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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ANONIMO (01)
Manas, l'epopea del popolo della steppa
A cura di Arnoldo Alberti e Begaim Nasserdinova, pp. 257, Oscar Classici Mondadori, Milano, 1997.

Manas è un epos tramandato oralmente sino al secolo scorso da cantori di lingua kirghisa (o kirgiza), lingua che iniziò ad avere una sua grafia solo agli inizi del Novecento.
L'epos è stato trascritto, dettato, registrato, a partire dall'Ottocento, in un'infinità di poemi, ciascuno di svariate (10/30) migliaia di versi. In totale oggi si possiedono 750.000 versi, custoditi e studiati negli archivi dell'Istituto di linguistica e letteratura dell'accademia delle scienze della repubblica Kirghisa.
I Kirghisi sono una popolazione d'origine turca , di religione islamica, più o meno nomade, che occupa la parte sud occidentale dell'ex impero sovietico, confinante con la. Il personaggio Gengis Khan se non era kirghiso era tuttavia strettamente imparentato con loro. Fino a pochi anni fa la repubblica era parte dell'Unione Sovietica.
L'epos è stato per secoli cantato e sceneggiato da cantori professionisti chiamati manascy: ciascuno di loro ne è tramandatore e autore nello stesso tempo. Uno solo d'essi, raggiunto dalla scienza filologica nella prima metà dell'800, ha dettato oltre 150.000 versi.
L'epoca nella quale si svolsero i fatti narrati dall'epos è prevalentemente intorno al 900 d.C., ma arriva anche sino ai secoli XVI e XVII narrando di invasioni proprie di quei secoli.
La storia è quella d'un capo kirghiso di nome Manas che andò alla conquista di Beigin (Pechino) combattendo contro i nemici di sempre, i Khitari (Cinesi) e i loro alleati, i Colmucchi.
Qualche elemento storico nel racconto è ravvisabile. In sostanza siamo – nella parte più consistente del racconto – nel medioevo delle popolazioni turche continentali.
Sono nomadi, vivono nelle tende, praticano la pastorizia, allevano bovini, ovini, equini, cammellidi. Dispongono di lance, spade, fucili, frecce. Il racconto è generalmente realistico, il ricorso al magico e al soprannaturale è raro e comunque irrilevante.
Vi sono feste per matrimoni e per l'equivalente dei nostri battesimi (l'imposizione del nome), banchetti e festeggiamenti funebri, tornei, gare, duelli, scaramucce, scorribande ladronesche, spedizioni guerriere, consigli d'anziani, interpretazioni di sogni. Le donne hanno buona voce in capitolo, talvolta combattono, possono far filare i loro mariti guerrieri, spesso partorendo muoiono.
La ricchezza dei capi-tribù si misura a migliaia di animali, e ad oro, argento, armi, tessuti. Le ricchezze e il potere passano di padre in figlio.
Manas lo vediamo nascere (dopo lunga spasmodica attesa da parte del padre), lo vediamo bambino gigantesco e pantagruelico, lo seguiamo per tutta la vita, lo vediamo morire circa sessantenne lasciando un figlio.
È autoritario, coraggioso, dolce tuttavia con le sue donne , forte e quasi invincibile in battaglia, devoto al padre, ostinato nel combattere i suoi nemici, solidale, generoso e protettivo nei confronti dei suoi "vassalli".

La lettura del poema è noiosa. È un epos povero, costituito da fatti, da episodi, ma non illuminato dalla Poesia. Manca un sottofondo, un substrato culturale. È arte povera, solo narrativa, solo esposizione di fatti. Può ricordare da vicino le illustrazioni popolari dei carretti siciliani. Ricche di contenuto, ma povere di forma e prive di ispirazione, di sentimento, di sensibilità, di cultura. Tutte uguali fra loro, senza l'impronta creativa del singolo artista.
L'Iliade della steppa, come viene chiamato il gruppo di poemi, in realtà primeggia fra i tanti poemi epici di tutte le culture, solo per la smisurata mole quantitativa.
I momenti di poesia sono praticamente introvabili: immagini cioè, illuminazioni, approfondimenti emotivi, sentimenti espressi con figurazioni che possano appunto definirsi poetiche.
Per citare qualche eccezione che conferma la regola:

"Giaceva Almambert nel sonno: www.luxuryrolex.co
piena con una scheggia la luna
si era abbassata fino a lui nelle mani: giacque con lui a dormire"
(pag. 125)

"Cadeva l'ombra della sua treccia
come un bel ricamo sulla sabbia..."
(pag. 219)

"Se il mio amore Manas è il mio sole
il mio primogenito è la mia alba..."
(è la moglie di Manas che parla, pag. 214)

Ogni tanto, ma rarissimamente, qualche momento di bella eloquenza drammatica, come la   pagina in cui Manas entra senza permesso nella stanza di Sanirabiiga, sua futura sposa, e questa lo assale con un'invettiva che raggiunge toni elevati.


"Davanti al portone del palazzo c'è un lago:
chi sei mai tu che lo hai attraversato?
chi sei mai tu che il lago e il canneto
hai oltrepassato?
chi sei mai tu che accanto a sette donne
servitrici sei passato?
chi sei mai tu che delle coltri d'oro
hai i legacci slacciato,
sollevando il mio lenzuolo?
chi sei mai tu che su Rabiiga dormiente
la mano hai teso e l'hai baciata?..."
(pag. 132)

In complesso l'opera è noiosa e prolissa.
L'interesse principale - per noi occidentali, oggi - può essere offerto dagli aspetti etnografici. Un viaggio tra le popolazioni nomadi dell'Asia centrale nei secoli immediatamente successivi all'epoca di Gengis Khan. Viaggio tuttavia reso "falso" a causa degli apporti anacronistici lasciati dal sedimentare graduale del tempo in cui vivevano i manascy autori delle successive redazioni: suona falso e infastidisce un po' l'uso dei fucili e dei cannocchiali in un epos da medioevo.

Grasse e Sestri Levante, settembre 2000

 
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