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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
IRENE NÉMIROVSKI
Il ballo
Traduzione di Margherita Belardetti, pp. 84, Adelphi Edizioni, 2005.

Il padre è "un piccolo ebreo scarno dagli occhi di fuoco". "Prima era stato impiegato alla Banca di Parigi e prima ancora usciere alla porta della banca, in livrea blu...". Un pover'uomo, in sostanza, un pover'uomo che in seguito a un colpo di fortuna in borsa si arricchisce a dismisura. La madre ha un passato di "calze rattoppate... di biancheria coi rammendi...". Ora è coperta di gioielli, ne ha "uno scrigno pieno", il marito dice che sono "l'investimento più sicuro"...
"Dimentichi sempre che ora siamo ricchi Antoinette" dice spesso la madre alla figlia quattordicenne. E la figlia la odia, la disprezza, la teme. Disprezzo da parte di Antoinette verso la madre Rosine, ma disprezzo, anche, da parte della madre verso Antoinette, "marmocchia sempre tra i piedi... stupida... almeno cerca di non sembrare gobba... se ti punisco è per il tuo bene, ti pare?... vuoi una sberla, sì?... se credi che ti paghiamo un'istitutrice inglese perché tu abbia modi del genere ti sbagli, mia cara... una bambina, una mocciosa da domare...".
Queste le premesse. Il bellissimo racconto di Irene Nemirovsky ha per ambiente una Parigi borghese dei primi del Novecento (c'è ancora il fiaccheraio che la sera accende le lampade a gas) e si svolge tutto in pochi giorni.
Mamma Rosine, la nuova ricca, decide di dare a casa sua una festa da ballo, con orchestra e cena sontuosa. Fa stampare duecento inviti ("le lettere erano incise, non solo stampate: c'era una differenza di almeno quaranta franchi...") e chiede alla figlia che "ha davvero una bella grafia, molto accurata" di scrivere gli indirizzi sulle buste. Chi sono gli invitati? "Sono conti, marchesi, visconti per lo meno... Stai tranquillo, sono persone molto distinte... Ci sono anche altri marchesi, sai, ben cinque...". E fra i tanti - ricchi e titolati - c'è anche una modesta lontana cugina, "una vecchia zitella piatta, dritta e rigida come un bastone di scopa... più malevola e ficcanaso di una vecchia gazza...". Perché tra gli invitati una persona così umile? Per il suo talento di pettegola: sicuramente spiattellerà tutto a tutta la famiglia, a "tutti quei parenti che ci trattavano con condiscendenza perché erano più ricchi di noi... se non invitiamo Isabelle, se non so che creperanno tutti d'invidia, preferisco non dare nessun ballo...!"
Un ballo! Se il ballo, per mamma Rosine e papà Kampf, "arricchiti, volgari, ignoranti" è la speranza di una promozione sociale, e per mamma Rosine, ormai alle soglie della menopausa, è l'ultima chance per realizzare i suoi sogni morbosi di donna insoddisfatta ( "i soldi, i bei vestiti e le belle auto, a che servivano se non c'era un uomo, un amante bello e giovane?... quanto l'aveva atteso quest'amante!..." ), per la piccola Antoinette è un miraggio celestiale, è il sogno di Cenerentola e del Brutto Anatroccolo che si realizza, "una cosa splendida... un insieme confuso di musica sfrenata, di profumi inebrianti, di abiti spettacolari...".
Ma l'orribile madre, no, il ballo glielo nega. Nemmeno assistervi per un quarto d'ora. Anzi: a letto prima del solito e, per far spazio agli ospiti, a letto in uno sgabuzzino! Piange e si dispera un'intera notte la piccola Antoinette e l'indomani quando è lei che, per caso, si trova per strada a dover imbucare le lettere degli inviti, per un improvviso impulso anziché imbucarle le strappa e le getta nella Senna, tutte, tutte duecento, meno quell'una per la cugina Isabella, la zitella pettegola, cui Antoinette la consegna a mano recandosi da lei per la lezione di piano.
Il ballo è per un certo giorno alle dieci di sera. Seguiamo con sadica precisione i frenetici preparativi, l'arroganza dei padroni di casa verso i servitori, l'ostentazione volgare d'ogni loro ricchezza, lo sfarzo smodato dei piatti colmi di selvaggina e caviale, lo spropositato numero di bottiglie di champagne, la lenta interminabile patetica preparazione di Rosine al trucco, davanti allo specchio, carica di gioielli, "zaffiri, rubini, smeraldi... rutilava, scintillava come un reliquiario...". E finalmente sono le dieci. E non arriva nessuno. E i minuti e poi i quarti d'ora passano. Arriva solo la pettegola cugina Isabelle con un abito "di tulle giallo, ornato, tutt'intorno al lungo collo secco, di un boa di piume...". Intanto, le pendole degli orologi, i rintocchi dei campanili segnano, lentamente, ferocemente, con un sadismo senza pari, l'ora della sconfitta, la catastrofe, prima annunciata da ansia, poi nervosismo, poi paura, poi certezza e dolore sordo cocente terribile, e poi disperazione e furore, mentre la servitù ridacchia, gli orchestrali mormorano, i gelati si sciolgono, lo champagne si riscalda... E Antoinette, rimasta sveglia, incollata col nasino infreddolito a una finestra che attraverso il cortile dà sul salone della festa, a quel punto si dirige "verso il salone, come un assassino inesperto attratto dal luogo del delitto..." e assiste alla rovinosa disfatta dell'odiata madre, "...immobile nel suo abito luccicante, coperta di perle, accasciata nell'incavo di una poltrona... e si strappava i gioielli uno dopo l'altro e li gettava a terra... il viso inondato di lacrime che scioglievano il trucco mescolandosi ad esso...".
"Povera mamma!". Ora Antoinette, questa madre che temeva, che odiava, che disprezzava, può compiangerla, può provarne pena. "All'improvviso si sentì ricca di tutto il suo avvenire, di tutte le sue giovani forze intatte...".
Le due donne, quella sera, fra le lacrime di umiliazione 10025-83-9, di disperazione, di sconfitta della madre, si abbracciano. "Un attimo, un istante impercettibile in cui si incrociavano sul cammino della vita, e l'una stava per spiccare il volo mentre l'altra si avviava a sprofondare nell'ombra...".

Irene Némirovsky nacque a Kiev nel 1903, figlia di un ricco banchiere ebreo che fu costretto, allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre, a rifugiarsi in Francia. Elegante, colta, raffinata, ricca, ebbe subito uno straordinario successo come scrittrice negli anni Trenta e poi fu dimenticata. Deportata ad Auschwitz vi morì nel 1942. I suoi romanzi, tra cui questo breve intenso e bellissimo Il ballo (del 1928) sono stati riscoperti in Francia e in tutta Europa solo oggi, a partire dal 2004.

Milano, 12/02/06

 
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