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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
HONORÉ DE BALZAC
La duchessa di Langeais
A cura di Maria Grazia Porcelli, introduzione di Francesco Fiorentino, con testo a fronte, pp. 322. Marsilio, Venezia, 1996.

Nella sterminata produzione di Balzac il breve romanzo La duchessa di Langeais è l'unico che può definirsi autobiografico. Non nel senso letterale della parola (la storia narrata è di pura fantasia), ma nel senso che si ispira a un episodio, anzi, è strettamente motivato da un episodio, della vita dello scrittore, recentemente conclusosi. Un romanzo di rivalsa, che lo scrittore concepisce per sfogare tutta l'amarezza e l'umiliazione per un rifiuto da una gran dama della nobiltà cui aveva sperato di legarsi ed alla quale era corso dietro per mesi, subendone le lusinghe, le civetterie, le false promesse.
L'episodio biografico si conclude nei primi mesi del 1833 con il rifiuto definitivo da parte della gran dama. Balzac ha un suo riscatto biografico, nella vita reale cioè, subito dopo, verso il Natale dello stesso anno: si lega (e sarà il secondo e ultimo grande amore della sua vita, che si concluderà con il matrimonio e la morte, nel 1850) con un'altra gran dama della nobiltà, russa anziché francese, Medame Hanska, che riuscì a portarsi a letto a Ginevra, proprio dove era stato respinto dalla precedente pochi mesi prima, il 26 gennaio 1834, "giorno indimenticabile". Per sfregio verso l'altra, firmerà la conclusione di La duchessa di Langeais proprio con quella data, 26 gennaio 1834. Ma mentre questo riscatto biografico è casuale, volontario invece, architettato, costruito, gustato e consumato come una vendetta con una sorta di furore narrativo, è il riscatto letterario de La duchessa di Langeais.
Balzac è sempre, si può dire, affetto da furore narrativo: d'altra parte scrive, in soli tre decenni, decine e decine di migliaia di pagine, più di cento romanzi. Ma qui, forse, lo è ancora più che altrove: tutto in questo romanzo è incandescente, tutto è sopra le righe, tutto è esagerato, senza mezzi termini, senza mezze misure, senza la normalità e l'equilibrio del quotidiano, del comune, del vivere reale.

I due protagonisti, Antonietta moglie del duca di Langeais, ventiquattrenne, e il marchese Armand de Montriveau, di età non definita, non sono esseri umani normali, sono super, sono titanici, sono al di sopra di tutto e di tutti. Per nobiltà, per caparbietà, per ostinazione, per forza di volontà, per successo mondano, per bellezza, per ricchezza, per dominio sugli altri. Antonietta, "l'esemplare più completo della natura insieme superiore e debole, grande e piccola, della sua casta" (p. 99), "regina della moda", "civetta, amabile, seducente" (p. 109) è il centro focale di quel Faubourg St. Germain che Balzac ci descrive come cuore toponomastico pulsante dell'aristocrazia e del potere (decadente, ci fa notare con spirito polemico...) della nobiltà di Parigi e della Francia tutta.
Antonietta tiene corte, tutte le sere, e il numero "di coloro che l'adoravano o la corteggiavano" (p. 109) è la controprova delle sue virtù mondane. Ad una di queste serate, in un salotto molto esclusivo, compare lui, il personaggio maschile.
Titanico anch'egli, ma per virtù diverse ed opposte. Una romantica storia alle spalle: ufficiale della Guardia, fedele bonapartista anche quando il bonapartismo diventa una colpa, con un lungo passato di estremi eroismi quando, abbandonando l'esercito, si dà ad esplorazioni geografico-scentifiche in Africa, finite tragicamente con una lunga e dolorosa prigionia-schiavitù.
Ora, reintegrato nella sua carica militare, è generale. È uomo schivo, rude, riservato, l'anti-mondanità per eccellenza. La duchessa lo vede, ne rimane colpita e decide, e "fu una fantasia, puro capriccio da duchessa, ...di farne uno dei suoi amanti, di dargli la precedenza su tutti gli altri, di legarlo alla sua persona, di riversare su di lui tutte le sue civetterie...". Ma senza darglisi per davvero...: "volle che quell'uomo non fosse di nessuna donna e non pensò di essere sua..." (p. 129).
Armand ci casca, pesantemente. Era uomo che "della donna sapeva tutto, ma dell'amore non sapeva niente e la sua verginità sentimentale" (p. 131) lo riportò "a casa divorato dai primi accenni della sua prima febbre amorosa" (p. 133). Eccolo subito alla mercé delle "più tempestose riflessioni che gli avevano mai sconvolto l'anima", mentre "con un solo gesto, con una sola riflessione... cancellò tutta la sua vita passata" attratto, infatuato, invaghito, stregato, "non dalla donna, ma dall'idolo" che subito divenne per lui la duchessa di Langeais.
La storia va avanti per mesi. Si vedono ogni giorno, di sera, nei salotti mondani e nel boudoir privato di lei, ma il legame che per lui è ardente passione, per lei è, e rimane, un semplice "divertimento... un interesse da porre nella sua vita priva di interessi", un "giocattolo dei suoi capricci" (p. 141).
Con l'andare avanti della storia, tutta fatta di conversazioni estenuanti, di "ampio uso delle lusinghe della parola" (p. 127), Armand comincia a fremere, a volerla, a desiderarne il possesso completo. Ma lei, che gli ha concesso "simili ebbrezze non può e non deve ricompensarlo" perché, così si giustifica, mentre sono "libera di disporre del mio cuore" no, "non ho il diritto di disporre della mia persona" (p. 155). Adduce, Antonietta, due barriere: quella della convenienze sociali (è pur sempre una donna sposata, anche se vive libera e separata dal marito) e quella dei doveri religiosi, che proibiscono l'adulterio.
Civetta sì, ma a letto no, insomma.
E quando il nostro Armand sta per perdere letteralmente la testa, si ha un colpo di scena. Un amico fraterno (con il quale condivide l'appartenenza a una setta segreta, la setta dei Tredici, che tornerà in altri due romanzi di Balzac) lo convince di quell'antica verità che tutti conosciamo: in amore, se vuoi essere ricercato, non hai che da fuggire... Una rapida filippica contro le donne che "vogliono possedere senza essere possedute" (p. 199), contro "la giurisprudenza parrocchiale che ha consentito loro quasi tutto tranne il peccato vero e proprio" (p. 201), contro quella femmina che altro non è che "una macchina da lacrime, da buone maniere, da svenimenti, da frasi sfumate" (p. 203) ed ecco il nostro Armand farsi imperioso e minaccioso, trasformarsi in un leone, capire che quella donna "di certo si è fatta gioco di molti uomini" (p. 209), eccolo decidere che sarà lui a vendicarli,a vendicarli tutti.
Ora il gioco delle parti si capovolge. È Armand che si nega, la respinge, rifiuta spiegazioni, non legge le lettere, allontana i suoi messaggeri. E il romanzo si fa feuilletton: una sera Armand (con l'aiuto dei Tredici) rapisce la sua bella, rocambolescamente, la minaccia, la terrorizza, e infine la liquida, definitivamente.
Il gioco, suggerito dall'amico, ha funzionato. Ora   finalmente "la duchessa è ferita...la vanitosa parigina è umiliata..." (p. 247), quella che era una superficiale passione si trasforma in lei in un amore autentico, travolgente, totalizzante, senza riserve, pronto a tutto. E pur di riavere Armand compie una pazzia: manda la sua carrozza sotto casa di DTH hammer, al mattino, affinché tutta Parigi la veda e creda che lei vi ha trascorso la notte. Sull'altare delle convenienze sociali è il sacrificio estremo: ma non sortisce alcun effetto, salvo diventare "in tutte le consorterie del Faubourg Saint-Germain... la notizia del giorno, il tema di tutte le conversazioni, da mezzogiorno sino a sera" (p. 261). E salvo una diplomatica, ma anche molto ipocrita, ramanzina da parte dei parenti di lei, con un consiglio di famiglia su "come arrestare lo scandalo provocato dalla sua condotta" cercando di "accordare i propri sentimenti con i propri interessi", salvando "patrimonio, famiglia, titolo e posto a corte", aggirando "abilmente la legge delle convenienze, invece di violarla"... (p. 281).
Ma nemmeno questo piega l'inflessibile Armand. Ad Antonietta non rimane che un'unica carta: dare un ultimatum ad Armand e offrirglisi interamente, una certa sera ad una certa ora. Se lui verrà, sarà sua per sempre. Altrimenti per sempre scomparirà, facendosi suora. "La povera suora - gli scrive la duchessa - vi illuminerà costantemente con le sue ardenti preghiere e vi ricoprirà per sempre con le ali dell'amore divino" dandogli, infine "appuntamento in cielo" (p. 301).
E cosa succede? Succede che Armand questa volta sì, cederebbe, ma ha l'orologio indietro, arriva in ritardo all'appuntamento e Antonietta è scomparsa. Per sempre.
Ora è lui, nuovamente, che cade nella disperazione. E la cerca e la cerca per mari e per monti, per cinque lunghi anni, mentre, nel frattempo, il marito di lei, il duca di Langeais, muore, lasciando quindi Antonietta socialmente e religiosamente libera per un eventuale matrimonio con Armand.
La cerca in tutto il mondo, in tutti i conventi del mondo e, Capaneo invincibile e irriducibile qual è, è pronto con qualunque mezzo a farle revocare i voti, sfidando anche il papa, e sfidando anche Dio, se necessario.
E la trova, infine, in un monastero di Carmelitane scalze su un'imprendibile rocca a strapiombo sul mare sull'isola di Majorca, in Spagna. Le parla, vuole convincerla, ma lei ormai si è ridotta ad un puro spirito, si è data sposa a Dio e non vuole e non può tornare a lui.
Il finale del romanzo è di toni più alla Dumas e all'Emilio Salgari che non alla Honoré de Balzac. Impiegando mesi per organizzare l'impresa e armando una nave, Armand torna all'isola con la banda dei Tredici e mette in atto un rapimento complicatissimo. Con tecniche apprese in estremo oriente da pirati cinesi (appunto: Salgari...) e spendendo settimane intere per scalare la rocca, Armand riesce infine a penetrare nel monastero e a raggiungere la cella della suora.
Ma quando vi arriva, trova Antonietta morta, distesa sul letto, pronta per la veglia funebre. Non rimane che trafugare il cadavere e portarselo sulla nave. Qui Armand si chiude nella sua cabina con Antonietta "il cui viso, per qualche ora, risplendette compiacentemente per lui delle sublimi bellezze dovute a quella speciale serenità che la morte conferisce alle nostre spoglie mortali". Poi torna sul ponte e accetta il consiglio dell'amico: "mettiamole una palla a ciascuno dei suoi piedi e gettiamola in mare", perché lei, ormai, è per Armand "come un libro letto durante l'infanzia... è soltanto un poema" (p. 321).
Telegrafica, la fine del romanzo: dal ritrovamento di lei morta nella cella, al trasporto sulla nave, alla decisione di seppellirla in mare, al ricordo di lei trasfigurato in un libro d'infanzia, solo una pagina, l'ultima.
E quindi la data di fine romanzo, e il luogo: "Ginevra Pré-Lévêque, 26 gennaio 1834", data e luogo che sappiamo cosa vogliono significare per l'umiliato e vendicativo Balzac, spasimante respinto.
Romanzo di rivalsa, fondamentalmente misogino, scritto con l'intelletto e non con il cuore, un fiume estenuante di parole, di schermaglie verbali sterminate tra due amanti un po' sadici, un po' masochisti, che fanno fra loro "ampio uso delle lusinghe della parola" (p. 127) e che riescono, nel chiuso di un boudoir per ore, "a parlare di tutto senza aver detto nulla" (p. 139), La duchessa di Langeais, lungi dall'essere un capolavoro, è stato ora riscoperto dal mondo del cinema ed è diventato un film che la critica definisce un capolavoro.

La storia forzosamente iper-romantica di Armand e Antonietta, che, per troppo intellettualismo, non riesce a commuovere sulle pagine del libro, pare diventi una splendida storia d'amore nel film.
Non resta che andarselo a vedere.

Lago di Brienz, 19 agosto 2007
(giorno, il 19 agosto, in cui morì Balzac nel 1850 a Parigi, all'età di 51 anni.)

Sì, il film è bello, quasi più bello del romanzo, ma, purtroppo, altrettanto noioso. Il racconto è fedele sino alla pignoleria, ovviamente riassunto, con l'uso di maliziosi siparietti di testo. Alcune incongruenze del romanzo, come l'orologio in ritardo, banale causa dalle catastrofiche conseguenze, sono rimesse a posto e rese plausibili.
La differenza col romanzo è, nel film, la mancanza di quel furore narrativo che c'è in Balzac. Il racconto cinematografico è più pacato e normale, i personaggi più credibili e borghesi, meno sopra le righe.
Sala vuota e molti sbadigli per un'opera d'arte, lontana da ogni velleità di cassetta. Uno di quei film di cui si dirà: successo di critica e disastro al botteghino...

                                                 Milano, 12/9/07
 
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