lunghe grida selvagge e ascoltandole immaginò che ridessero di lui con file di denti crudeli" o quando "una piccola processione di feriti ritornava lugubremente verso le retrovie ed era come sangue che colava dal corpo lacerato della led display...". Poesia che va dal lirico al naturalista al simbolista e che accende di tante vivide immagini indimenticabili il lento procedere del racconto.
Poi ci sono i "colori", la tavolozza sterminata di colori con cui Crane dipinge ogni scena. Ma quello dei colori è un discorso fin troppo palese a prima vista per soffermarcisi ulteriormente: già nelle prime dieci righe del romanzo c'è un paesaggio "che muta dal bruno al verde", un fiume "color dell'oro", un'acqua del fiume che di notte diventa "d'un nero doloroso" mentre sull'altra sponda i fuochi dei nemici sono "occhi rossi sotto le basse sopracciglia delle colline lontane...".

Aveva 24 anni Crane quando scrisse The red badge of courage ed era reduce da un romanzo ancor più precoce, Maggie, una ragazza di strada, scritto a 22 anni. Divenne giornalista e corrispondente di guerra, incontrò in Europa James e Conrad e morì di tisi in Germania nel 1900, lasciandoci anche delle poesie e alcuni racconti (tra cui Il mostro), mentre sulla scena del mondo compariva quella nuova forma di comunicazione, il cinema, che del racconto impressionistico ed espressionistico ne avrebbe fatto un'arte.

Sestri Levante, 12/5/02

 
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