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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
SAINT-RÉAL
Don Carlos. Novella storica.
A cura di Luciano Carcereri, introduzione di Giorgetto Giorgi, con testo a fronte, pp. 186, Marsilio Editori, Venezia, 1997.

L'abate César Vichard de Saint-Réal (1643-1692) fu uno storico, un narratore, un diplomatico francese del Seicento. È introvabile o quasi nelle storie della letteratura. Perché ricordarlo oggi e pubblicarlo? Perché c'è un suo "racconto storico" (così l'autore lo chiama) dal titolo Don Carlos, che merita d'esser letto e tenuto presente. È alla base di tutte le storie nate in seguito sulla figura dell'infelice figlio di Filippo II. È Saint-Réal che ne inventa l'epopea, facendone, per primo, un martire d'amore.
La realtà storica pare fosse ben diversa: pare cioè che don Carlos fosse un figlio difficile, ribelle e collerico e avesse suscitato la diffidenza politica del padre Filippo, timoroso che il figlio non fosse adatto al ruolo di erede al trono. Pare anche che non fosse affatto innamorato della matrigna (Elisabetta, figlia di Enrico II re di Francia, coetanea di Carlos) e che la morte sia avvenuta per dissenteria dopo alcuni mesi di prigionia voluta dal padre al fine di evitare che si lasciasse coinvolgere dai ribelli fiamminghi.
Saint-Réal si inventa dunque, di sana pianta, la storia che tutti conosciamo: Elisabetta promessa a Carlos e poi a lui sottratta e sposata dal padre. Amore fra i due, gelosia del padre, uccisione dei due amanti.
Ciascuno a modo suo, Schiller, Alfieri e Verdi, hanno poi elaborato, drammatizzato e romanticizzato la storia, rubandola appunto a Saint-Réal. Il quale St. Réal invece ne fa una cronaca di tipo notarile, precisa, minuziosa, particolareggiata, tutta raccontata in "esterni e interni", atti cioè e pensieri, ma con lo stile dello thin film coating system, conformemente ai suoi lavori di storico professionista quale fu nella vita.
La costruzione della vicenda si snoda tutta sul filo della diplomazia, dell'intrigo, del sotterfugio. Salvo l'assassinio del marchese di Posa, pure esso simulato però come incidente, non vi sono da parte dei protagonisti del racconto atrocità manifeste e dichiarate, accuse aperte, scoperte falsità. Tutto è condotto sul filo delle astuzie cortigiane e gli scontri sono in punta di fioretto, non a colpi d'ascia. Filippo in sostanza vuol salvare la faccia. Non fa condannare Carlos a morte, ma alla prigione. E questa condanna è fatta passare come un atto d'eroismo, un sacrificio dei sentimenti naturali di padre a vantaggio del dovere di Stato, un gesto degno dell'obbedienza d'Abramo.
Anche la decisione finale dell'assassinio in carcere è morbida: si tenta dapprima di avvelenarlo giorno dopo giorno, segretamente. E così infine per la regina, assassinata sì, ma col beneficio del dubbio. Non una pozione di veleno, ma un farmaco per la sua salute...
Un dramma quindi a tinte morbide, a chiaroscuri, tutto condotto sul tema dell'abilità cortigiana, dell'ipocrisia, del doppio-giochismo, delle sottigliezze che fanno le differenze.
Una storia, questa di Saint-Réal, che forse proprio perché inespressa in tutta la sua potenzialità drammatica, ha dato poi luogo, nei due secoli che l'hanno seguita, alla drammatizzazione a tinte forti di Schiller, Alfieri, Verdi e di tanti altri minori. Non un'opera d'arte e non un'opera di poesia: un tema, un canovaccio, una stesura di idee e spunti che ha dato poi luogo a tanta arte e a tanta poesia.
Per questo, oltreché per interesse di documentazione, il Don Carlos di Saint Réal merita un posto nella storia della letteratura.

Sestri Levante, 30/4/01

 
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