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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
RENÉ ALAIN LE SAGE
Il diavolo zoppo
A cura di Marisa Zini, pp. 282, UTET, Torino, 1951.

Il Seicento francese, come d'altra parte il Seicento spagnolo, inglese, olandese, è un secolo ricco, ricchissimo di grande letteratura, teatro, poesia, saggistica, narrativa. In Francia è il secolo di Moliere, di Corneille, di Racine, che da soli rendono grande la fama letteraria di una nazione.
In questo Seicento così ricco di fermenti innovativi, di invenzione, di grandi pagine di poesia, si sviluppa anche, e cresce, il filone letterario del moralismo, con La Rochefoucauld, La Bruyere, Le Sage. Le Sage (1668 - 1747) è in realtà a cavallo fra Sei e Settecento, tuttavia il libro di cui parliamo in queste pagine è stato pubblicato nel 1707 e per convenzione appartiene pertanto al Seicento, protraendosi, il cosiddetto Seicento letterario francese, sino al 1715, anno della morte di Luigi XIV e di cambiamento totale d'un'epoca storica, artistica, culturale.
Oggi La Rochefoucauld, La Bruyere, Le Sage li consideriamo autori di seconda grandezza della grande letteratura francese, e giustamente. Ma alla loro epoca ebbero un successo straordinario, strepitoso.
Moralisti, li definiamo, per centrare il tema, i contenuti cioè dei loro scritti. Ma tecnicamente e letterariamente possiamo definirli filosofi in tono leggero, filosofi divulgatori. La morale, con il nome un po' più elitario di etica, è una branca della filosofia e i nostri tre trattano di morale, non con la gravità del loro coevo Pascal, ma con leggerezza, inventiva, brio, in un crescendo, sulla scala della leggerezza, che va da La Rochefoucauld a La Bruyere a Le Sage. Dalle massime, di tono epigrammatico del primo, sino al serioso La Bruyere e ai raccontini romanzati di Le Sage, dal pedante un po' saputello, che è appunto La Rochefoucauld, all'allegro canzonatore che è Le Sage: tutti e tre, chi con la bacchetta, chi con il sorriso, fustigatori dei vizi dell'uomo e della società. Il distaccato disprezzo di La Rochefoucauld, il compassionevole rammarico di La Bruyere, il sorriso ironico di Le Sage...
Molti, molti gradini più in su, c'è Moliere. Anche Moliere mette alla berlina i vizi dell'uomo e della società, ma Moliere è un poeta di prima grandezza, vola alto, nell'Olimpo della letteratura, diversamente dai nostri tre che nell'arte di mettere alla berlina, in un secolo reso grande dal protagonismo di Moliere rimarranno dei comprimari. Buoni e bravi, ma comprimari.

Le Sage, dei tre, sul piano storico e umano, è il maggiore, il più importante, il più completo. Autore non di una sola opera, come lo sono, da presso l'uno e di fatto l'altro, La Rochefoucauld e La Bruyere, ma di un numero sterminato di titoli. Letterato di professione, traduttore, commediografo prolifico, con un centinaio di commedie, romanziere e, infine, moralista appunto, moralista per questo suo piccolo libro, Il diavolo zoppo, che si stenta a classificare nelle consuete categorie letterarie, perché non è né un libro di massime ed epigrammi, né un romanzo, né una raccolta di novelle, né, men che meno, un saggio sui costumi e i caratteri e che, tuttavia è un po' di tutto questo insieme.
Chiariamo subito, prima di inoltrarci nella lettura: è un gran libro, è un capolavoro, è un'importante opera del Seicento francese? No, è una piccola cosa che è entrata, e rimarrà, nelle Storie della letteratura per il fatto che ebbe, all'epoca sua, un successo clamoroso, stupefacente. Successo spiegabile col fatto che divenne una sorta di gioco di salotto, per i lettori dell'epoca, cercare, nella società parigina di quegli anni, i corrispettivi dei personaggi raccontati, disegnati, "figurinati o vignettati", nelle pagine del libro sotto le mentite spoglie di spagnoli di Madrid. Oggi questo gioco ha perso ogni significato e del libro rimane la sua autonoma oggettività, al di fuori di allusioni e richiami.

Il diavolo zoppo
non è interamente invenzione di Le Sage: è imitazione di un analogo El diablo cojuelo d'un autore spagnolo e Le Sage, lo sappiamo, fu traduttore, fu estimatore, fu prosecutore e imitatore della letteratura spagnola del suo tempo, sino al suo capolavoro, Gil Blas, che è un vero e proprio romanzo picaresco spagnolo in lingua francese (lingua sì, ma anche cultura, sensibilità, approfondimento psicologico...).

E veniamo al nostro Diavolo zoppo.
Siamo a Madrid. È mezzanotte. Uno studente di nome don Cleofa salta fuori "all'improvviso dall'abbaino di una casa dov'era penetrato per colpa dell'indiscreto figliolo della dea Citera. Premendogli di salvare la vita e l'onore tentava sfuggire a tre o quattro spadaccini che lo incalzavano per ucciderlo o per fargli sposare a forza una dama insieme alla quale l'avevano testé sorpreso..." (I).
Fugge sui tetti e attraverso un abbaino si mette in salvo in una specie di laboratorio chimico e astrologico pieno di ampolle e provette. Qui sente una vocina che lo chiama e gli chiede aiuto. È un diavoletto chiuso in una provetta, tenuto prigioniero da un mago maligno e potente. Il diavolo, Asmodeo, convince don Cleofa a liberarlo, rompendo la provetta. In cambio Asmodeo sarà il demone tutelare di Don Cleofa e "lo informerà su tutto quanto avviene nel mondo e gli svelerà i difetti degli uomini..." (I).
Detto e fatto, ecco che don Cleofa rompe la provetta e il diavolo appare, zoppo appunto, brutto e piccolino, ma simpaticissimo, cordiale, sincero e dotato di mille poteri. "Prendete l'orlo del mio mantello e battiamocela alla svelta", dice il diavolo, e "come una freccia scoccata con violenza fendette l'aria e andò ad appollaiarsi" con don Cleofa su una torre di Madrid. E lì, da quel comodo punto d'osservazione, dice il diavolo, "scoperchierò le case e nonostante le tenebre l'interno apparirà ai vostri occhi...".
Così dicendo "tese il braccio destro e immediatamente tutti i tetti scomparvero...". "Per farvi conoscere a fondo la vita umana voglio spiegarvi quali son le occupazioni di tutta la gente che vedete, vi svelerò i moventi delle loro azioni e perfino i loro pensieri più segreti..." (I). E qui entra nel vivo, questo curioso libro di Le Sage, fatto di un numero sterminato (qualche centinaio, certamente) di vignette, o scenette, o ritrattini, di personaggi colti al volo nei loro difetti, nelle loro debolezze, nei loro vizi, nelle loro singolari stranezze...
Ritrattini, ritratti e ritrattoni. Alcuni sono di due o tre righe, altri di una trentina di righe, altri di due o tre pagine, e alcuni sono non dei ritratti, ma delle vere e proprie novelle di svariate decine di pagine.
Il tutto è organizzato secondo una scaletta di racconto che vede sempre protagonisti don Cleofa e il demonietto Asmodeo. Questi dapprima scoperchiano le case di notte in un quartiere di Madrid, osservandovi gli abitanti, casa per casa, stanza per stanza. Poi si spostano a scoperchiare le carceri e lì scopriamo un gran numero di persone imprigionate, uno per un motivo, uno per l'altro, e via così una sfilza di ritrattini e ritratti. Dalle prigioni, sempre in volo, ci spostiamo alla "Casa de los locos", cioè al manicomio, dove scoperchiamo cella dopo cella, cominciando dal reparto maschile, e scopriamo il perché e il per come la gente perde la ragione e finisce rinchiusa in manicomio.
"Dopo avervi mostrato i pazzi che sono rinchiusi - dice Asmodeo - devo mostrarvene altri che meriterebbero di esserlo" (IX) e così passiamo in rassegna una serie di tipi e di tipe più o meno balordi e strani, sino a che i due sono distratti da un incendio d'una casa in altra zona della città. E subito là al volo a vedere cosa sta succedendo: "per la sbadataggine d'un domestico si è appiccato il fuoco ad un palazzo..." (X) mentre nella casa è rimasta intrappolata "una dama di sedici anni soltanto, ed è d'incomparabile bellezza...", "ma nessuno vuol rischiare la vita per salvarla" nonostante il padre implori e prometta vistose ricompense. Si impietosisce, il nostro don Cleofa e implora il diavolo di salvarla. Asmodeo è reticente ad intervenire nelle umane vicende, soprattutto quando si tratta di far del bene (non dimentichiamoci che è un diavolo, non un angelo...), ma al suo giovane amico non vuol negare nulla: si trasforma, nelle sembianze, in don Cleofa, si presenta alla folla, entra eroicamente nella casa in fiamme e ne esce con la ragazza in salvo e illesa. Questo salvataggio, al termine del libro, porterà ad una conclusione a lieto fine: il nobile e ricchissimo padre della ragazza per premiare Don Cleofa, il coraggioso giovane che egli crede le abbia salvato la vita, gli darà in sposa la ragazza e i due, innamoratissimi l'un dell'altra, vivranno felici e contenti e mai più vedranno Asmodeo, ritornato al suo mondo diavolesco.
Dopo la parentesi dell'incendio ci si sposta in una chiesa per esaminare non solo i vivi, ma anche i morti: "percorriamo tutti i sepolcri, vediamo quel che racchiudono e perché furono innalzati..." (XII). Ed ecco una rassegna di lapidi, d'epitaffi, di casi, che prelude un po', con qualche secolo d'anticipo, alla celebre Antologia di Spoon River , senza averne però l'amarezza e le implicazioni sociali. Le Sage è più incline al sorriso e alla pacata indulgenza di quanto lo sia, invece, il severo, l'inflessibile Edgar Lee Masters...

Brevemente, i due, già che di defunti si stanno occupando, s'accompagnano direttamente al personaggio la Morte e lo seguono nel suo peregrinare e colpire le proprie vittime sino a che, la vediamo, vediamo la Morte cioè, "entrare in quel bel palazzo a sinistra: là sta per svolgersi la più triste scena che si possa vedere sul teatro del mondo... la loro vicenda è commovente... e mi vien voglia di raccontarvela..." (XII) dice il diavolo. E ci racconta, in un paio di capitoli successivi, una lunga novella, una delle tre o quattro che compaiono nel libro, novella d'amori, amicizia, gelosie, eroismi, cavalleria, avventure in terra dei Mori, schiavi, fughe, passioni... Belle, le novelle di Le Sage, ma nient'affatto originali. Questa, peraltro, simile in alcuni dei contenuti, ad un celebre romanzo dell'antichità, la Storia di Apollonio...
Le novelle comprese ne Il diavolo zoppo, anche se, forzando un po' le cose, possono essere coerenti col contenuto del libro, rappresentando dei "ritrattoni", a fronte dei tanti "ritrattini", in realtà non c'entrano proprio niente con la specificità e la singolarità del libro di Le Sage. Vanno prese per quello che sono, un riempitivo, delle digressioni, e nella lettura hanno lo scopo di rallentare un po' la monotonia e ripetitività del ritmo dei tanti, tantissimi ritrattini che si susseguono l'un dopo l'altro.
Dimentichiamoci dunque la novella e andiamo avanti nella lunga notte madrilena dei nostri due.
Dice don Cleofa al diavolo: "La notte è molto inoltrata, fra poco vedremo le prime luci dell'alba. Ma prima che spunti il giorno vi chiedo ancora un favore: vedo molta gente addormentata e vorrei che me ne rivelaste i sogni..." (XII). Ed ecco così una ampia rassegna, questa volta di ritrattini onirici, tizio che sogna questo, caio che sogna quest'altro.
Fino a che si fa giorno e i due, per continuare a spiare, si nascondono in una nebbia che li cela alla vista, sempre standosene appollaiati su qualche casa o qualche monastero.
Ora, tra le tante scenette, assistiamo a una processione di trecento schiavi di ritorno dalla loro prigionia in terra dei Mori: un'istituzione pietosa dell'epoca (oggi la definiremmo una "onlus" o una "ong"), la Mercede, organizza queste processioni per ringraziare il Signore dopo aver pietosamente riscattato, con denari contanti, i cristiani ai saraceni. Gli ex schiavi or liberati che sfilano nella processione sono occasione di tanti ritrattini.
All'improvviso, proprio nel bel mezzo d'una delle novelle (le novelle sono "casi" raccontati dal diavolo a don Cleofa) il diavolo Asmodeo: "Ah, signore, quale sciagura per me - esclama rivolgendosi a don Cleofa - il mago che mi teneva imprigionato nella bottiglia si è accorto or ora che io non son più nel laboratorio e sta per richiamarmi con scongiuri così potenti che io non potrò resistervi!" (XX)...
E termina il libro con un lungo sonno ristoratore di don Cleofa e il lieto fine del matrimonio con la ricca ereditiera salvata dall'incendio.
Curioso, molto curioso per un'opera letteraria di fantasia, che una delle novelle rimanga senza finale: la stava raccontando il diavolo ma, dovendo ritornarsene dal mago, non ha il tempo di riprenderne la conclusione.

Vignette dunque e ritrattini e ritratti e ritrattoni, tutti incentrati sui vizi umani. L'ambizione, la gelosia, l'avidità, l'avarizia, la prodigalità, la disonestà, l'invidia, la superbia... Ma mentre La Rochefoucauld si esprime con una massima, Le Sage dipinge un breve (a volte brevissimo, a volte lungo) ritratto.
Prendiamone uno a caso. Eccolo qua: "un marito reso pazzo dalla morte della moglie: non impazzì per il dolore di aver perduto la moglie, ma perché, essendo senza figli, fu costretto a restituire ai genitori della defunta i cinquantamila ducati di dote, come esigeva il contratto di matrimonio" (IX). Tutto qua. Questo è un ritrattino. Non c'è un prima e non c'è un dopo. Siamo al manicomio e attraverso il tetto scoperchiato il demonio mostra i "casi" dei ricoverati e spiega e illustra. È un ritratto che ci parla di avarizia e avidità, questo.
"Ma continuiamo a passare in rassegna gli altri matti..." dice Asmodeo. Ed ecco il prossimo, che diventa matto per non aver raggiunto il successo (l'ambizione), l'altro che perde il senno perché ha servito fedelmente tutta la vita un padrone e questi, quando infine muore, non gli lascia un centesimo (l'ingratitudine), l'altro che, dilapidato tutto il suo patrimonio e constatato che i suoi amici l'abbandonano, perde la ragione non per la delusione, no, la perde perché avendo finito il patrimonio non ha più niente da dilapidare (la prodigalità).
I "casi", i tanti casi che Le Sage racconta, a volte sono coloriti, e pieni di sostanza drammatica, come l'usuraio che va a messa tutte le mattine, sente prediche contro l'usura, le approva, poi esce di chiesa e riprende imperterrito a praticare l'usura... O come il medico-chirurgo che per procurarsi pazienti esce di casa, infilza con la spada i passanti e poi li cura a pagamento... A volte invece, il più delle volte, sono semplici citazioni, figurine evanescenti pennellate in una o due righe: "lo scapolo di quarantacinque anni che potrebbe viver del suo panerai replica e invece vuol mettersi al servizio di un grande" (X), "la vedova che ha passato i sessant'anni, suo marito è morto da poco ed essa vuol ritirarsi in un convento perché, dice lei, la sua reputazione sia al coperto dalla maldicenza" (X). A volte sono battute, quasi barzellette, come la zitella che afferma "quando mio padre sposò mia madre era così vecchio che non poteva più aver figli" o silicone sealant il medico che fa sogni opprimenti: "un'ordinanza che proibisce di pagare i medici se prima gli ammalati non sono guariti" (XVI)...

Arguzia, acume, realismo: il libro di Le Sage è - novelle a parte - una lunga rassegna di scenette che raffigurano un po' tutto il mondo dei suoi tempi rappresentandolo in tipi umani: i preti, i giudici, i medici, gli avvocati, i cortigiani, i borghesi, i servi. Un'umanità che è fauna umana, che è vista in negativo, dal punto di vista del vizio, non della virtù.
 
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