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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PIERRE CORNEILLE
Horace
Sta in Teatro, a cura di Maria Ortiz, con prefazione di Giovanni Macchia, pp. 68, Sansoni, Firenze, 1964.

Siamo nell'antica Roma all'epoca degli Orazi e dei Curiazi. C'è guerra fra Roma e Alba per il predominio del mondo d'allora. Chi vince conquisterà l'egemonia e chi perde soccomberà per sempre. Ma fino a quel giorno Roma ed Alba erano città amiche e alleate, "un solo sangue e un solo popolo in due città" (I, 3), per cui fra di loro si sono unite, con intrecci matrimoniali, molte famiglie. Tra cui appunto la famiglia romana degli Orazi e quella albana dei Curiazi. Tra loro il legame è doppio: Orazio ha sposato Sabina, sorella di Curiazio e Curiazio sta per sposare Camilla, sorella di Orazio. L'amor di patria (che a quei tempi, così vuole la romanità, prevaleva su tutto) spinge a parteggiare per la propria città, l'amor di famiglia impedisce d'odiare la città rivale. Il problema tuttavia, il dissidio cioè d'interessi affettivi, sussiste più per le donne che non per gli uomini. Gli uomini infatti non hanno dubbi: di patria ne hanno una sola, la propria, e la patria viene prima di tutto. Ma le donne di patria ne hanno due, quella propria, ove sono nate e alla quale appartiene la loro famiglia d'origine, e quella acquisita, ove si sono accasate, che è la patria dei loro mariti ed è, o sarà, la patria dei loro figli. Per chi parteggiare? Tutta la tragedia di Corneille è giocata su questo dissidio tra "il sangue in un esercito, l'amore nell'altro" (I, 1).
Sabina, albana di nascita, romana d'adozione, con appunto il sangue in un esercito (il proprio sangue di albana nell'esercito d'Alba) e l'amore nell'altro (l'amore per il marito Orazio, nell'esercito romano) dichiara: "sarò imparziale per tutti e due fino alla vittoria, prenderò parte ai mali senza prenderne la gloria e, in mezzo a tante pene, serbo le mie lacrime per i vinti e il mio odio per i vincitori" (I, 1) chiunque siano gli uni e gli altri.
Corneille si gioca il dissidio in tutte le sfaccettature possibili, una sorta di tormentone che percorre tutti i cinque atti della tragedia e che è richiamato in ciascun personaggio in mille modi sempre diversi nella forma, sempre uguali nella sostanza...
"Ho come lei da perdere nell'uno e nell'altro campo..." (I, 2) recita Camilla.
"Temo il peso vergognoso delle catene oppure il peso del sangue dei romani" (I, 3) recita Curiazio, che soffrirà appunto in ogni caso, sia se i romani vinceranno (e lui dovrà sopportarne le catene, cioè l'imperio) sia se perderanno (e lui avrà dovuto versarne il sangue, battendoli).
E per il padre di Camilla, Curiazio sarà "genero o nemico"? (I, 3)
Curiazio paventa il ritorno ai combattimenti perché "se si dovesse ancora venire alle armi (dice, rivolgendosi all'amata Camilla) combatterei per Alba sospirando per te" (I, 3).
Le circostanze portano "chi è bravo guerriero ad esser cattivo parente..." perché ognuno "gettando lo sguardo nelle schiere nemiche vi riconosce un cognato, un cugino, un amico..." (I, 3).
"Quel che il mio paese vuole, la mia amicizia lo teme" dice Curiazio all'amico-nemico e cognato Orazio perché, è inevitabile, "da tutte e due le parti avrò da spargere lacrime" (II, 1).
È terribile doversi "armare per la propria patria contro un sangue che si vorrebbe riscattare anche a costo della propria vita" (Orazio: II, 3) ovvero "correre senza paura al proprio dovere mentre il cuore ne sbigottisce e freme d'orrore" (Curiazio: II, 3).
Ma la vicenda raccontata da Corneille, come già sappiamo dalle pagine delle "Storie" di Tito Livio, cui il poeta si attiene fedelmente, si complica ancora. Non è solo guerra tra Roma e Alba: è duello all'ultimo sangue fra i tre fratelli Orazi, romani, e i tre fratelli Curiazi, albani, scelti dalle rispettive città come campioni cui affidare le sorti del conflitto. La città i cui campioni vinceranno avrà vinto l'intera guerra: l'altra soccomberà, per sempre.
Le nostre due eroine, Sabina, moglie di Orazio, romano, e Camilla, moglie promessa di Curiazio, albano, non hanno alternativa: o perderanno un marito per mano dei fratelli o perderanno i fratelli per mano del marito. Come potranno, tra "le lacrime da una parte e il sangue dall'altra" (II, 7) aver la forza di "soddisfare ai doveri di sorella e di moglie, abbracciare il vincitore piangendo il vinto" (II, 6)? Quale sarà mai "l'orrore di dover abbracciare un uomo la cui spada ha troncato la trama dell'intera mia famiglia" (V, 3)?

Un po' tutta la drammaturgia di Corneille è impostata sui grandi dissidi di coscienza, l'onore e il dovere da una parte, le inclinazioni, i sentimenti, l'amore dall'altra. E Corneille non ha mai dubbi: crea sempre e solo eroi, grandi eroi di marmo che nel dissidio scelgono sempre l'onore e il dovere. Anche qui, in Horace, c'è l'eroe di marmo, che è Orazio appunto. Non appena viene a sapere d'essere lui il campione scelto da Roma, Orazio si inorgoglisce. L'ambizione personale sopraffà in lui la pietà famigliare: "Roma ha scelto il mio braccio: non discuto. Con la stessa allegrezza con cui sposai la sorella, combatterò il fratello..." (II, 3). E tronca gli "inutili discorsi" col cognato Curiazio, praticamente disconoscendolo: "Alba ti ha nominato: non ti conosco più" (II, 3).
L'immagine che ne hai è tipicamente neoclassica: marmo scolpito a imitazione della leggendaria romanità, quella degli Scevola che sapevano sacrificare un braccio senza versare una lacrima. Pietra dura, spigolosa, perfetta, cristallina, tutta in luce: nessun chiaroscuro, nessuna ombra, nessuna morbidezza, nessuna esitazione nello scalpello dello scultore che le dà forma. Statue da ammirare, ma che non riesci ad amare.
Colpiscono, ma non commuovono.
Questi eroi di pietra, in Horace, sono le figure maschili, prima fra tutte quella d'Orazio, e poi il padre di lui, altrettanto rigido nella sua romanità, altrettanto di pietra nella sua inflessibilità morale.
La virtù della poesia non tocca gli uomini in Horace, tocca le donne. Si chiama poesia ciò che ingentilisce il marmo, ammorbidisce e scalda di sentimento e di umanità un conflitto, una posizione troppo rigida, troppo scultorea. È in Sabina e in Camilla che il drammaturgo Corneille riscopre il poeta Corneille. È Corneille che ha dato anima, cuore e temperatura corporea a Sabina e a Camilla, allontanandosi dal freddo percorso storico di Tito Livio e dando vita a due veri esseri umani.
Sabina ha il suo momento di poesia prima dello scontro in armi, Camilla dopo.
L'invenzione di Corneille è di grande originalità e di estrema efficacia drammatica. Sabina è albana di nascita e romana di matrimonio: suo marito dovrà uccidere i suoi fratelli oppure suoi fratelli dovranno uccidere suo marito e i suoi cognati. La Sabina di Corneille si ribella a questa atrocità. Tra tanta tonitruante magniloquenza patriottarda è donna che, abbiamo visto, sceglie la via del cuore e promette "lacrime ai vinti e odio ai vincitori", prima di sapere chi saranno gli uni e chi saranno gli altri. Quando si scontra di fronte all'inevitabilità del duello, ecco che Sabina inventa una sua soluzione al tema atroce dello scontro fra persone a lei care. Ciò che ferisce la sensibilità di Sabina è la causa dello scontro, il patriottismo, causa senz'altro nobile ed elevata, ma estranea alle ragioni del cuore e della famiglia. "Voglio togliere empietà a una impresa così nobile, voglio rendere purezza alle ragioni dell'onore, far risplendere l'onore senza contaminarlo di delitto: voglio insomma farvi nemici legittimi". È lei stessa "il solo legame del santo nodo che unisce" rispettivamente marito e fratelli e ove lei scomparisse, scomparirebbe quel legame che rende sacrilego e disumano il combattimento. Ecco ciò che Sabina chiede al marito Orazio e al fratello Curiazio: "Comprate con la mia morte il diritto d'odiarvi. Alba lo vuole, e Roma: bisogna obbedir loro. Uno di voi mi uccida e l'altro mi vendichi. Così il duello sarà un duello umanamente giusto, o per vendicare la moglie o per vendicare la sorella..." (II, 6).
La Sabina di Corneille si guadagna con questi versi un posto nell'olimpo delle grandi figure femminili del teatro tragico.
Ovviamente né Orazio né Curiazio accettano l'invito. Il combattimento ha luogo e, come sappiamo, muoiono tre dei fratelli Curiazi e due dei fratelli Orazi.
Trionfatore, e uccisore, uno per uno, dei tre Curiazi, fratelli di Sabina, è Orazio. Il trionfo lo inebria. Dimentica ogni ragione del cuore e pretende dalla moglie Sabina e dalla sorella Camilla, cui ha ucciso l'amato Curiazio, che anch'esse gioiscano e siano orgogliose della vittoria di Roma. Ma Camilla non accetta. Chiede il diritto di piangere, di non gioire. "Indegna sorella, il tuo criminale amore aspira alla vendetta" (IV, 5) le ribatte Orazio. Per Camilla la colpa d'Orazio non è quella d'averle ucciso il promesso sposo, ma quella di proibirle il conforto delle lacrime: "Tigre assetata di sangue che mi proibisci le lacrime, che vuoi che nella sua morte io trovi ancora delizie..." (IV, 5).
Orazio, folle d'orgoglio personale e patriottico estrae la spada e punisce con la morte la giovane sorella: "Riceva così la sua pena immediata chiunque osi piangere un nemico di Roma!" (IV, 5).
La tragedia, con il quarto atto e la morte di Camilla, si conclude nei suoi nodi drammatici e poetici. C'è ancora un quinto atto di tono per così dire burocratico: una sorta di processo ad Orazio, per l'uccisione di Camilla, con assoluzione finale.

Horace è del 1639. Sono passati poco più di vent'anni dalla morte di Shakespeare. Corneille sta cercando una sua via alla tragedia classica. A differenza di Shakespeare, Corneille si pone mille e mille problemi formali nella costruzione dei suoi drammi. Andava massimamente fiero del suo Horace perché finalmente era riuscito a proporre una tragedia perfetta dal punto di vista delle tre unità aristoteliche, di luogo, di tempo, d'azione. Ed ai suoi tempi Horace venne considerato il capolavoro di Corneille, grazie appunto a queste pastoie formali. Oggi ringraziamo il cielo (o la musa della poesia) per il fatto che nonostante queste pastoie formali Horace sia una bellissima tragedia. Non è bellissima per le ragioni credute da Corneille, lo è per altre. Non per l'eroicità scultorea delle figure maschili, ma per l'umana eroicità di quelle femminili.
La poesia dell'onore e del dovere, ch'era la poesia in cui Corneille credeva, ha ceduto il posto, nella sensibilità d'oggi, ovvero nella prospettiva storica, alla poesia del sentimento. Sono le lacrime di Sabina e di Camilla che commuovono ancora in scena, tutt'oggi, e non l'eroismo inossidabile di Orazio.
Perché in poesia, come forse anche nella vita, le ragioni del cuore sopravanzano di gran lunga le ragioni della mente, del dovere, dell'onore. Come l'Antigone sofoclea insegna, da sempre e per sempre.

Milano, 1/12/01


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