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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
GUY DE MAUPASSANT
Una vita
Introduzione e traduzione di Mario Picchi, pp. 213 + XXIII. Garzanti, Milano, 1982.

È piacevole, Una vita di Maupassant (1850-1893), andarselo a leggere seduti su una panchina sulla spiaggia di Etretaz. Una spiaggia ripida, tutta coperta di ciottoli grigi, rotanti, grandi come un uovo, rumorosi, ("il lontano mormorio delle onde sul greto") con le barche dei pescatori, oggi come allora, ferme a riva, in attesa dell'alta marea. Se dai le spalle alle brutture costruite oggi sul lungo-mare e guardi l'oceano, vivi le stesse sensazioni d'allora, quelle di Giovanna e del barone, quelle di Maupassant, quelle di Bouvard e Pecuchet che Flaubert (il padre putativo di Maupassant) mandò anche qui, nelle loro interminabili insensate peregrinazioni pseudoscientifiche. Di qua e di là dalla spiaggia la costa si alza "in una scogliera di cento metri, bianca e dritta, che si bagnava nelle onde" (p. 10) e se guardi verso occidente ecco la meraviglia di Etretaz, "una forma di roccia strana, rotonda e traforata, somigliante a un'enorme testa di elefante con la proboscide immersa tra le onde..." (p. 25). Nella suggestione della lettura puoi credere di vedere là, al largo, Giovanna che nuota. "Nuotava lontanissimo essendo forte, coraggiosa e senza coscienza del pericolo. Si sentiva bene in quell'acqua fredda, limpida e turchina che la reggeva cullandola... A volte se si spingeva troppo lontano, una barca andava a prenderla. Tornava alla villa pallida di fame, ma leggera, vivace con le labbra sorridenti e gli occhi colmi di felicità..." (p. 16).
Povera Giovanna! È breve la stagione della sua felicità, qui nell'entroterra di Etretaz, nella sua villa chiamata "I Popoli", "una di quelle grandi ed alte dimore normanne, che hanno della fattoria e del castello, costruite di pietre bianche diventate grigie, e tanto grandi da poter ospitare un popolo intero..." (p. 7). Giovanissima, ha appena lasciato, per sempre, finita la scuola, il collegio-convento ove per anni ha maturato la propria adolescenza e ora è giunta qui, nella villa castello che suo padre ha destinato per sempre a lei, per la sua vita futura. Quella prima notte a "I Popoli", una notte "formicolante di mille desideri" una notte di "vivente poesia", di "inafferrabili speranze", di "brividi sovrumani", Giovanna "cominciò a sognar d'amore... Ora era libera d'amare, doveva solo incontrare lui. Come sarebbe stato lui? Non lo sapeva bene, né se lo chiedeva. Sarebbe stato lui e basta..." (p. 11).
Eccolo, il suo lui. È Giuliano. Un visconte giovane e affascinante, totalmente squattrinato, dai bei modi disinvolti, "uno di quei visi armoniosi che fanno sognare le donne e dispiacciono a tutti gli uomini...". I suoi occhi "hanno quel fascino languido che faceva credere a un pensiero profondo e rendeva importanti le sue minime parole" (p. 22). Frequenti visite alla villa, una gita notturna in barca, un pranzo in una trattoria, la commovente cerimonia del battesimo d'una barca è quanto basta perché i due si innamorino, si fidanzino, si sposino, partano per il viaggio di nozze in Corsica.
Maupassant appartiene a quegli scrittori che le storie letterarie etichettano come "naturalisti": non si ferma fuori dalle camere da letto, ci porta nei talami nuziali, sotto le lenzuola degli sposi, nei più intimi dei loro segreti. Sa farlo con estrema DTH hammer, usando un linguaggio garbato, freddo, tecnico, preciso. Maupassant non ha morbose curiosità. Le attribuisce piuttosto al prete del paese, le morbose curiosità, "interessato e pronto a frugare con curiosità pretesca nei misteri del talamo, che gli rendevano piacevole il confessionale..." (p. 145).
Giovanna scopre il sesso dapprima con sgomento e lo vive come animalesco, di fatto violentata, la prima notte di nozze, lei che sognava l'amore come poesia e null'altro sapeva, supponeva, immaginava, di materiale e di fisico. Ma in viaggio di nozze, in un selvaggio bosco di montagna in Corsica, accanto a una fonte ove s'erano dissetati, nella calura estiva, fra gli aromi della vegetazione, ecco che finalmente, rapita, scopre l'estasi della sensualità e l'amore e l'attaccamento per il marito si fa fisico, sensuale.
È breve, breve quanto un'estate l'amore e la felicità di Giovanna. Già al rientro dal viaggio di nozze scopre la freddezza del marito, l'avarizia, l'indifferenza, il disinteresse, l'opportunismo.
Scoprirà più tardi, a poco a poco, sopraffatta dalla delusione, il perché e il percome di quell'indifferenza. Rosalia, la camerierina di Giovanna, sua coetanea e sua sorella di latte, partorisce all'improvviso un bambino. Il livore di Giuliano, che vorrebbe sbatterla fuori di casa, lei e il suo bastardino, per salvare il decoro della famiglia, nasconde una turpe verità: è Giuliano il padre del bambino, Giuliano che ha approfittato dell'inesperienza e dell'umile condiscendenza di Rosalia, sin dai giorni del fidanzamento con Giovanna, e continua ad approfittarne anche ora, al rientro dal viaggio di nozze.
La tragica scoperta del tradimento è accompagnata dalla constatazione d'essere incinta. Il mondo pare crollare su Giovanna. Fa tornare i genitori da Rouen, gli adorati e adorabili genitori, coi quali si confida, e col prete del paese, don Picot. E scopre le ipocrisie, i compromessi, la necessità del quieto vivere della borghesia, della nobiltà, del popolino, del mondo intero. Chi non ha avuto relazioni pre-coniugali o extra-coniugali? Persino il padre, uomo nobile, meraviglioso, giusto e generoso, non può, in tutta coscienza, condannare l'odioso genero senza confessare d'aver compiuto in gioventù gli stessi peccati. Ed è il padre che, d'accordo col prete, sistema ogni cosa e ripara alle malefatte del genero offrendo a Rosalia una generosissima dote. Avrà una fattoria in usufrutto che le consentirà di trovar marito e sarà a posto per il resto della vita, lei e suo figlio.
Giovanna partorisce un maschietto di nome Paolo e si attaccherà al bambino in modo morboso e totale troncando col marito ogni intimità fisica.
Passano gli anni nel grigiore d'una esistenza spenta a tutto salvo che all'attaccamento per il figlio.
Muore la madre, adorata da Giovanna e dal papà di lei, e nella lunga poetica descrizione della notte di veglia, lei da sola col cadavere della mamma, sopraffatta dai ricordi, dal rimpianto, dal vuoto, dall'angoscia, un altro duro colpo per Giovanna che, aprendo le lettere di gioventù che la madre teneva come reliquie, scopre che anche lei aveva avuto un amante, il miglior amico del padre, di cui son rimaste lettere appassionate, sensuali, cocenti.
Giuliano ha intanto una nuova amante, una contessa, grande amica di Giovanna, moglie di un amico di Giuliano. Ciò che offende nel profondo Giovanna non è il tradimento del marito: "nel cuore non aveva né gelosia né odio, ma soltanto disprezzo. Non pensava a Giuliano, nulla di lui ormai poteva stupirla; ma il duplice tradimento della contessa, della sua amica, la rivoltava. Dunque erano tutti perfidi, bugiardi, falsi!" (p. 125). "Il rancore che sentiva contro la contessa non era tanto per averle preso suo marito, quanto per essere caduta anch'ella nel fango comune..." (p. 127).
Nel frattempo è arrivato in Paese un nuovo prete. A differenza del precedente, che era tollerante e amante dei compromessi, questo "inflessibilmente severo verso sé stesso era verso gli altri d'una intolleranza implacabile", un "inquisitore pericoloso", di quelli che si rifiutano "di dare l'assoluzione alle ragazze d'incompleta castità", capace di chinarsi "a raccattare i sassi e di tirarli addosso come se fossero stati cani" ai ragazzi sorpresi a sbaciucchiarsi (p. 149-150). Il prete scopre la tresca fra Giuliano e la contessa e per interrompere la "criminosa amicizia", la "colpevole passione", la "vergogna e il delitto" (p. 153-154) fa in modo che il conte, il marito tradito, ne sia informato e li scopra in flagrante.
Com'è diverso Una vita da Bel Ami! Anche in Bel Ami c'è un adulterio scoperto in flagrante, ma là c'è il freddo razionale calcolo giuridico dei cinici cittadini di Parigi. Qui siamo nella campagna normanna: esplode la cieca passionalità del nobile campagnolo, il marito "gigante buono", innamoratissimo della moglie, credulone e semplicione. Preso da un raptus il conte spinge giù da un burrone la casupola in cui i due adulteri amoreggiano e i loro corpi si sfracellano insieme alle loro colpe.
Inizia il lungo autunno della vita di Giovanna, in preda dapprima al ricatto del perfido prete circa l'educazione cristiana del figlio Paolo e alla mercé poi di Paolo che, divenuto grandicello e fuggito dal collegio di Le Havre, ove studiava, inizia una dissipata vita di giocatore e di sbandato.
Il nonno, il barone, papà di Giovanna, muore di colpo apoplettico proprio mentre sta firmando l'ultima delle ipoteche sulle sue proprietà, svendute e impegnate per pagare i debiti del nipote. Giovanna, ormai quasi sul lastrico, viene salvata da quella che a prima vista è una sconosciuta energica contadina e poi si rivela esser Rosalia, la camerierina d'un tempo, rimasta incinta del marito di Giovanna e beneficiata dal padre di lei. Rosalia vende le ultime cose di Giovanna, compra per lei una casetta adeguata alle sue possibilità e si prende sotto tutela l'ex padroncina d'un tempo amministrando per suo conto i pochi beni rimasti, in modo accorto e preveggente.
L'amara storia termina con un barlume di speranza: lo sciagurato figlio ha avuto una bambina da una donna che muore di parto. Va Rosalia a Parigi, preleva la neonata-fagottino e la porta a Giovanna, la nonna, ponendogliela in grembo. "Un dolce tepore, un calore di vita, le giunse alle gambe e attraverso le vesti le entrò nella carne: era il calore dell'esserino che le dormiva sulle ginocchia. La invase una commozione infinita. Scoperse di scatto il visino della bambina, che non aveva ancora visto: la figlia del suo figliolo. E mentre la creaturina, investita dalla luce, apriva gli occhietti azzurri torcendo la bocca, Giovanna la coprì di baci furiosi, sollevandola tra le braccia..." (p. 213).

Una vita è del 1883, il primo dei sei romanzi di Maupassant, scritto all'età di 33 anni. Romanzo cupo, pessimista, tristissimo. Nessuna fiducia negli uomini. Nessuna fiducia in Dio o nella religione. Nessuna fiducia nell'amore. Nessuna fiducia, persino, nel denaro, perché anche il denaro finisce. Morte delle illusioni. Disinganno dei sogni. Cosa c'è infine di positivo, in quest'esistenza? Tutto ciò che non è umano. La natura, il sole, le stagioni, la campagna, i boschi, il mare, la neve e la pioggia, il paesaggio austero e sano della severa Normandia, la natura morbosa e sensuale della esotica e leggendaria Corsica.
Una sorta di panteismo naturalistico, quello di Maupassant, ben raffigurato nello splendido personaggio del papà di Giovanna, il barone.
Non più di una decina sono i personaggi del romanzo, una ristretta, ma bellissima, galleria umana che ritroveremo, moltiplicata e ingigantita, nelle trecento e più novelle che lo hanno reso uno dei grandi della letteratura francese.

Sestri Levante, 10/9/06

 
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