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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
YASUNARI KAWABATA
Mille gru
Sta in Romanzi e Racconti, Traduzione di Mario Teti, a cura e con un saggio introduttivo di Giorgio Amitrano, pp. 114, I Meridiani Mondadori, Milano, 2003.

Siamo a Tokio, nei primi anni del dopo-guerra. Kikuji è un giovanotto benestante, di poco meno di trent'anni, scapolo, impiegato in un non definito ufficio. Vive in una ampia e bella casa insieme con una domestica. I genitori sono morti da pochi anni, prima il padre, poi la madre.
Il breve romanzo Mille gru ci racconta una serie di episodi, lungo l'arco di qualche mese, tutti incentrati sul rapporto fra Kikuji e tre donne. La prima, ora anziana, Chikako, era stata per breve tempo l'amante del padre di lui, quando Kikuji era bambino. Un episodio aveva a quei tempi colpito la fantasia del bambino e aveva lasciato in lui un'impressione indelebile. Un giorno, arrivando col padre a casa di lei, il bambino aveva scoperto la donna intenta con delle forbicine a depilarsi una estesa voglia sul seno: "...d'un viola scuro, la voglia si estendeva per quasi un palmo dal centro della mammella sinistra sino alla bocca dello stomaco". Chikako era seduta e "nel foglio di giornale sulle ginocchia di lei, Kikuji aveva intravisto qualcosa di strano, dei lunghi peli che sembravano i baffi di un uomo...". Questo elemento della voglia pelosa sul seno ritorna ossessivamente nel romanzo e contribuisce a rendere più sgradevole il già sgradevole personaggio di Chikako, impicciona e mezzana di matrimoni, invadente, avida, bugiarda. Ora Chikako esercita la professione di maestra di cerimonia nell'arte del tè e invita Kikuji a una seduta con lo scopo di presentargli una ragazza che lei vorrebbe fargli sposare. Si tratta di un "miai", un abboccamento prematrimoniale organizzato da un intermediario, pratica molto diffusa in Giappone. Ma a questo miai, che ha luogo durante la cerimonia del tè, oltre alla ragazza caldeggiata da Chikako ci sono molte altre donne, tra cui la signora Ota e la figlia di lei, Fumiko. La signora Ota è una vedova e anche lei fu amante del padre di Kikuji, ma per lunghi anni, fino alla morte di lui. Chikako, amante precedente e occasionale, odia le due donne, madre e figlia.
Kikuji uscendo quel giorno dalla cerimonia del tè e del miai, si accompagna a spasso con la signora Ota e ne diviene l'amante. "Kikuji non l'aveva più veduta dal giorno delle esequie del padre. In quei quattro anni non era quasi mutata: lo stesso bianco collo affusolato, messo in risalto dalle spalle ancora piene... In proporzione agli occhi, la bocca e il naso erano piccoli... Un nasino ben fatto e, a osservarlo, seducente... La Ota doveva avere almeno quarantacinque anni, quasi venti più di Kikuji, ma sapeva farglielo dimenticare. Con lei Kikuji aveva la sensazione di stringere tra le braccia una fanciulla... in un'ondata di calore profumato...".
È breve, di pochi giorni o settimane, la affettuosa e gentile relazione fra il giovane e la signora Ota, ed è osteggiata sia dall'impertinente e onnipresente Chikako, sia da Fumiko, la figlia della Ota, sensibile, spirituale, discreta, evanescente.
La Ota, dopo un ultimo incontro, si uccide, avvelenandosi col sonnifero. "La Ota era morta per non aver potuto sottrarsi al sentimento di vergogna che la tormentava? Oppure si era tolta la vita travolta da una passione incontenibile? Per una settimana Kikuji aveva inutilmente tentato di risolvere il dilemma...".
"«Che donna corrotta devo sembrarti» aveva detto la Ota la notte trascorsa con Kikuji nella locanda. Quelle parole, che pur si associavano al ricordo dei momenti incantevoli, lo convinsero che era stato il senso di colpa a spingerla al suicidio...".
Ora che la madre è morta, prende rilievo nel romanzo la figura della terza donna, Fumiko, la di lei figlia, più o meno coetanea di Kikuji, odiata dalla Chikako che vede in lei una rivale nel matrimonio che si è proposta di combinare tra Kikuji e la sua protetta.
Fumiko nella sua evanescenza, nella sua delicatezza tutta orientale, nella sua sensibilità e discrezione, diventa, nelle pagine del breve romanzo, figura poetica lieve, trasparente, sfumata, dolcissima.
Nel racconto la cerimonia del tè ha un rilievo enorme: si può dire che tutta la narrazione ruoti intorno a quest'arte che per la cultura giapponese ha del mistico assolutamente incomprensibile a noi occidentali. Chikako è cultrice e insegnante di cerimonia del tè. Il padre di Kikuji ne era un cultore appassionato e così il defunto marito della Ota. A casa di Kikuji c'è un padiglione interamente dedicato alla cerimonia del tè. Tazze, utensili, bollitori, bricchi, hanno un rilievo enorme e pagine e pagine sono dedicate all'importanza di questi oggetti nella vita dei personaggi del romanzo. Oggetti preziosi e antichi di centinaia di anni, ceramiche e porcellane d'autore, tazze da ogni giorno, tazze da viaggio, tazze coniugali, oggetti che la cultura giapponese carica di significati spirituali per noi inarrivabili. "Le tazze, destinate alla cerimonia, potevano anche essere usate comunemente. Ma nel guardarle, d'improvviso per la mente di Kikuji passò un'idea... Quando il padre di Fumiko era già morto, il suo viveva ancora e frequentava la madre della ragazza: non era forse possibile che nel corso dei loro convegni usassero proprio quel paio di tazze - quella nera il padre di Kikuji e quella rossa la madre di Fumino - come due tazze coniugali?". "Le due tazze, poste dinnanzi a loro, erano le anime stesse del padre di Kikuji e della madre di Fumiko... agli occhi di Kikuji le due tazze incarnavano suo padre e la Ota...".
I loro genitori erano amanti, Kikuji è stato amante della madre di lei, la quale si è uccisa per lui: inevitabilmente, con una lentezza simile alla lenta preparazione rituale del tè, i due, predestinati ad esserlo, diventano a loro volta amanti. "Trasporre nella figlia l'amore nutrito per la madre non era poi impossibile. Ma Kikuji era così violentemente e inconsciamente attratto dalla figlia quando si sentiva ancora ebbro dell'amplesso della madre, da credersi vittima di un sortilegio...". "Nell'odore di Fumiko, Kikuji ritrovava l'odore della madre, l'odore del suo amplesso...".
Dire che Kikuji e Fumiko diventano amanti non è l'espressione giusta. Stanno compiendo insieme la cerimonia del tè. Fumiko deve agitare un frullino di legno in una delle tazze che furono dei loro genitori. All'improvviso si blocca, le si irrigidiscono i polsi. "«È mia madre che non vuole», esclama!". "Kikuji balzò rapido in piedi e l'afferrò per le spalle quasi a liberarla dalla rete di una maledizione. Fumiko non oppose resistenza".
I due quella sera passarono la notte insieme. Ma il romanzo non ce lo dice: ci dice solo che "Fumiko non oppose resistenza". L'indomani la fanciulla si uccide. E di nuovo il romanzo non ce lo dice, ce lo fa capire: "Non aveva alcun motivo di morire, Fumiko, la fanciulla che aveva risvegliato in lui la vita. Ma forse la sua arrendevolezza della sera innanzi non era che l'accettazione stessa della morte".

Il breve romanzo di Kawabata (1899-1972) che insieme al più celebre Paese delle Nevi gli fruttò nel '68 il premio Nobel, è, diciamolo senza ipocrisie, incomprensibile per noi occidentali. Si può raccontarlo, il low air pressure dth bit, come abbiamo cercato di fare, ma non si può capirlo. È una storia erotica? È una storia morbosa? È una storia di incesti simbolici? È la celebrazione dei valori spirituali della cerimonia del tè? O è un peana sul decadimento di tale cerimonia tra le nuove generazioni?
Non sappiamo. Però, pur con i molti limiti che noi occidentali possiamo avvertire, lo scarso interesse dell'intera vicenda, la lentezza narrativa, la minuziosa, quasi iperrealistica attenzione per particolari ai nostri occhi irrilevanti, la ristrettezza dell'affresco, circoscritto ad un gruppo di persone senza alcuna valenza storica, ambientale, sociale, al di là di tutti questi limiti, ad una "lettura occidentale", rimane, ed è innegabile, un soffuso senso di delicatissima e profumata poesia nei ritratti, quasi aerografati, delle due donne protagoniste, Ota madre e Fumiko figlia. Figure evanescenti, leggerissime, trasparenti. Ma indimenticabili.

Sestri Levante, 11/5/03

 
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