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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JEAN RACINE
I litiganti
Sta in Teatro, traduzione di Maria Ortiz, pp. 50, Sansoni, Firenze, 1955.

Pochi sanno che Racine, il grande tragico, ci ha lasciato anche una commedia, una breve commedia in versi dal titolo I litiganti (Les plaideurs), tre atti del 1668.
Non ebbe fortuna quando la mandò in scena per la prima volta. Poi, alcuni giorni dopo, fu data davanti al Re e questi, dicono le cronache, rise di gusto. Tanto bastò a farne un successo, un successo che, in Francia almeno, perdura ancora oggi, rimasta com'è in repertorio e replicata con frequenza.
La commedia si ispira alle Vespe di Aristofane ed è poca cosa, un semplice divertimento in versi, quello che è stato definito "un momento di buon umore di un Racine non ancora trentenne". Niente a che vedere quindi con le commedie di Shakespeare, veri capolavori teatrali in cui il grande poeta di Stratford metteva tutto se stesso e lo stesso impegno profuso nelle tragedie. No, qui Racine ha solo voluto giocare e ci ha lasciato poco più di una farsa che è il "remake" in chiave moderna della celebre commedia di Aristofane, senza i risvolti di critica politica che quella di Aristofane conteneva.
C'è poca storia ne I litiganti, più chiassoso divertimento che una vera e propria trama. La vicenda gira attorno alla figura di un giudice pasticcione e arraffone, Dandin, così fanatico del suo lavoro che "a lasciarlo fare ci avrebbe anche dormito, in sala d'udienza, senza né mangiare né bere... uno che vuol giudicarci tutti, l'uno dopo l'altro e che... per amore o per forza vuol anche andare a letto in toga e tocco..." (I, 1). Perché tanto zelo? Un po' perché "gli ha dato di volta il boccino" (I, 1) e un po' perché i giudici -si sa- con le udienze ci guadagnano (...e questo era il tema di fondo di Aristofane).
Abbiamo il figlio del giudice, tale Leandro, che cerca di tenere lontano dalle udienze il padre, abbiamo due balordi, illetterati e arruffoni, addetti alle udienze, uno portinaio e uno "intimato", e abbiamo infine due "clienti" del giudice che sono anch'essi fanatici di liti in tribunale.
Una è una contessa che ha il difetto di parlar sempre a di non ascoltare mai, il che la porta oltrettutto a capir Roma per Toma e a far causa a chi le ha dato, a suo dire, offensivamente del Toma, mentre di fatto altro non diceva che Roma...
E l'altro è tal Cavillini, uno che "consuma in processi la maggior parte dei suoi beni e a chi non muove lite? ...se non muore farà venire in udienza tutta la Francia ed è venuto ad abitare vicino al giudice: l'uno vuol sempre far lite, l'altro vuol sempre giudicare..." (I, 5).
Questo Cavillini ha una figlia - sempre tenuta sotto chiave - di cui è innamorato Leandro figlio del giudice.
Tre sono gli episodi su cui si snoda narrativamente la commediola.
Il primo è dato dalle astuzie di Leandro, figlio del giudice, per mettere le mani su Isabella, figlia di Cavillini. Simula una querela e così fa la gioia del padre Cavillini che di querele si nutre: riesce a dichiararsi a Isabella e alla fine la ottiene in sposa.
Il secondo episodio è dato dall'incontro-scontro fra la contessa ciarliera e litigiosa e il Cavillini anch'egli ciarliero e litigioso. Tra malintesi e balordaggini finiscono col querelarsi l'uno con l'altro ovviamente senza nessuna materia del contendere salvo la loro innata litigiosità.
Il terzo infine, tratto da Aristofane, è un processo che il giudice intenta a un cane reo d'aver mangiato un cappone che non gli apparteneva. Un processo in tutta regola con un balordo accusatore, un balordo difensore e tanto di testimoni in aula: "...li ho in tasca i testimoni, teneteli: ecco la testa e le zampe del cappone... vedeteli e giudicate...!" (III, 3).
Tutto finisce in gloria: Leandro e Isabella ottengono dal giudice l'ordinanza di sposarsi e il cane criminale "...ebbene, sia assolto: lo faccio per voi, mia cara nuora!" (III, 5) ottiene la grazia reclamata a gran voce da tutti i presenti.

È piccola cosa, dicevamo, la commediola e, come molte commedie d'arte, che sono più pantomime tag heuer replica che commedie vere e proprie, riesce ad essere spassosa non tanto nella costruzione del racconto quanto nelle "tirate" piene di strafalcioni di personaggi strampalati che si mettono a parlare "latinorum". Come in Ben Jonson, come in Molière, anche qui abbiamo il nostro bravo personaggio latinorum: è l'intimato, una specie di analfabeta che fa la sua spassosa arringa, nel processo al cane, infarcendola di dotte citazioni latine, giuridiche, storiche e bibliche, ovviamente una più strampalata e più sgrammaticata dell'altra. Ed è risata a scena aperta.
Ecco che "il momento di buonumore" del grande tragico Racine si trasforma in momento di buonumore anche per lo spettatore d'oggi. A tre secoli e passa di distanza.

Sestri Levante, 21/8/2004

 
©     ugo.randone@tiraccontoiclassici.it
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