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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LEONORA CHRISTINA ULFELDT
Memorie dalla Torre Blu
Traduzione di Dario Puccini, pp. 126, Mondadori Editore, 1982-1994.

Leonora Christina uscì di prigione alle dieci di sera del 18 maggio 1685. Vi era entrata ventun anni prima, l'8 agosto 1663. Scelse lei di uscire alle 10 di sera, affinché il buio la nascondesse agli occhi di una fitta folla di spettatori curiosi che l'aspettavano fuori del carcere. Aveva 64 anni: un terzo della sua vita l'aveva trascorso nella Torre Blu, il carcere annesso al palazzo reale di Copenaghen.

Leonora Christina era figlia di re Cristiano IV, figlia illegittima, ma riconosciuta, onorata, potente, ricca. Suo marito, parecchio più anziano di lei, era il conte Ulfeldt. Divenne uomo potente, potentissimo, con incarichi di governo e responsabilità vastissime. Ma cadde in disgrazia e fu accusato di aver cospirato offrendo il trono danese, nel frattempo passato al fratellastro di Leonora Christina, a una potenza straniera, in particolare a uno dei tanti sovrani tedeschi. Il marito, che già aveva conosciuto il carcere in uno dei tanti rovesci di fortuna della sua movimentata vita, molto malato, era riuscito a fuggire. Lei fu arrestata in Inghilterra durante un viaggio compiuto per andare dal re Carlo II a chiedere la restituzione d'una cospicua somma di denaro datagli in prestito molti anni prima quando Carlo era in esilio ad Amsterdam. Era, questo Carlo, quel sovrano inglese protagonista, piuttosto pietoso nella sua stupidità, dei Diari di Samuel Pepys...
Leonora Christina non ebbe indietro il suo denaro: fu arrestata, riportata in patria, incarcerata, lungamente interrogata, minacciata di torture, mai processata. L'accusa era d'esser stata complice del marito (il quale, nel frattempo, moriva, durante l'ennesima fuga all'estero). Era una donna troppo intelligente e importante per ignorare, come una casalinga sempliciotta, i maneggi del marito: il presupposto dell'accusa era che Leonora non potesse non sapere.
Era una donna molto colta (parlava un numero sterminato di lingue), abituata al gran mondo, diplomatica, abilissima nel trattare con i potenti, fedele al marito in vita e in morte: non confessò mai. E così rimase in carcere ove scrisse il suo Memorie dalla Torre Blu, un manoscritto che rimase sconosciuto per due secoli, venuto alla luce solo a fine Ottocento e alcuni anni fa tradotto in italiano.
Gli ammiratori del libro, tra cui Andersen e Rilke, e gli editori di oggi, definiscono le Memorie dalla Torre Blu il capolavoro della letteratura danese del Seicento.
No, non è un capolavoro. Letterariamente è cosa modesta. Ma è un libro interessantissimo che si divora in poche sere perché ci introduce dal vero in un mondo vivente di quattro secoli fa. È vita vissuta quella che ci racconta Leonora, non finzione letteraria. Un po' come i già citati Diari di Pepys, più o meno coevi.
Vi è una parte, chiamiamola "intima", delle memorie (la più consistente dal punto di vista letterario) che ci dà il ritratto di una donna coraggiosa, piena di dignità e di fermezza pur fra mille disgrazie, d'animo nobile e orgoglioso, granitica nella sua fede cristiana, grata a Dio per averle dato la forza di sopportare tutto quanto deve sopportare. Questa è la parte più nobile del libro ed è ciò che dà al libro quella dignità letteraria che innegabilmente ha, senza arrivare a definirlo un capolavoro.
Vi è poi, fra le pagine del libro, tutta una aneddotica fatta di pettegolezzi, di diaristica, di cronaca, di ricordi, che valore letterario non ne ha punto, ma è, per noi lettori d'oggi, un curiosissimo, impagabile viaggio in una società del passato, in una realtà quotidiana minuta che nessun grande libro potrebbe raccontarci mai.
Il carcere di Leonora Christina è la più alta torre della reggia. Di là c'è il re, suo fratellastro, con la moglie, acerrima   nemica di Leonora e qui, a pochi metri di distanza, divisa solo da mura, c'è la cella di Leonora Christina, il cui pavimento replicas de relojes de lujo è "incrostato di escrementi", dove "i topi giravano per la stanza e mi svegliavano continuamente" dove ci sono tante pulci che basterebbero "per un reggimento intero", dove una donna pagata due talleri la settimana "andava tutti i sabati di sopra a vuotare il secchio della seggetta", dove Leonora, d'inverno, passa la "giornata a letto, in parte perché non sapevo come passare il tempo, in parte a causa del freddo...".

In questo carcere conosciamo spie, faccendieri, ancelle infedeli, sgualdrine, preti ipocriti e egoisti, ubriaconi, ladri, assassini, guardiani zelanti e guardiani menefreghisti, prigionieri imboscati e dimenticati dalla macchina della giustizia.
Di questa società danese dell'epoca scopriamo un monarca assoluto che, tale essendo, "non è tenuto a rispettare le leggi". Scopriamo che se un ladro veniva condannato a morte, il costo dell'esecuzione era a carico della parte lesa e se questa non voleva sobbarcarsene le spese, il che avveniva spesso, il condannato se ne stava in carcere a tempo indeterminato.
Scopriamo che la vecchia regina madre, per salire ai piani superiori del palazzo, veniva sollevata con una sorta di ascensore rudimentale dell'epoca, una sedia tirata su con corde e carrucole. Che i clisteri sono una panacea all'epoca molto diffusa e non coperta dalla privacy. Che esistono già i giornali. Che i libri costano molto cari. Che le donne si ricamavano, in età, il corredo funebre. Che il cerimoniale della giustizia prevedeva che si eseguisse la condanna a morte in contumacia di un prigioniero non presente, infierendo, con tutti i rituali, su un'effige del prigioniero stesso.
È una visuale molto ristretta, la nostra, d'una società danese del Seicento osservata solo dall'interno di un carcere. Ma è autentica. Non è "fiction", è diaristica. Non ci sono eroi: ci sono poveri cristi, ma autentici. Si ruba una caldaia di rame a un prete, e si finisce sulla forca. Si ruba la lana per farsi un paio di calze, ed è rubare un tesoro. Si ruba un boccale di birra. Si mangiano gli avanzi del cibo dei carcerati, anche se pieni di vermi. Si abortisce, per evitare con la gravidanza di perdere un posto di lavoro retribuito due talleri la settimana. Si può, in carcere, imparare a leggere e a scrivere, e questo consentirà di leggere la Bibbia. Si può far ubriacare un carceriere, portargli via le chiavi e fuggire.
E si può, con la malinconia nel cuore, sentire i festeggiamenti per il fidanzamento del principe ereditario e riuscire a seguirne le fasi passo dopo passo, sentendone la musica, se, come nel caso di Leonora Christina, tanti e tanti anni prima si sono già vissuti quel fasto e quegli onori in prima persona, per il proprio matrimonio.

Leonora Christina dovette - per uscire di carcere - aspettare la morte della sua grande rivale, regina prima, regina madre poi, dominatrice indiscussa del re consorte prima, del re figlio poi. Scrisse il suo diario per render grazie a Dio per averle dato la forza di sopportare e perché lo leggessero i suoi figli e scoprissero come "patire il carcere senza colpa non umilia, ma esalta l'onore di una persona".
Era una donna di forza di carattere straordinaria: fede e consapevolezza della propria dignità le consentirono, lei figlia di re, di resistere 22 anni nello sterco, tra i topi, le pulci, la compagnia di assassini e prostitute. Le sue Memorie dalla Torre Blu se anche non sono un capolavoro letterario sono tuttavia una testimonianza umana insigne.
Capolavoro può esserlo anche un'esistenza. Certamente lo fu quella di Leonora Christina.

Milano, 1/12/03


 

 
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