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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
THÉOPHILE GAUTIER
Il Capitan Fracassa
A cura di Adriana Moreno, pp. 681, UTET, Torino, 1946.

Vi sono libri che per una serie di malintesi sono - nell'immaginario collettivo - libri di lettura per i ragazzi. E invece non lo sono affatto. Così i Racconti di Gulliver, così Moby Dick, così, anche Capitan Fracassa. In realtà per adulti e solo per adulti sono i primi due e per il ragazzo che rivive in ogni adulto è invece l'ultimo. Perché Capitan Fracassa è sì un libro di cappa e spada, d'avventure, ma è comunque un romanzo storico "impegnato", colto, con ricostruzioni d'ambiente precise, scrupolose, accurate, degne della penna di Walter Scott o di Manzoni. Anzi, fin troppo precise, accurate, ridondanti, reiterate, il che, forse, è un po' il suo limite.
Gli editori ne fanno delle riduzioni. Depurano il libro delle interminabili descrizioni di ambienti, persone, abbigliamento, lasciano solo le parti narrative d'azione e d'avventura ed ecco creato il romanzo per ragazzi, quasi Gautier fosse Salgari, riducendo alla metà o a meno della metà le 700 e passa pagine di Gautier.
Ma se togli quelle sterminate descrizioni, quei minuti arazzi dove il pittore si dilunga fino all'esasperazione a descrivere e descrivere e descrivere, ecco che di Gautier non rimane più niente.
Perché Gautier è proprio quello dello scrupolo descrittivo, sino al più piccolo particolare. Non c'è Gautier, al di là di questo. C'è un fumettone e basta.
Siamo nel Seicento, in Guascogna. In una landa di campagna desolata c'è il più triste dei castelli in rovina. La descrizione del castello e del suo cadere in pezzi è sterminata. Vi abita il giovane, malinconico e poverissimo barone di Sigognac, "ultimo discendente di una nobiltà di spada", ultimo rampollo squattrinato e emaciato dalla fame, di "avi che si erano rovinati col gioco, con le guerre o pel vano desiderio di brillare, in modo che ogni generazione aveva lasciato in eredità all'altra un patrimonio sempre più assottigliato". Il giovane barone, un gatto, un cane, un ronzino, un vecchio servo: ed è così consumato dalla povertà, questo giovane barone, che molti addirittura ne ignorano l'esistenza, credono estinta la famiglia.
In una orribile notte di pioggia, qualcuno bussa alla porta e chiede ospitalità. Chi è? È un'intera compagnia di guitti, di attori, un carro di Tespi girovago che chiede rifugio. Il carro si è impantanato. Hanno fame, sono bagnati, hanno freddo.
Conosciamo così uno a uno gli attori, uomini e donne, che Gautier ci descrive nei minimi particolari, nel più piccolo dei dettagli, dettaglio fisico, morale, d'abbigliamento. Fra loro c'è anche una ragazza bellissima e infinitamente dolce, "il viso quasi ancora di bimba, l'occhio velato da lunghe ciglia, un'aria di virginea modestia più naturale che simulata" simulata cioè dalla professione d'attrice.
E scoppia la festa. Gli attori sono allegroni e generosi. Non sono ricchi, certo, ma il denaro non manca per imbandire pranzi e cene e svuotar bottiglie: "in quella morta abitazione sembrava tornata la vita: c'era colore, luce, rumore...".
Sigognac si innamora, subito, di Isabella. Quando, poco dopo, la compagnia vuol ripartire, gli attori propongono a Sigognac di seguirli e di andar con loro a Parigi a cercar fortuna. Il giovane barone non può pagarsi il viaggio: non importa, li ricompenserà lavorando per loro come poeta della compagnia.
Partono, e inizia la grande avventura. Sigognac, che è un personaggio splendido, fiero e modesto insieme, dotato di sottile autoironia, generoso e gentiluomo squisito, li segue, impara ad amare e apprezzare i suoi compagni, entra infine nella compagnia come attore, assumendo il ruolo di Capitan Fracassa in sostituzione d'uno dei guitti che muore una notte d'inverno, per il freddo e la fame.
Nasce l'amore fra Sigognac e Isabella, ma casto, delicato e bellissimo, appena accennato, trattenuto da un reciproco grandissimo riguardo. Sigognac, da gentiluomo, rispetta la ragazza vergine e indifesa.
Isabella, umile, modesta, ricca di sentimento, tiene in gran conto la differenza di classe, a quell'epoca ostacolo invalicabile, inarrivabile essendo, per una attrice, il sangue d'un nobile.
È un romanzo, come si direbbe oggi, "on the road", Capitan Fracassa: un lungo viaggio sulle strade della Francia del Seicento, fra locande, villaggi, castelli, boschi, strani incontri. Una mattina la compagnia viene assalita da un terribile brigante armato sino ai denti, ladro di strada. E cominciamo a capire quanto sia coraggioso e combattivo il nostro Sigognac. Amadigi di Gaula, ci dice Gautier, era niente al confronto di Sigognac!
Ogni castello che incontriamo "on the road", ogni locanda, ogni persona, umile o nobile, dà luogo a pagine e pagine di descrizioni, quadri precisi e dettagliati di situazioni, di personaggi, di colori, di sapori, odori, impressioni. Gautier è probabilmente il miglior "descrittore" della letteratura francese. Non è pensabile eguagliarlo, né in qualità, né in quantità.
In una di queste locande, dopo una sosta nel castello di un marchese, amichevole e generoso, che amoreggia con una delle attrici, ecco che all'improvviso "le cose si complicano", come appunto recita il titolo del capitolo cui siamo arrivati. Come don Rodrigo si incapriccia di Lucia e subito la vuole per sé ad ogni costo, così qui un ambizioso e odioso duca di Vallombrosa, ricchissimo, bellissimo, potentissimo e prepotentissimo, vede alla finestra della locanda Isabella, se ne incapriccia e la vuole tutta per sé. E c'è subito il primo incidente.
Isabella è un'attrice: per quei tempi poco più che una donna pubblica, una donna di strada. Il duca si introduce nel suo camerino e - sicuro del proprio fascino e della propria superiorità di gentiluomo - cerca di accarezzarla. Gli ferma il braccio Sigognac, stringendogli il polso e allontanandolo. Lo sguardo che il duca rivolge al rivale esprime "il supremo disprezzo che una creatura umana possa dimostrare per un'altra", ma dall'alto della sua posizione non può reagire, perché "ci si batte forse con il fango che ci inzacchera?"... "Buffone, ti farò rompere le ossa dai miei staffieri", lo minaccia il duca, e gli lascia il campo. E finalmente entriamo nel vivo della storia, che da storia di spade finte, agitate su improvvisati palcoscenici grossolanamente montati nelle aie delle cascine lungo la strada per Parigi, diventa storia di spade vere e di sfide mortali.
E qui, per il piacere del lettore, scopriamo che Sigognac è uno spadaccino formidabile, il miglior spadaccino di Francia, dotato di una tecnica impareggiabile, capace di colpi che nessuno, assolutamente nessuno, può parare. È il suo vecchio servitore, abilissimo maestro, che lo ha istruito e allenato, per anni e anni e anni, nella interminabile noia della loro vita priva d'altre distrazioni, nel vecchio castello in rovina, dove tutto mancava salvo due spade e il tempo per usarle.
Il duca mantiene la promessa e manda tre o quattro bravacci a bastonare Sigognac, ma questi, pronto alla difesa, li riduce a mal partito, rispedendoli al mittente. Il duca di Vallombrosa "per la prima volta in vita sua incontrava una resistenza! Aveva ordinato una cosa (bastonare Sigognac) che non era stata eseguita! ...Era dunque possibile che qualcuno gli tenesse testa?".
Sigognac, tuttavia, è un gentiluomo. Se l'aver sventato l'attacco dei bravacci soddisfa il suo ruolo di attore, il suo onore di cavalier servente di Isabella richiede altre soddisfazioni. Deve sfidare a duello Vallombrosa. Impensabile per un attore, ma perfettamente possibile per il barone di Sigognac. Si rivela dunque al rivale, mediante un amico marchese che gli fa da padrino, lo sfida a duello, lo ferisce e lo vince.
"La ferita fa soffrire l'ambizioso duca di Vallombrosa, ma il suo orgoglio sanguinava ancora di più... Essere vinto! ...un tale pensiero lo metteva fuori di sé!!". Vallombrosa studia la vendetta e progetta una soluzione simile a quella di Don Rodrigo: far rapire Isabella e portarla in un suo castello e intanto assoldare il più illustre spadaccino di Francia, ritenuto invincibile, e dargli l'incarico di provocare a duello Sigognac e ucciderlo.
Sigognac intanto, divenuto agli occhi di tutti l'eroe che ha piegato e vinto l'ambizioso Vallombrosa, chiede a Isabella di sposarlo. Ma Isabella rifiuta: "mi mostrerò degna di tale onore rifiutandolo!" risponde all'uomo che ama. Lo ama infatti, lo ama così teneramente da voler per lui un ben diverso avvenire "voi siete l'ultimo di una nobile razza e avete il dovere di far risorgere il vostro casato... sarebbe un grande errore impacciare la vostra fortuna con una povera attrice come me... ".
E arriviamo, finalmente, a Parigi, ove Vallombrosa cerca con ogni mezzo di far fuori Sigognac e di conquistarsi Isabella, senza mai riuscirvi. Anche l'inarrivabile spada del sicario assoldato da Vallombrosa fallisce: Sigognac lo vince e l'altro, tagliagole matricolato, ma a modo suo uomo d'onore, si inchina alla superiorità dell'avversario e gli offre il proprio rispetto e la propria lealtà.
Siamo al rapimento, attentamente preparato da Vallombrosa. La compagnia, su un carro trascinato da buoi, è trasportata presso un castello fuori città per uno spettacolo. Ma è tutto un inganno. Nonostante gli sforzi di Sigognac questa volta Isabella gli viene rapita ed è portata prigioniera in uno dei castelli di Vallombrosa ove il duca - tuttavia - nonostante le offra ricchezze e onori, è costantemente respinto.
Grazie all'aiuto di una zingarella - onnipresente nel romanzo - Sigognac viene a sapere dove e come la sua amata è prigioniera. E una notte, il barone con tutta la compagnia d'attori, va all'attacco, espugna il castello e uccide - almeno, lui crede - l'odioso Vallombrosa. Sono scene di cappa e spada, pusterle, ponti levatoi, incendi, duelli, scontri, degni della miglior cinematografia d'oggi e diluite in decine e decine di pagine con tutto il piacere e il divertimento del racconto infinito, ridondante, colorato, mosso, giocato in tutte le possibili sfaccettature, con tutti i possibili colpi di scena. Un "arrivano i nostri" all'ennesima potenza...
E qui, romanzesco nel romanzo, c'è il gran colpo di scena, con tanto di agnizione, di deus ex machina...
Al culmine della battaglia arriva al castello il padre di Vallombrosa, principe di altissimo lignaggio, personaggio supremo. Arriva per censurare e punire il figlio ma, incontrata Isabella e scoprendo al suo dito un anello che riconosce, scopre che quella ragazza non è altri che sua figlia, sorella quindi del duca. Figlia avuta in gioventù dall'amore di una affascinante e orgogliosa attrice e poi persa per sempre.
Il principe maledice il moribondo duca, accoglie a sé la ritrovata figlia, allontana con fredda indulgenza gli assalitori, tra cui Sigognac, e la storia finirebbe tristemente qui se un altro colpo di scena non la portasse al più lieto e inatteso (inatteso?) dei finali...
Siamo con Sigognac, al suo triste castello. Dopo le mirabolanti avventure nei panni di Capitan Fracassa tutto è tornato come prima, tutto triste, tutto in rovina. E chi arriva al castello? Vallombrosa, sì, lui, l'odioso duca, nemico giurato di Sigognac.
Vallombrosa, creduto morto, in realtà si è ripreso ed è in piena forma.
Essendo Isabella sua sorella, replica rolex non può più amarla col trasporto dell'amante e la ama d'amor fraterno. Ha capito, dalla tristezza della ragazza, ora ricca e onorata nel suo nuovo titolo di marchesa, che ella fake rolex kaufen è ancora innamorata di Sigognac. E Vallombrosa, ravveduto, pentito, trasformatosi nel più affettuoso e cavalleresco degli amici, viene a prendersi Sigognac per portarlo - di sorpresa - in dono alla sorella, come sposo.

I due si uniscono in matrimonio, Isabella è ricca, ma, come se non bastasse, ecco che all'improvviso lo diventa anche Sigognac: scavando sotto a un roseto nel suo giardino, durante la strutturazione del castello, compare un provvidenziale cofano pieno di immense led display, ivi celato da uno degli avi di Sigognac "partito per una guerra da cui non aveva mai fatto ritorno".

Capitan Fracassa è del 1863: un capolavoro di narrativa romantica che arriva una cinquantina d'anni dopo la grande età romantica, quando già la letteratura si è ribellata al romanticismo e gli ha contrapposto il naturalismo, il verismo. È nato come un romanzo fuori del suo tempo, ma a ben oltre un secolo dalla sua uscita ci dimentichiamo di date e cronologia, di parallelismi e di confronti e possiamo replica breitling acriticamente leggerlo per ciò che è: il più ridondante dei romanzi romantici di cappa e spada, uno strepitoso bellissimo "fumettone" (non dimentichiamo - né si potrebbe dimenticarlo - che Gautier fu anche un pittore...) da leggere d'un fiato, così come si guarda oggi un film d'altri tempi con Errol Flynn, mantelli, cavalli, spade, duelli, assalti, eroismi, cattivissimi da una parte, buonissimi dall'altra, e musica, tanta musica, a sottolineare il pathos, il sentimento, il romanzesco, l'arrivano i nostri.
Un'opera d'arte e di poesia? No, no di certo. Un capolavoro? Sì, sì, di certo.

Milano, 16/4/05

 
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