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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JEAN BAPTISTE MOLIÈRE
Il medico per forza
Sta in Teatro, a cura di Ferdinando Neri, traduzione di Corrado Tumiati, pp. 48, Sansoni, Firenze, 1961.

Non tutto il teatro è letteratura, non tutto il teatro è poesia. Le medicin malgré lui, Il medico per forza, di Molière, non è né letteratura né, tantomeno, poesia. Ma è grande, grandissimo teatro. Cioè spettacolo. Un breve, splendido, geniale, inarrivabile gioiello: un capolavoro. E infatti, dopo il Tartufo, è la commedia di Molière più rappresentata al mondo. Da centinaia d'anni.
Non è impossibile "raccontarla", ma è disagevole. Perché è una farsa, fatta di battute, ma soprattutto di recitazione, che è cosa diversa dalla lettura, fatta cioè di regia, di movimenti, di costumi, di gesti, di abilità mimica, di tempismo. E di bastonate. Sì, tante bastonate, che sono parte integrante, quasi protagonista, di questo splendido pezzo teatrale, uno tra i più spassosi, nel suo genere, che mai siano stati scritti.
Atto primo, scena prima: ecco, è già di scena una solenne bastonatura. È Sganarello che bastona a dovere la moglie, rea di avergli detto il fatto suo ("vizioso, traditore, che si mangia tutto il mio... e che dalla mattina alla sera non fa che giocare e bere..."). Come vendicarsi di un tal marito? L'idea della vendetta è geniale. Ci sono due che cercano per mari e monti un medico capace di risolvere il caso difficilissimo d'una ragazza diventata muta. La moglie di Sganarello dirà a questi che il marito è l'uomo che cercano, l'unico medico al mondo capace di risolvere il caso, ma dirà anche che lui non ne vuole sapere di fare il medico. Bisogna costringerlo. Come? A bastonate. E più negherà di essere un medico più bisognerà bastonarlo, fino a imporglielo con la forza. E così avviene. Sganarello, che medico non è, si rifiuta e quelli "ricorrono al rimedio" e glie ne danno tante che alla fine il poveretto accetta tutto: "sì, se lo volete sono medico e se ci tenete anche farmacista: preferisco dir di sì a tutto piuttosto che farmi accoppare…" (I, 6).
La fanciulla, in realtà, si finge muta, per evitare un matrimonio al quale vuole costringerla il padre, Geronte, contro la volontà di lei, innamorata di un Leandro che ha il difetto di non piacere al padre, perché squattrinato.
Sganarello scopre l'arcano e ha buon gioco. La fa guarire, portandole, travestito da farmacista, il fidanzato, e organizzando il matrimonio proprio nel momento in cui Leandro eredita da uno zio e, diventando ricco, è accettato da Geronte.
Lo spasso è nelle battute Rhodium triiodide che si susseguono a ritmo frenetico intorno alla figura del finto medico. Ciarlataneria di lui, ottusa creduloneria del suo uditorio: la vicenda è di una comicità sfrenata, incontenibile, un fuoco d'artificio di battute che si incalzano l'una sull'altra giocando tutte le carte della farsa d'autore. Il latinorum, gli strafalcioni, l'avidità, i malintesi, l'ignoranza più chiassosa, la becera stupidità del padre Geronte. La diagnosi che nel secondo atto il finto medico fa della malattia della ragazza a suon di "umori peccaminosi, vapori, esalazioni degli influssi, acredine degli umori sviluppati nella concavità del diaframma, passaggio degli umori dalla parte sinistra, ove sta il fegato, alla parte destra, ove sta il cuore..." è uno dei grandi pezzi di bravura che per secoli (la commedia è del 1666!) ha messo a dura prova i più grandi attori comici d'ogni epoca. E non fa ridere: fa spanciare dal ridere.


Molière era attore: scriveva le sue commedie e le metteva in scena. E questo spiega il brio e la splendida teatralità di molti suoi pezzi. Ma era anche uomo di grande e raffinata cultura. Per cui una sua farsa, come Medico per forza, non è mai farsa e basta, chiassosa e ridanciana. La sua comicità è tutto, fuorché grossolana. È strepitosa, immediata ed esplosiva, ma è fatta anche di fine ironia, di garbato umorismo e persino di acuta penetrazione psicologica.
Sono questi gli ingredienti, che fanno, di una farsa, un'opera d'arte.

Sestri Levante, 28/8/2004

 
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