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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOSEPH ARTHUR GOBINEAU
Racconti di viaggio
A cura di Michele Lessona, pp. 160, UTET, Torino, 1949.

Gobineau è passato alla storia come l'autore del Saggio sulle diseguaglianze delle razze umane, un testo che costruisce una teoria storica, fantasiosa e romantica più che scientifica, sull'evoluzione e il decadere delle diverse civiltà umane, teoria basata sugli effetti deleteri del mescolarsi tra di loro delle razze conquistatrici e delle razze conquistate e dell'inevitabile disgregante prevalere del conquistato sul conquistatore. È un testo eruditissimo e tutto sommato oggi noioso a leggersi, ma non privo di un certo fascino. Purtroppo, pur non essendo, quella di Gobineau, una costruzione razzista, il suo saggio fu adottato nel Novecento come manifesto di quelle teorie razziste che durante la seconda guerra mondiale portarono alla tragedia dell'olocausto. E così Gobineau, ingiustamente, è finito fra gli intoccabili della letteratura. Il tempo gli renderà ragione, come sta succedendo, per esempio, per Celine. Ma oggi Gobineau è ancora un dimenticato. Tocca ignorarlo, fingere di non conoscerlo. Peccato! Peccato perché è un letterato finissimo, autore di racconti deliziosi che entrano a buon diritto fra le belle cose di quello che possiamo impropriamente chiamare l'Ottocento francese minore.
Gobineau (1816-1882) era uomo di cultura sterminata. Etnografia, geografia, storia. Parlava molte lingue. Viaggiò molto e visse un po' dappertutto, anche in Brasile, in Persia, in Svezia, in quanto di professione fu diplomatico.
Era un finissimo osservatore di costumi e cultura dei Paesi che visitava e sapeva coglierne il bello e il diverso col sorriso sulle labbra, con l'incantata freschezza dell'innamorato.
I racconti di Gobineau hanno la leggerezza, la trasparenza, il calore degli acquarelli. La loro caratteristica è la piacevolezza e il sorriso.
Ricordi di viaggio è una raccolta di tre racconti: nei primi due siamo in Grecia, nel terzo in Canada, sulla penisola di Terranova.

Il Fazzoletto rosso è una storia di amore e di sangue nell'isola di Cefalonia. Nella famiglia Palazzi la bella Sofia non è figlia del legittimo padre, ma del conte Lanza, padre-padrone e amante della madre. Un altro nobile del luogo, anni prima, aveva osato provare interesse e simpatia per la madre di Sofia, amante di Lanza, e questo gli costò la vita. Un delitto rimasto impunito e coperto dalla più assoluta omertà in un'isola mediterranea ove "è facile a chiunque trovar qualche ragazzo disposto a sgombrar la strada a un amico, a prezzi ragionevoli".
Ora, anni dopo quel delitto, compare un giovane attraente che s'innamora di Sofia e ne è ricambiato. Chi è? È il figlio di quel poveretto che osò porre gli occhi sulla madre di Sofia. Non ne sa nulla, il ragazzo, che suo padre fu fatto uccidere dalla gelosia del conte Lanza, "padrino" di Sofia. La gelosia di Lanza esplode di nuovo, oggi per la figlia, come allora per la madre: "...essere tradito due volte nella vita in un simile affetto!".
Si finge amico del ragazzo, finge di aiutarlo a guadagnarsi Sofia, in realtà trama ferocemente contro di lui e lo fa minacciare di morte. Ma la dolce e giovane Sofia, prigioniera in casa,apparentemente succuba della famiglia, si consola perfettamente. Induce il suo beneamato a far assassinare il "padrino": ne sarà così vendicato il padre e i due convoleranno a nozze felici ereditando per di più tutte le sostanze dell'odioso e prepotente tiranno.
Una storia "noir" di vendetta, sangue, amori, sopraffazioni, ipocrisie; tutta raccontata sul filo leggero e sottile del compiaciuto sorriso, della delicata ironia. Un intreccio fitto e complesso e un'atmosfera da "italian tragedy" si dipanano con grande agilità e leggerezza in poche pagine, leggere, veloci, disinvolte, piacevolissime.

Il secondo dei racconti, Akrivia Frangopulo, si ambienta su un'isola delle Cicladi, Nasso, "le sue vette, i calli, le vallate, le gole, le rocce e infine la città, bianca come una sposa".
Vi ripara per avaria un bastimento della marina inglese al comando di Henry Norton, già capitano di vascello a soli 33 anni, "con una bella testa bianca e una faccia mite". Siamo nell'800, non c'è turismo, non c'è commercio, ogni isola è un piccolo mondo a sé autosufficiente, chiuso, pigro, dove gli abitanti "non avendo nessun pretesto per litigare, poiché non hanno nulla da disputare, vivono tutti in perfetta armonia" . Nessuno di loro ha mai visto una nave inglese, ha mai incontrato uno straniero, ha mai lasciato l'isola. Accolto da due personaggi caricaturali, vestiti, per l'occasione ufficiale dell'incontro con una nave di sua maestà britannica, di tutto punto con ridicoli e sorpassati abiti da cerimonia, Norton a poco a poco si innamora della vita semplice degli isolani. Ma soprattutto si innamora d'una fanciulla bella come una dea che "non parlava di nulla, non sapeva nulla, non aveva mai riflettuto su nulla, e non possedeva nemmeno il principio di quella che si suol chiamare l'arte del conversare, ma che tuttavia sorrideva, apriva i suoi begli occhi ed era incantevole" come nessun'altra al mondo. Si chiama Akrivia questa fanciulla (e il suo nome dà il titolo al racconto) e Norton se ne innamora perdutamente e gioiosamente, ma d'un amore tutt'altro che cieco. Il colto gentiluomo inglese è perfettamente consapevole che Akrivia "non era intelligente, mostrava in ogni sorta di cose un'ignoranza da neonato ed era priva della pur minima civetteria"   ma è proprio questa sua primitività che lo affascina, lo attrae, lo incanta. "Le condizioni in cui Akrivia viveva erano esattamente quelle in cui vivevano le donne di tremila anni fa... Akrivia era proprio la donna dei tempi omerici...una di quelle belle fanciulle dipinte sui vasi d'Atene che attingon l'acqua con l'anfora alla fontana della città".
È quasi la storia del ritrovamento di un tesoro d'arte dell'antichità: Norton capisce che qui, con questa "figlia di Priamo" è la felicità, è la vita, è l'immortalità.... Dà le dimissioni, abbandona la nave, la mondanità, la carriera, la civiltà, e sposa questa "figlia dell'antichità e della vita semplice... puro e schietto tesoro da lui scoperto".

Nel terzo dei racconti La caccia al Caribù si salta dalle calde isole greche al gelido oceano del nord dell'Atlantico, sulla penisola di Terranova, dove un giovanotto francese di ricca famiglia viene spedito per distrarsi e dimenticare un amorazzo finito male.
Un'esperienza che vuole essere una doccia fredda. E lo è. Tutta la spettacolarità del racconto è nel confronto fra i modi borghesi del giovanotto e l'asprezza rude, brutale, schietta, rumorosa, gioviale, fracassona, dei coloni europei là emigrati.
Finito ospite in una fattoria sul mare nella baia di San Lorenzo, a giorni e giorni di navigazione, e di mal di mare, da qualunque altro centro abitato, il giovanotto incontra una ragazza maschiaccio, figlia del padrone di casa, di cui si infatua. Si infatua, nulla di più. Ma qui, in queste lande selvagge, non ci sono chiaroscuri, mezze misure, accenni. Basta un gesto di simpatia e subito gli energumeni della famiglia lo vogliono marito della fanciulla e disegnano per lui un futuro di commerciante di pesce destinato a rilevare l'azienda famigliare... Si salva infine per miracolo e se ne torna lesto lesto nella sua ipocrita e rassicurante Europa "senza aver ucciso e neanche visto un caribù, ma sicuro d'esser sfuggito alla amabilità e alle trappole degli spaventosi pirati del Nuovo Mondo...".
Di nuovo un racconto spassoso, costruito sulla combinazione di un intreccio notevole e di una mirabile costruzione di atmosfera. Senti in poche pagine il fragore del mare nemico di Moby Dick, la natura solitaria, selvaggia, fredda, inospitale, di L'ultimo dei Mohicani, l'assurda asimmetria di forze di Gulliver fra i giganti.

Gobineau è un piacevole, delizioso scittore-poeta tutto da scoprire e rivalutare. La sua scarsa fortuna risente dell'ostracismo cui la critica lo ha condannato a causa del suo Saggio.

È curioso. Il Saggio è stato recentemente tradotto in una prestigiosa collana di classici al solo scopo di denunciarne la pretesa efferatezza ideologica. Gli splendidi suoi racconti sono invece introvabili.

Sestri Levante, 28/2/2004

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