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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ADAM DE LA HALLE
La commedia di Robin e Marion
Teatro. A cura di Rossana Brusegan, con testo a fronte, pp. 472, Marsilio Editori, Venezia, 2004.

Nel medioevo francese, Arras, in Piccardia, fu un centro culturale notevole, secondo solo a Parigi. Nella decade tra il 1276 e il 1285 un trovatore locale scrisse e fece rappresentare (una ad Arras e una alla corte franco-angioina di Napoli) due commediole teatrali musicali che, per quanto di scarsissimo valore sostanziale, sono assurte invece a grandi onori filologico letterari per ragioni puramente storiche.
Se d'un grande pittore d'oggi, un Picasso per esempio, trovassimo degli scarabocchi da lui fatti all'età di 3 o 4 anni, ecco che quegli scarabocchi assumerebbero un enorme valore storico pittorico, pur non avendo nessun valore intrinseco.
Nell'insieme evolutivo del corpus della letteratura francese quei due lavoretti teatrali sono ciò che sarebbero per la pittura di Picasso i suoi scarabocchi fatti all'età di tre anni.
Il trovatore di cui parliamo è Adam de la Halle. Si sa poco o nulla di lui, salvo che era di Arras, scrisse molto, nelle diverse forme poetiche dell'epoca, viaggiò parecchio, morì, pare, in Italia.
Insieme con i suoi contemporanei (o quasi...) Jean Bodel e Rutebeuf è considerato uno dei capisaldi fondatori della letteratura francese.
I due pezzi teatrali di Adam presentano due caratteristiche fondamentali. Sono di tema profano (pastorale il primo, Robin e Marion, cittadino-borghese il secondo, La Pergola). Il che, di per sé, in quel medioevo lontano ancor fortemente intriso di religiosità,breitling transocean replica è già innovativo e considerevole. E portano in scena, come protagonisti, poveri cristi tolti dal volgo. E anche questo è innovativo e notevole.
Le storie raccontate, entrambe, sia pure diverse tra loro, sono piuttosto inconsistenti.

In Robin e Marion i due protagonisti sono entrambi pastori di pecore, innamorati l'un l'altro.
Marion, al pascolo, viene avvicinata da un cavaliere arrogante e prepotente che sta andando a caccia con il falcone. La ragazza è carina: il cavaliere ci fa su un pensierino e cerca di sedurla. L'approccio lo prende alla larga "> (30,33).
Poiché la ragazza non abbocca e si destreggia fingendosi stupidina, il cavaliere passa a offerte più esplicite "vorreste, dolce pastora, venire con me a divertirci su questo bel palafreno, lungo questo boschetto, in questa valletta?" (69-71). Ma Marion resiste, dichiara di amare un pastore, riesce per ora a dissuadere il cavaliere che s'inoltra nel bosco a cacciare.
Sopraggiunge Robin e Marion gli racconta quanto è avvenuto: "è venuto un uomo a cavallo, sul pugno teneva una specie di nibbio, mi ha pregato di amarlo, ma con poco profitto perché io non ti farò torto alcuno..." (125-130). Cantano ballano e mangiano, i due, e poi Robin lascia di nuovo sola Marion per andare a chiamar due suoi cugini che "... mi sarebbero di gran aiuto se il cavaliere tornasse" (223-224). "Sono venuto qui a cercarvi perché un individuo a cavallo ha appena corteggiato Marion e temo ancora che ritorni da queste parti..." (242-246). "Porterò il mio forcone" dice un cugino, "e io la mia grossa mazza" , dice l'altro, e invitano anche un paio di ragazze per far festa tutti insieme.
Intanto il cavaliere torna, di nuovo cerca di sedurre Marion, di nuovo lei resiste, e allora il prepotente passa alle vie di fatto e cerca di rapirla caricandosela sul cavallo.
Torna in quel momento Robin e il cavaliere gli allunga un paio di ceffoni e lo lascia pesto e mortificato, portandosi via Marion, i cui rifiuti, tuttavia, lo inducono a scaricarla definitivamente: "certo sono proprio un'idiota a perder tempo con questa bestia: addio, pastora!" (384-386).
Ora che il pericolo si è allontanato Robin si fa audace: l'avrebbe sistemato lui a dovere il cavaliere se i suoi cugini non l'avessero trattenuto a fatica...
Più o meno la vicenda finisce qui, anche se il poeta va avanti (siamo arrivati al verso 420) per altri 300 versi e passa (l'intero testo è di 770 versi) di tema pastorale vero e proprio: profferte d'amore, baci, abbracci, canzoni e danze, promessa di matrimonio, giochi di società, qualche volgarità, un pic-nic a base di "formaggi freschi", "piselli arrostiti", "mele cotte", imbandito sul prato... "fa stendere qui la tua giubba a mò di tovaglia e mettetevi sopra i viveri..." (685-687). Si conclude, la piece, con una danza di gruppo, una "tresca", a suon di cornamusa, guidata da Robin.
Tutto qui. In una lingua ancora piuttosto approssimativa e primitiva ma nella quale già senti la futura lingua francese.

L'altra piece teatrale di Adam, La Pergola, ha, se vogliamo, ancor meno racconto di questa, per quanto sia più varia, più interessante, ed abbia, certamente, una maggiore importanza storica.
A cosa è dovuta quest'importanza storica? Al fatto che porta in scena, con un certo primitivo realismo, vizi e virtù (si usa dire vizi e virtù ma in realtà di virtù ce n'è poche o punte...) di popolino e borghesia dell'epoca. È una sorta di inizio, molto elementare, molto primitivo, molto semplice, di quello che un giorno sarà il teatro borghese.
Torniamo a pensare agli scarabocchi di un ipotetico Picasso bambino di tre anni e capiremo perché tanto peso, nelle storie letterarie, a un testo che di fatto, avulso dalle circostanze storiche che gli hanno conferito tanto valore, non varrebbe proprio niente.
Siamo ad Arras e il chierico Adam (è proprio lui: l'autore dà al protagonista il proprio nome) comunica ad amici concittadini d'aver deciso di lasciare la moglie per tornare a Parigi e riprender gli studi ecclesiastici. Disapprovazione generale: non si lascia la moglie! Ma Adam spiega le sue ragioni. Quando l'aveva incontrata era deliziosa e attraente e lui non aveva resistito. Ma ora la moglie è invecchiata, è ingrassata, è sfiorita. Non val la pena rinunciare a seguire la propria strada per un sogno ormai sfiorito. E qui Adam (Adam autore) ci propone una manciata di versi che sono sicuramente illuminati da autentica poesia, toni lirici, da trovatore cortese: "Era un'estate bella e serena, dolce e verde e chiara e gaia, allietata dai canti degli uccellini. In un profondo bosco, presso una sorgente, che scorreva su maglie di ghiaia scintillante , mi apparve allora l'immagine di colei che ora è mia moglie, e mi pare pallida e sfiorita. Allora era bianca e vermiglia, ridente, svelta e amorosa; ora la vedo grassa, sformata, scontenta e litigiosa." (63-74).
E ancora, poco oltre: "I suoi capelli parevano lucenti d'oro, folti, ricciuti e cangianti, ora sono radi, neri e cadenti. Tutto il lei mi sembra ora cambiato. Aveva la fronte ben modellata, bianca, liscia, ampia e sgombra, ora la vedo rugosa e stretta. Sembrava avere sopracciglia arcuate, due sottili linee di pelo bruno tracciate col pennello per rendere più bello lo sguardo; ora le vedo sparse e ispide, come pronte a spiccare il volo . I suoi occhi neri mi parevano luminosi, netti, ben tagliati, pronti agli approcci, grandi sotto le palpebre sottili, con i due piccoli graticci gemelli delle ciglia che apriva e chiudeva a suo talento in sguardi schietti e amorosi" (82-105).
C'è un Adam trovator-cortese, in questi versi, un Adam, se vogliamo, dolce-stil-novista, ma anche, insieme, e questo davvero è notevole, un Adam superiore, critico, che irride e oltrepassa con pungente realismo gli stilemi e le convenzioni del suo stesso mestiere e ci mostra un professionista della poesia smaliziato, disincantato, ironico. Se vogliamo definire grande questo Adam de la Halle, ecco, è qui che possiamo farlo a ragion veduta, in questa sua piacevole rottura delle convenzioni, in questo garbato irridere alla sua stessa poetica.

"Miei cari signori - conclude il chierico - così fui preso da Amore, con l'inganno, perché non aveva forme così belle come Amore mi fece sembrare; fu invece Desiderio a farmela gustare nella salsa piccante di Valleoscura  . Perciò è giusto che io ritorni in me prima che mia moglie resti incinta e che la cosa mi costi più cara: la mia fame di lei si è placata" (165-174).

Come si conclude la vicenda? Non si conclude affatto. Cambia registro, la piece, e ora entrano in scena altri personaggi e il progetto parigino del nostro chierico si perde sulla scena.
Inizia quella che è stata definita una proto-commedia borghese, una galleria di personaggi, del popolino e, appunto, della borghesia, pennellati fugacemente, ma pur sempre piacevoli macchiette, realistiche e colorate.
Il padre del chierico, avaro, che piange miseria per non dover dare qualche soldino al figlio per incoraggiarlo a tornare ai suoi studi.
Il medico, saggio guaritore d'anime e di corpi, per il quale l'avarizia è una malattia che può arrivare anche ad esser mortale: c'è un suo paziente che "se muore è tutta colpa sua: sfido, compra pesce marcio" (223-226). È proprio un miracolo che non sia ancor morto...
Una signora di facili costumi che lamenta malesseri ed altro non è che incinta (d'un marito altrui, ovviamente...).
Un frate monsignore che gira col tesoro delle sue sante reliquie e per qualche monetina fa qualunque miracolo, anche quello di guarire i matti.
E matti veri e matti finti e invettive contro il malcostume dei prelati di santa madre chiesa che di donne ne hanno a iosa e le cambiano quando gli pare.
Compaiono anche, tra i personaggi di questa strampalata piece, fatta di realismo e di surrealismo insieme, compaiono anche le fate, che vengono invitate a pranzo. Una di esse, Magloria, se l'ha a male perché al suo posto a tavola non è stato messo il coltello ed allora rifiuta il proprio dono e maledice e stramaledice chi le ha fatto lo sgarbo. Tema, questo, d'origine folkloristica, che diventerà celebre secoli e secoli più tardi nella fiaba Rosaspina dei fratelli Grimm, più nota come La bella addormentata.
Scomparse le fate torna in scena il fratacchione, quello che ciurla gli ingenui con le reliquie, ed è a sua volta ciurlato: i compagnoni addebitano a lui la bisboccia di vino e cibo all'osteria e l'oste si farà lasciare in pegno le sacre reliquie finché il frate non tornerà col contante.
E termina senza concludersi, la piece,   

 col frate che paga il suo debito, un matto che è bastonato da suo padre, le campane di San Nicola che cominciano a suonare...

Tesi di laurea a profusione. Studi approfonditi. Migliaia e migliaia di pagine d'alta filologia sono state scritte su queste due commedie in versi di Adam, oggi quasi illeggibili. Filologicamente parlando il corpo intero di una letteratura, la letteratura d'un Paese e d'una lingua, va inteso come un insieme unitario che ha un inizio, uno svolgersi progressivo, un risultato finale. Senza i talloni su cui appoggiarsi non può esserci un corpo, una testa. Né ci sarebbe Guernica se un Picasso infantile di tre anni non avesse prodotto i suoi scarabocchi. Ontologicamente gli scarabocchi iniziali sono l'indispensabile premessa dei capolavori finali. Senza Adam, è doveroso  non avremmo avuto Moliere, Corneille, Racine, De Musset.

Tuttavia sorprende pensare alle disparità storiche in quell'Europa medioevale di cui parliamo. Negli stessi anni (o pochi, pochissimi anni dopo) in cui Adam scriveva le sue commedie a suon di "Dio! Se ci fosse del prosciutto di tua nonna ci starebbe proprio bene..." (Robin e Marion, 153-154) e "Facciamo una scoreggia per divertirci! Non c'è niente di meglio..." (Robin e Marion, 474-475), in quegli stessi anni in Italia Dante scriveva la sua di Commedia. Una cattedrale ricamata nel marmo a fronte di una casupola in legno tagliata con l'accetta e appoggiata su palafitte.

Milano, 19/9/06

 
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