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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
GUSTAVE FLAUBERT
Salamb�
A cura di Emilio Castellani, pp. 390, UTET, Torino, 1954.

"Era il sangue d'un cane nero sgozzato in una notte d'inverno da donne sterili, tra le rovine d'un sepolcro...". Salambò lo trasse da una ampolla di alabastro e "se ne spalmò le orecchie, i talloni e il pollice della mano destra..." (X).
È un momento cruciale nell'esistenza di Salambò, fanciulla vergine figlia del generale cartaginese Amilcare Barca, perché lo spalmarsi con quella "sostanza liquida coagulata" fa parte dei riti propiziatori con cui si prepara a partire per la missione più importante della sua vita: recarsi nel campo dei nemici di Cartagine e recuperare lo "zaimf", il velo sacro della dea Tanit che le era stato sottratto dal loro capo, il truce Matho, ex mercenario morbosamente innamorato di lei.

Romanzo storico, fumettone, drammone: cos'è mai questo Salambò, costato cinque anni di documentatissime ricerche al grande Flaubert, l'immortale autore di Madame Bovary?
La storia di Salambò è piuttosto scarna: i Cartaginesi sconfitti dai Romani nella prima delle guerre puniche rientrano nelle loro terre e con loro tornano anche le migliaia e migliaia di mercenari d'ogni nazione che avevano combattuto nelle loro file. La guerra è perduta, ma ciò nonostante questi mercenari vanno pagati come da patti intercorsi prima della partenza. Ora però, dopo la sconfitta, manca il denaro e manca la volontà di pagarli. Ne nasce una nuova guerra (la guerra fenicia: siamo intorno al 240 a. C.) fra Cartagine e i suoi ex mercenari a cui si uniscono le popolazioni locali, insofferenti del dominio cartaginese. Una guerra che si prolunga per oltre tre anni con alterne vicende sino alla distruzione totale dei mercenari e dei loro alleati.
Il romanzo di Flaubert narra dall'inizio alla fine l'intera guerra, inserendovi una storia passionale, da lui inventata, d'un amore travolgente, tutto a distanza, fra Matho, il capo dei mercenari, e Salambò, la vergine figlia di Amilcare, sacerdotessa della dea Tanit, una sorta di Venere fenicia, misteriosa, esoterica, inquietante. Matho intravvede la fanciulla durante un festino-baccanale nei giardini della casa di Amilcare Barca e ne rimane folgorato. Trascinato da questa passione, torna furtivamente una notte nella nemica Cartagine e si introduce nell'inviolabile casa di Salambò. Incontra la ragazza e si impossessa del velo, magica reliquia per la fanciulla e garanzia di divina protezione per la città.
Dopo il furto, la guerra riprende, feroce e sanguinosissima. Le truppe cartaginesi uscite in campo aperto sono guidate dal padre di Salambò, Amilcare, il generale che comandava a suo tempo gli eserciti mercenari ora nemici di Cartagine, guidati da Matho. Dopo alcuni successi Amilcare ha la peggio. Il suo esercito è circondato e assediato in campo aperto dai mercenari e i cartaginesi rischiano di morire di fame e di sete. Salambò viene mandata dal suo gran sacerdote e padre spirituale a recuperare il velo. Dovrà prostituirsi a Matho, dovrà farsi uccidere se sarà necessario, ma dovrà tornare col velo. La fanciulla, agghindata in modo ricercatissimo, ("non potrai essere più bella il giorno delle tue nozze" le dice la nutrice vestendola) si reca, accompagnata da uno schiavo, con un viaggio a cavallo, all'accampamento di Matho, fra presagi di morte. È notte. Entra nella sua tenda. Sono soli. Matho dapprima "arretrò, stretti i gomiti al corpo, sgomento sino al terrore". Poi si rianima: "uno slancio di tutto l'esser suo lo precipitò verso di lei: avrebbe voluto avvilupparla, assorbirla, berla..." "Come sei bella - le dice - come sei bella!". Matho, il guerriero provato a tutto, una specie di monumento di pietra, duro quanto le pietre delle mura di Cartagine, di fronte a Salambò finalmente diventa un essere umano, in carne e ossa. "Egli dilatava le nari per meglio aspirare il profumo esalante della persona di lei...". È incredulo, è attonito, è esaltato dalla presenza della fanciulla. Se ne inebria. Ora non pensa più alla guerra, a Cartagine: "tutti i suoi tesori, con le province, le flotte e le isole, non destano in me desiderio quanto la freschezza delle tue labbra, la dolce linea delle tue spalle...! Volevo distruggere le mura di Cartagine per giungere a te, per possederti...! Sentivo il tuo alito passarmi sul viso, e me ne dilettavo, simile al moribondo che beve l'acqua bocconi sul margine del ruscello... Calpestami, purché senta i tuoi piedi! Maledicimi, purché oda la tua voce! Io t'amo, t'amo...".
È ebbro d'amore, Matho. Talmente ebbro da sognare un futuro con Salambò, su un'isola deserta colma di fiori, di frutti, di profumi, di polvere d'oro... Talmente ebbro da addormentarsi sul proprio giaciglio, piangendo, nascondendo il capo sul petto di lei...
Breve nucleo di malinconica poesia questo sogno d'amore irrealizzabile del truce guerriero nemico di Cartagine, in un libro che di poesia è avaro, avarissimo, scritto quasi per intiero con la mente, non con il cuore...
Salambò, vergine come quando vi era entrata, lascia la tenda di Matho riportandosi via il velo di Tanit e raggiunge il padre assediato nel vicino accampamento.
Rincuorati dal sacro amuleto tornato in loro possesso, i cartaginesi trovano la forza di reagire. Battaglie sempre più sanguinose, assedi, fame, scene truculente di cannibalismo, crocifissioni, sventramenti, sacrifici umani, bambini arsi vivi in offerta propiziatrice agli dei, mutilazioni, torture efferate, roghi, stupri, tradimenti, inganni...
Il romanzo volge al termine. Migliaia e migliaia di mercenari sono intrappolati in una angusta gola e lasciati morir di fame e di sete, dati in pasto ai leoni. Un corpo scelto di guerrieri, prigionieri di Amilcare, dapprima blanditi con la promessa di perdono e di reintegro tra le fila cartaginesi, sono poi costretti a scannarsi fra loro, gli uni con gli altri, come gladiatori in un'arena, col pretesto, ed è una menzogna, che nell'esercito cartaginese non c'è posto per tutti, ma solo per i più forti, coloro cioè che sopravviveranno.
In quest'orgia di sangue ecco ancora una pagina di poesia fra centinaia di pagine di erudito sfoggio di letture classiche, di noiose e particolareggiate ricostruzioni scenografiche, di riti, cerimonie, ambienti, costumi, elencazioni etnografiche, descrizioni di armi, di battaglie, di macchine da guerra, di ricchezze, di pietre preziose, di marmi, di prelibatezze culinarie, di unguenti, di profumi, di ferite, di torture...
La ferocia vendicativa di Amilcare è infinita. Costringe i suoi prigionieri a misurarsi gli uni con gli altri in un duello mortale: chi vincerà sarà fatto salvo e potrà tornare al soldo di Cartagine. Ma sono commilitoni, "profonde amicizie erano nate tra quegli uomini nella loro lunga esistenza in comune... al chiarore delle stelle avevano dormito fianco a fianco, sotto lo stesso mantello... e poiché vivevano senza famiglia, il bisogno d'affetto si concentrava su un camerata... In quel continuo vagabondare attraverso ogni sorta di paesi, di massacri, di avventure, strani amori erano sorti tra loro, unioni equivoche aventi la serietà di matrimoni, il più forte difendeva il più giovane, sulla fronte gli tergeva il sudore delle febbri, rubava per lui il cibo, e quegli compensava quella tenerezza con mille delicate premure e compiacenze di sposa...".
Amilcare vuole che questi uomini, così intimi e legati fra loro, si uccidano l'uno con l'altro, combattendo.
No, non lo faranno. Ciascuno di loro si spoglia dell'armatura. Sui loro corpi compaiono le cicatrici di quando combattevano per Cartagine, che ora li vuole morti... Sì, si battono, ma bendandosi gli occhi, per non vedere l'amico morire ciascuno sotto ai colpi dell'altro, e "di tratto in tratto due uomini, tutti sanguinanti, si fermavano, cadevano nelle braccia l'un dell'altro e morivano abbracciandosi... Altri, immobili, contemplavano un cadavere steso ai loro piedi, poi d'improvviso si laceravano i volti con le unghie e, afferrata a due mani la spada, se l'immergevano nel ventre..." (XIV).
Nella barbarie, nell'orgia di sangue, nitido e molto bello si staglia questo momento di poesia degli affetti, dei legami, dell'amicizia, della comunanza di sentimenti e di destini.
Pagina fortemente tragica illuminata dalla lirica dell'amore.

E il racconto dei massacri prosegue. Il numero dei mercenari e dei loro alleati si riduce sempre di più. Di tre armate, quella dell'ex schiavo Spendio, quella del gallo Astarito, quella del libico Matho, solo quest'ultima sopravvive. Gli altri sono stati sterminati, i loro capi crocifissi, scarnificati, disossati. Nell'ultimo scontro, quattordicimila cartaginesi si battono contro i settemila mercenari di Matho. È una mattanza. Il sangue impiastra il terreno rendendolo scivoloso come il fango: "il sangue li faceva scivolare e su la ripida china del terreno i cadaveri rotolavano in basso; l'elefante, che si sforzava di arrampicarsi sul colle, vi sguazzava sino al ventre, e pareva adagiarvisi con delizia...". "Man mano che i morti cadevano, gli altri vi salivano sopra per difendersi. Era come una piramide che si ingrossasse poco a poco". Dei settemila mercenari "in breve non furono più che cinquanta, poi venti, poi tre, poi due soltanto, un Sannita armato d'una accetta e Matho, che conservava sempre la sua spada...". Il Sannita è ucciso, Matho è preso prigioniero "con una di quelle grandi reti usate per catturare le bestie feroci".

Volge al termine il dramma. Poche veloci pagine per concludere. Dopo anni di guerre feroci, Cartagine è in festa: in un unico grande rito truculento si celebrano le nozze di Salambò con un principe numida, Narhavas, e si celebra insieme il supplizio di Matho, "l'ultimo dei barbari, che incarnava, per loro, tutti i barbari, tutto l'esercito nemico, e su di lui dovevano essere vendicati tutti i disastri, i terrori, le onte subite..." (XV).
Matho è condotto nudo al linciaggio tra la folla inferocita. Il suo corpo è disfatto, è un ammasso sanguinolento "nulla più all'infuori degli occhi rimaneva in lui d'apparenza umana". Quegli occhi incontrano lo sguardo di Salambò, affacciata a una terrazza, assisa su un trono di avorio e di tartaruga, agghindata per le nozze. "Salambò, piegata sul parapetto, guardava quelle pupille spaventose che la fissavano, ed ebbe allora coscienza di tutto quello ch'egli aveva sofferto per amor suo. Rivide colui che ora le stava dinnanzi moribondo quando, nella sua tenda, in ginocchio, le circondava il busto con le braccia, balbettando parole soavi. Era assetata di riudirle, di risentirlo vicino a sé, stava per gridare. Egli cadde riverso e non si mosse più".
O ra il gran sacerdote della dea Tanit, maestro spirituale di Salambò, estrae con un pugnale il cuore dal petto di Matho, lo pone su un vassoio, alza il braccio, lo offre al sole. Narhavas, il promesso sposo di Salambò, in segno di possesso le cinge con un braccio la vita e con l'altro beve a una coppa d'oro. "Salambò, imitando il suo sposo, sorse in piedi tenendo un boccale per bere anch'essa. E ricadde, col capo all'indietro, arrovesciata sulla spalliera del trono, livida, irrigidita, le labbra dischiuse e i capelli sciolti che pendevano a terra. Così, per aver violato il velo di Tanit, morì la figlia di Amilcare".
In poco più di una pagina, con la morte di Matho e la morte di Salambò si conclude il romanzo.

E torniamo alla domanda iniziale. Cos'è Salambò?
Un romanzo storico, un drammone, un fumettone?
Salambò è un poema mancato. Totalmente mancato. È l'inspiegabile, folle puntigliatura di un grande scrittore (Salambò arriva cinque anni dopo Madame Bovary e richiede cinque anni di lavoro estenuante) che volle misurarsi in un genere che era al di sopra di lui. Flaubert per prepararsi a Salambò lesse per intiero la Bibbia (il più grande dei poemi epico-mistici) lesse Polibio, Erodoto, Vitruvio, Strabone, Plinio, Tertulliano, Apuleio. Si caricò di centinaia di pagine di appunti. Tornò in un viaggio di ricognizione a Cartagine e a Tunisi. E lavorò, lavorò, lavorò per cinque anni. Per darci un romanzo pedante, noioso, avaro di poesia, povero di personaggi, debole sul piano della ricostruzione storica, tutto infarcito di terminologie minuziosamente dettagliate, un repertorio di erudizione archeologica con sterminate elencazioni d'ogni sorta di minutaglie che per noi sono fantasmi di un passato cui lo scrittore non riesce a restituire vita. Salvo i rari esempi citati, non c'è umanità in Salambò, non ci sono affetti, sentimenti, non c'è la poesia della vita o dell'amore o della sofferenza o della morte o dei paesaggi o dei suoni o dei profumi. Eppure vita, amore, sofferenza, morte, paesaggi, suoni, profumi sono citati in sovrabbondanza, ne son piene le pagine. Fu, quello di DTH hammer, un lavoro di tediosa compilazione. Volle dare evocazione e colore alle poche e scarne pagine in cui Polibio ci narra gli eventi storici di quell'episodio, ma gli mancò l'ispirazione o quel qualcosa (il mistero dell'opera d'arte!) che dà corpo all'ispirazione dell'artista e trasforma un progetto in un capolavoro. In un quadro, in un romanzo, in un poema, in una sinfonia.

Dopo Salambò verrà l'incompiuto Bouvard e Pecuchet. Un altro repertorio di cognizioni (di ben altra materia: qui sarà la scienza, la filosofia, la cultura in genere, parodiata e beffeggiata nel tentativo, non riuscito, di un romanzo storico enciclopedico...) che non riusciranno a passare compiutamente dai canovacci sterminati degli appunti preparatori al romanzo finito.
Qual è il vero Flaubert? Quello grandissimo di Madame Bovary o quello velleitario e zoppicante di Salambò e di Bouvard e Pecuchet?
La grandezza di Flaubert è tutta in Madame Bovary. È inutile cercarla (come la critica imbarazzata si sforza di fare) anche in Salambò.

Salambò rimane un celebre esempio di romanzo storico non riuscito: e siamo nel 1862, nel nord della Francia.
Pochi anni dopo, nel 1868, a breve distanza geografica, in Belgio, uscirà un altro romanzo storico, sempre in lingua francese: La leggenda di Ulenspiegel, di Charles De Coster. De Coster è un contemporaneo di Flaubert, esattamente contemporaneo, nasce nel '21 Flaubert, nel '27 De Coster, muore nell'80 Flaubert, nel '79 De Coster. È curiosa questa analogia, geografica, di date, di lingua, di intenti. Entrambi gli scrittori vogliono dare vita a un passato eroico, tra lo storico e il leggendario. Entrambi aspirano al poema. Fallisce Flaubert. Trionfa invece il suo contemporaneo De Coster, lasciandoci uno dei massimi esempi europei di romanzo storico di ispirazione epico-mistica. Un commovente, bellissimo, poema epico in prosa. E tuttavia, dopo poco più di un secolo, Salambò, anche se quasi illeggibile, è ancora sulla bocca di tutti.
L'Ulenspiegel di De Coster, uno dei grandi capolavori della letteratura europea dell'Ottocento, è praticamente sconosciuto.
La letteratura ha le sue leggi e non sempre sono comprensibili.

Sestri Levante, 21/4/03

 
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