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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
FRANÇOIS LA ROCHEFOUCAULD
Massime
A cura di Adele Morozzo Della Rocca, pp. 155, UTET, Torino, 1952.

La Rochefoucauld (1613-1680) visse in pieno Seicento all'epoca di Luigi IVX e di Richelieu, di cui fu fiero avversario. Nasceva bene, aveva il titolo di principe e di duca e frequentò la corte, i salotti mondani e anche i campi di battaglia. Una posizione di privilegio in un secolo in cui i privilegi contavano molto. Scrisse le sue memorie e un libretto di Massime al quale lavorò di cesello, prima di darlo alla stampa, per una ventina d'anni. E per questo suo libro di Massime è passato alla storia. E sono tre secoli che il suo libro è considerato un capolavoro.
In realtà non è un capolavoro: è un libro saputello e un po' noioso. Per fortuna ha il pregio della brevità: sono cinquecento massime di poche, pochissime, righe ciascuna, per cui si riesce in ogni caso ad arrivare in fondo, piacevolmente.
Famosissimo alla sua epoca, il libro, oggi è quasi dimenticato, salvo nelle pagine delle storie della letteratura ove è consuetudine esaltarlo come un piccolo gioiello.
Le massime sono un genere letterario che fa categoria a sé e che non entra nel mondo della letteratura vera e propria. Una massima sta alla letteratura come una barzelletta sta al teatro o una caricatura al mondo della pittura. Scrivere che "il mondo spesso ricompensa più le apparenze del merito che il merito vero e proprio" (p. 166), diciamolo fra noi, non è gran cosa. Lo sappiamo orologi falsi svizzeri tutti che spesso le apparenze contano più della sostanza. È una delle cinquecento e più massime scelta a caso, aprendo il libro a una pagina qualunque.

Gli argomenti? Tutto ciò che un moralista un po' saccente, un po'  un po' disincantato, buon conoscitore degli uomini e delle donne quanto basta per essere misantropo e misogino, può dire della natura umana e della società. Le passioni, l'amore, l'invidia, la gelosia, la curiosità, l'amor proprio, la vanità, la fortuna, l'orgoglio, la ricchezza e la povertà, la giustizia, l'amicizia, la verità, il coraggio, la riconoscenza e l'ingratitudine, l'ipocrisia, la generosità e l'avarizia, l'umiltà, la giovinezza e la vecchiaia, la maldicenza, la timidezza, il torto e la ragione...
L'argomento più trattato sono sicuramente "le passioni", intese come la parte un po' animalesca ed istintiva dell'uomo, in conflitto con la ragione. "Per quanto ci curiamo di mascherare le nostre passioni con apparenze di pietà e d'onore, esse traspariscono sempre sotto i veli" (p. 12). Ecco: le passioni sono qualcosa che dobbiamo nascondere e combattere perché "è pericoloso sognarle e bisogna diffidarne" (p. 9) e possono "rendere pazzo persino l'uomo più abile" (p. 6).
Ciò che rimane - o può rimanere - oggi, delle massime di La Rochefoucauld è l'ironia, pungente, tagliente. Il moralismo puro e semplice annoia. Il moralismo con ironia diverte e quindi rimane. Prova ne sia la famosa massima di Oscar Wilde "so resistere a tutto tranne che alle tentazioni", la più gettonata delle massime di tutti i tempi. Wilde - inglese d'adozione - sapeva attingere all'umorismo. I francesi sono un po' più altezzosi degli inglesi e raramente si spingono fino all'umorismo: si fermano al gradino inferiore, che è quello appunto, dell'ironia. Ecco qualche esempio, dell'ironico francese La Rochefoucauld:
"Tutti abbiamo abbastanza forza per sopportare i mali altrui"
(p. 19).
"La maggior parte degli uomini muore perché non può fare altrimenti" (p. 23).
"I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi" (p. 43).
"Per quanto bene ci dicano di noi, non ci diranno mai nulla di nuovo" (p. 303).
"Troviamo poca gente di buon senso al di fuori di quelli che sono del nostro parere" (p. 347).
"Gli intelletti mediocri condannano di solito tutto ciò che oltrepassa la loro portata" (p. 375).
"Si conserva a lungo il primo amante, quando non se ne prende un secondo" (p. 396).
"Talvolta è gradevole per un marito avere una moglie gelosa: la sentirà sempre parlare proprio della donna che ama" (p. 16 nell'edizione del 1693).

Al di fuori di queste, a rileggere, oggi, le massime di La Rochefoucauld, non se ne salvano che una manciata. Si possono raccogliere tutte in due paginette. Qualche esempio, tra quelle, appunto, che si salvano?
"Nella maggior parte degli uomini l'amore per la giustizia non è che il timore di soffrire l'ingiustizia" (p. 78).
"Spesso si fa il bene per poter impunemente fare il male" (p. 71).
"Resistiamo alle passioni più perché quelle sono deboli che perché noi siamo forti" (p. 72).
"Le sole copie buone sono quelle che ci mostrano il ridicolo dei cattivi originali" (p. 133).
"È nel carattere dei grandi intellettuali far intendere molte cose in poche parole. Le piccole menti, al contrario, hanno il dono di parlar molto e non dir nulla" (p. 142).
"Nella gelosia c'è più amor proprio che amore" (p. 324).
"Si fa molta fatica a lasciarsi quando non c'è più amore" (p. 351).
"Le menti ristrette sono ferite da piccole cose; i grandi intellettuali le vedono tutte e non ne sono feriti" (p. 357).
"Soltanto le persone che non hanno motivi di gelosia meritano che si sia gelosi di loro" (p. 359).
"La maggior parte dei giovani crede di essere naturale e invece non è che maleducata e villana" (p. 372).
"Possiamo apparire grandi in una carica al di sotto del nostro merito, ma spesso sembriamo piccoli in un impiego più grande di noi" (419).
"Poche persone sanno essere vecchie" (p. 423).
"Guadagneremmo di più a lasciarci vedere come siamo che a tentar di sembrare ciò che non siamo" (p. 457).
"Le liti non durerebbero così a lungo se il torto fosse da una parte sola" (p. 446).
"Non amare affatto è in amore un mezzo sicuro per farsi amare" (p. 302 soppressa).
"Preferiamo vedere quelli ai quali facciamo del bene che quelli che ce ne fanno" (p. 47 soppressa).

Carino? Carino.
Ma il Seicento è il "secolo d'oro" della letteratura francese per Moliere, per Corneille, per Racine: non un solo carato di quell'oro è stato aggiunto dalle Massime di La Rochefoucauld.

Sestri Levante, 28/2/2004


 
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