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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
BLAISE CENDRARS
La mano mozza
pp. 229, Ugo Guanda Editore, Milano, 2000.

Blaise Cendrars (pseudonimo di Frédéric Sauser) è un poeta, narratore e sceneggiatore francese di origine svizzera, contemporaneo e amico di Apollinaire. Appartenne più o meno alla corrente dei surrealisti. Poco noto anche in Francia, del tutto sconosciuto in Italia.
L'editore Guanda ha ora pubblicato (nel 2000) un suo volume: La mano mozza, tradotto da Giorgio Caproni. 
Cendrars (nato nell'87, morto nel '61) prese parte alla prima guerra mondiale, fu ferito da una granata e perse il braccio destro, da cui il titolo, anche se l'episodio specifico non è narrato.
La mano mozza non può essere definito un romanzo: è un lungo racconto (di 300 pagine) autobiografico sui giorni, i mesi e gli anni del fronte.
Colpisce di Cendrars la frammistione fra uno stile da un lato volutamente ricercato e  letterario, con lunghe ricamate descrizioni, e dall'altro momenti invece dimessi e realistici, gergo, citazioni strettamente personali.
Trecento pagine di immersione nelle trincee, nel fango, tra le cannonate e i cecchini, nelle desolate campagne paludose ai confini col Belgio.
Racconto contemporaneo, racconto posteriore (il cosa ne è stato dopo, a guerra finita) e frequenti flash-back. Una galleria eterogenea di personaggi, commilitoni di Cendrars, forse tutti esistiti, forse tutti immaginari, non fa molta differenza, ma comunque tutti veri, credibili.
Cendrars è contemporaneo di Celine e ha fatto la stessa guerra di Celine: inevitabile quindi un raffronto con Casse Pipe, per esempio. E fra i due c'è un abisso. Celine è feroce, distruttivo, tragico, atroce al di là dell'immaginazione. Cendrars è sorridente, allegro, elegiaco e leggero, lievemente ironico anche nel raccontare la morte. Un poeta lieve che narra di cose pesanti. Tragico Celine, elegiaco Cendrars.
C'è molto autocompiacimento nello stile di Cendrars, molto esercizio di , lunghe raffinate acquarellate, molta letteratura e anche, qua e là, un po' di buona poesia. Come, ad esempio, in una sorta di peana o canto di morte, verso il finale del libro, ove (in un capitoletto intitolato "I bislacchi") c'è una breve serrata galleria di figure umane di morti ammazzati, uno dietro l'altro  conducente della carretta spappolata da una granata, "che si faceva in quattro rolex falsi per nutrire decentemente il suo cavallo col quale aveva stretto amicizia", un giardiniere del casino di Montecarlo, "un ragazzo snello con un delicato profilo e una bocca e due occhi di fanciulla, del quale non ho mai saputo il nome, saltato in aria ancor prima d'aver avuto il tempo di voltarsi", e tanti, tanti altri, che il poeta "fissa sulla carta perché glie n'è tornato a mente il nome o perché erano dei bislacchi e la loro ombra riappare spesso ad alimentare le sue fantasticherie accanto al fuoco, d'inverno..."

Ci sono momenti sinceri e sentiti, in Cendrars, e la commozione ti prende.
Tuttavia ciò che infastidisce, nel libro tutto intero, è il tono da caporale saputello che permea tutto il racconto. Nel senso che solo lui (l'io narrante) è bravo, sveglio, intelligente, coraggioso, schivo, discreto. E gli altri sono tutti fessi. Commilitoni, sottufficiali, ufficiali, generali. L'io narrante è il più bravo di tutti. La guerra pare averla fatta solo lui e averla vinta tutta lui. Tutti gli altri sono dei comprimari che gli girano intorno come marionette da lui abilissimamente mosse.
Permea così tanto tutto il racconto, questo atteggiamento  che infine viene a noia.
Tuttavia sarà difficile, per chi ha letto La mano mozza, aggirarsi per le basse colline che circondano Verdun o per le sterminate file di croci bianche dei tanti sacrari del posto, senza tornare con la mente e con il cuore alle pagine di Cendrars.
A molte di quelle anonime croci bianche Cendrars ha saputo dare un nome, un volto, un'anima.

Sestri Levante, 26/3/01

 
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