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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
PLATONE
Apologia di Socrate - Critone - Fedone
Nelle traduzioni di: Maria Michela Sassi, Rizzoli, Milano, 1993; Manara Velgimigli, Laterza, Bari, 1967; Francesco Acri (1834-1913) Einaudi, Torino, 1970.
Parliamoci chiaro: leggere Platone, oggi, è impresa ardua, molto ardua, e infatti nessuno lo legge se non chi vi è costretto. Chi studia filosofia o filologia o letteratura greca.
Tuttavia Platone è - a detta di tutti - il più grande prosatore dei tempi antichi. Da Platone è nata la prosa. E c'è di più: da Platone è nata la sapienza, intesa come ragionamento messo per iscritto, cioè è nata la saggistica. Tutta la saggistica: scientifica, filosofica, etica, matematica, fisica.
Come Omero è il grande padre della poesia, così Platone è il grande padre dello scritto di pensiero. Aggiungi che Omero è una figura mitica, sono cento diversi uomini di diverse epoche messi insieme. Platone invece è una figura storica: fu un uomo in carne e ossa. Un uomo grande? No, non grande: immenso.
Eppure, oggi, leggerlo, è cosa ardua. Perché? Ma perché è primitivo: non è la prosa d'oggi, raffinata da migliaia d'anni di prosa. È l'archetipo della prosa d'oggi. Ed è pesante. È il primo che scrive di scienza e di pensiero. Fa quello che può. E oggi è noioso.
E tuttavia noi lo leggiamo Platone in ogni dove, e tutti i giorni! Anche nell'elzeviro di politica che apre in prima pagina ogni giorno ogni quotidiano, laddove un pensatore, un qualunque pensatore, si accinge a mettere per iscritto un pensiero, un ragionamento, di discussione, di dimostrazione, di analisi.
Tutta l'intelligenza occidentale, la cultura occidentale, nasce da Platone, da quei suoi scritti oggi al novanta per cento così ardui da leggere, pesanti, barbosi, noiosi, estenuanti. Novanta per cento: perché per un dieci per cento è invece bellissimo da leggersi, piacevole, simpatico, fresco, arguto. Ma questo è un altro discorso, fa parte di un altro modo d'essere di Platone, poeta oltreché pensatore.

Come, dove, accostarsi oggi a Platone, se non si è tenuti a farlo? Se lo si vuol fare per il piacere della scoperta? Se lo si sente come dovere morale, al di là di una necessità tecnica di studio?
Un'ipotesi è quella dei tre dialoghi socratici: l'Apologia di Socrate, il Critone, il Fedone. Socrate c'è dappertutto, in Platone, ma in questi tre di fatto non c'è altro che Socrate.
Socrate non ha scritto in vita sua una sola parola: tutto ciò che sappiamo di lui e del suo pensiero lo dobbiamo a questi scritti di Platone, oltre a quanto di lui hanno riferito successivamente, ma con minore rilievo, Senofonte e Aristotele.
Questo personaggio Socrate, che ha permeato di sé tutta la cultura occidentale, questo personaggio Socrate, da cui prende più o meno inizio tutta la speculazione filosofica di cui il nostro mondo occidentale è stato capace, praticamente se l'è inventato Platone. Potrebbe anche non essere mai esistito come persona fisica: non avrebbe fatto nessuna differenza. C'è stato, c'è e ci sarà per sempre perché l'ha creato Platone nei suoi scritti. Come Gesù è creazione dei Vangeli. Come Amleto è creazione di Shakespeare. Come Monna Lisa è creazione di Leonardo.
Scegliendo, fra gli innumerevoli scritti di Platone, i tre dialoghi socratici, ecco che prendiamo due piccioni con una fava: leggiamo in un'unica mossa i due Platoni, quello che fonda lo scritto di pensiero, la prosa scientifica, la saggistica, e quello che dà vita, con il solo uso della parola scritta, a un personaggio umano complesso, completo, memorabile, monumentale.
Quello cioè che inventa l'arte della prosa, e trasforma la prosa in prosa d'arte, cioè in poesia.
Non che i tre dialoghi siano leggeri... Non che siano tutta poesia... Non che sia agevole e dilettevole leggerli... No. Ci sono passi che gridano vendetta (nel Fedone soprattutto, che è il primo dei dialoghi filosofici) e che si vorrebbero saltare di pari passo, e che tuttavia sono, fra tanti passi difficili, ricchi di momenti bellissimi di umanità, momenti di commovente dolcezza, in una parola: momenti di poesia.
Non leggiamoli come li leggerebbe uno studente di filosofia. Non leggiamoli come si legge un testo di filosofia. Leggiamoli invece come si legge un racconto, un romanzo, un testo teatrale, o per ciò che sono veramente, una biografia spirituale, la prima nella storia delle nostre letterature occidentali.

Siamo ad Atene nel 399 a.C.: Socrate, settantenne, è trascinato in tribunale da un tal Meleto che lo accusa di empietà (cioè di mancanza di rispetto verso le divinità) e di corrompere i giovani, corruzione in senso ideologico, sgradito essendo che Socrate insegnasse ai giovani a dubitare di tutto e a pensare con la loro testa.
Nel primo dei tre dialoghi, l'Apologia di Socrate, che dialogo non è, ma semplice racconto, scritto da un Platone ventiseienne, testimone a tale processo, si ha sostanzialmente il resoconto dell'autodifesa di Socrate. Resoconto che Platone ci presenta (tutta la sua opera è così) come fosse stenografico, facendo parlare cioè Socrate, riferendo le sue parole. Che poi queste parole le abbia dette Socrate o le abbia invece scritte Platone è problema irrisolvibile e quindi irrilevante.
"A settant'anni suonati è la prima volta - questa - che compaio davanti a un tribunale" (17, d) dice Socrate in aula e invita la giuria "a passar sopra la forma del discorso e a concentrare tutta l'attenzione sul problema se dirà cose giuste o meno..." (18, a). E come primo argomento affronta la diceria (nata dall'autorevole oracolo di Delfo) ch'egli sia fra tutti gli uomini il più sapiente. Diceria che gli ha procurato in Atene non poca ostilità. In effetti Socrate ha compiuto indagini, interrogando i sapienti, i poeti, i tragici, i politici, per stabilire se questi fossero più sapienti di lui, e ha sempre constatato che più la gente è sapiente, più "dice tante e belle cose, senza però saperne nulla" (22, c). E sì, in effetti è arrivato alla conclusione di essere il più sapiente di tutti, per il semplice fatto che è l'unico che sa di non sapere nulla: "...il più sapiente fra voi, uomini, è colui che come Socrate si sia reso conto che quanto a sapienza non val nulla..." (23, b).

La argomenta, Socrate, la propria difesa in qualche modo? Sì e no: più che difendersi dalle accuse, Socrate si diverte a ricamarci sopra mostrandone l'inconsistenza, la contraddittorietà, la stupidità. Si prende gioco, in un certo senso, dell'uditorio, della giuria, portando avanti le sue idee più che confutando le calunnie. E l'idea sua di fondo è che l'uomo debba sempre e solo tener conto di un'unica cosa, nella vita: "curarsi, quando agisce, se le sue azioni sono giuste o meno, se le sue opere sono nobili o ignobili..." (28, b) e che si debba vivere "filosofando e continuamente interrogando sé stessi e il prossimo" (28, e).
Quanto alla possibilità di essere condannato a morte, a questo proprio Socrate non ci pensa, e men che meno ne ha timore, perché "temere la morte, o cittadini, altro non è che credere di essere sapienti senza esserlo, ovvero credere di sapere quel che non si sa. Perché in realtà della morte nessuno può sapere con sicurezza, se non sia per caso il supremo bene toccato all'uomo... e tuttavia vien temuta nella certezza che sia il supremo dei mali" (29, b).
Socrate, comunque, non muterà la sua condotta, la probità, la ricerca della verità, il disprezzo per le ricchezze, neanche dovesse perciò "morire più d'una volta" (30, b). E ribadisce "ho dimostrato che della morte non mi importa proprio un bel niente: sopra ogni altra cosa, invece, m'importa di non compiere azioni ingiuste o empie..." (32, d). E tra queste azioni ingiuste ce n'è una che, di fronte al pericolo d'una condanna a morte, tutti fanno per consuetudine, ch'è quella di tentare di impietosire la giuria col classico "tengo famiglia".
"Ho parenti e anche figli, Ateniesi, in numero di tre: uno già grandicello e due bambini. Tuttavia non ne condurrò qui alcuno, per impetrare l'assoluzione... è per riguardo alla reputazione mia, vostra e della città tutta che non mi pare bello far nulla del genere, alla mia età e col nome che ho..." (34, d, e).
Non è solo per ragioni di onorabilità e di reputazione che Socrate non supplica, ma anche per ragioni civiche: "non mi sembra giusto mettersi a supplicare il giudice e grazie alle suppliche essere assolti... il giudice non siede qui a far grazioso dono della giustizia, ma a giudicare in materia: e ha giurato di non concedere grazie a proprio arbitrio, ma di giudicare secondo le leggi..." (35, c).

E lo condannano, 280 voti contro, 220 voti a favore, in una giuria popolare di 500 membri. E rimane convinto, Socrate, e lo dichiara, che sia "meglio morire con la linea di difesa che si è scelto piuttosto che vivere grazie a quell'altra..." (38, e). Grazie cioè all'espediente, poco onorevole, di "solleticare l'orecchio dei giurati con lacrime e lamenti" (38, d). "Sono molti i modi per scampare alla morte... basta che uno se la senta di fare e dire qualsiasi cosa... ma badate, cittadini, non è sfuggire alla morte che è difficile, molto più difficile è scampare alla malvagità...".

Siamo nel 399 a.C.: questa è la grande lezione morale, di virtù, di coerenza che ci giunge, attraverso le pagine di Platone, da quell'uomo settantenne che ha segnato, per sempre, la morale dell'uomo. La storia dell'uomo. Tutta la nostra etica occidentale nasce da qui. E tutta la filosofia e il raziocinio nascono da qui. Qui sono gettate le fondamenta dell'umanità, dell'umano essere, in contrapposizione all'essere bestia. Emblematicamente possiamo dire che inizia da qui la storia dell'Uomo.
E congediamoci dall'Apologia di Socrate con le ultime tre righe del libriccino, l'ultimo dubbio di Socrate che se ne esce dall'aula del tribunale: "Ma è tempo di andar via, io per morire, voi per continuare a vivere: chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti tranne che alle divinità." (42).

Ed eccoci al Critone, il secondo dei tre dialoghi interamente dedicati a Socrate, e questo veramente in forma di dialogo.
È passato un mese dal verdetto. Socrate è in carcere, in attesa dell'esecuzione ed arriva l'amico Critone, per cercare di convincerlo a fuggire. Può, un uomo come Socrate, che si è fatto condannare pur di non tradire sé stesso, può fuggire?
Si meraviglia Critone, entrando nella cella, nel constatare come Socrate se ne stia dormendo "tranquillamente e lungamente" e nell'imminenza della morte "riesce a vivere con così tanta serenità e calma" (43, b). "Sarebbe fuori luogo, Critone, - risponde sereno, appunto, e calmo, Socrate -se alla mia età mi rammaricassi di dover morire..." (43, d).
La morte ora è davvero vicina: è deciso per domani. Critone (e possiamo credere che in quel mese l'abbia già tentato più volte) tenta un'ultima volta di convincere l'amico a fuggire. E argomenta in più maniere. L'opinione della gente, che potrebbe pensare che per avarizia Critone non abbia voluto corrompere i carcerieri, né deve Socrate sentirsi in debito con Critone se lui paga i suoi carcerieri, perché è gente, quella, che si compra con tre soldi. Le infinite possibilità che ha Socrate di riparare ove voglia, perché ovunque, lontano da Atene, lo accetterebbero a braccia aperte.
E tenta infine - Critone - persino l'espediente di colpevolizzare Socrate nei confronti della famiglia: "oltretutto mi pare che tu tradisca anche i tuoi figli che avresti la possibilità di crescere e educare, mentre morendo li abbandonerai, indifferente a quanto possa capitar loro..." (45, c, d).
E Socrate risponde all'amico punto per punto e rifiuta. E di nuovo ne esce uno straordinario ritratto di coerenza e di moralità, un monumento di coerenza, una delle pagine fondanti della morale umana. L'opinione della gente? "Non tutte le opinioni umane sono apprezzabili, ma alcune sì e altre no..." (47).
Salvarsi e vivere? "...estremamente importante non è tanto il vivere, quanto il vivere onestamente... dandoci pensiero, piuttosto, di non commettere ingiustizia..." (48, b, d).
Aggirare le leggi e evadere? "...l'importante è rimanere fedeli ai principi che avevamo riconosciuti giusti... e la patria va servita e obbedita anche nelle sue ire, più che un padre... e ciò che la patria comanda va fatto, sempre e dappertutto, come in guerra, così in tribunale..." (51, b, d).
Corrompere i carcerieri? "...servirebbe ad avvalorare l'opinione che i giudici abbiano emesso una sentenza giusta, in quanto uno che corrompe le leggi può apparire, a maggior ragione, anche corruttore di giovani uomini stolti..." (53, b, c).
Salvarsi, rinunciando alla coerenza? "...ma le cose più preziose per l'uomo sono la virtù e la giustizia... e non il tenace attaccamento alla vita, al punto di trasgredire le leggi più importanti...".
"Questa via - la via d'esser coerenti con sé stessi, sino alla morte - ce la addita la divinità: ...una ignominiosa evasione, ricambiando offesa con offesa, male con male" trasgredendo le leggi, ci renderebbe sgraditi anche nell'al di là, nell'Ade e "le nostre sorelle di laggiù, le leggi dell'Ade, non ci accoglierebbero con benevolenza sapendo che abbiamo trasgredito le leggi" della nostra vita civile. E di fronte a tanta sicurezza, a tanta indefettibile coerenza, a tanta onestà morale, che altro può fare Critone se non ammutolire?

Infine eccoci arrivati al Fedone. In forma di dialogo anch'esso e, probabilmente, il più rappresentativo dei dialoghi di Platone. Rappresentativo di che? Dei due Platoni, quello che scrive di filosofia, noioso, ma formidabile, perché ha insegnato all'occidente a pensare, e quello che scrive in prosa e fa della prosa d'arte tra le più belle di tutti i tempi, prosa che diventa pagina di poesia sublime.
Nel Fedone ci sono i discorsi di Socrate nel suo ultimo giorno di vita e, infine, il racconto della sua morte. C'è una dimostrazione filosofica dell'esistenza e dell'immortalità dell'anima e c'è il racconto, istante per istante, degli ultimi atti, delle ultime parole, del grande maestro.
Bello, il Fedone? Noiosissimo e sublime nello stesso tempo. Noiosissima (ma importantissima sul piano storico) la parte filosofica. Di una bellezza sconvolgente la parte narrativa finale, le ultime poche pagine, relative alla morte, pagine che tutti gli esseri umani della nostra civiltà europea dovrebbero leggere almeno una volta nella loro vita. Pagine impressionanti e indimenticabili.
Veniamo dunque alla questione "anima". Da che mondo è mondo l'uomo ha sempre creduto all'esistenza di un qualcosa, contrapposto alla materialità e alla effimera durata del corpo, di duraturo, nobile, immortale. E su questo concetto sono state costruite le religioni, tutte le religioni di tutti i tempi. Quindi il mito dell'anima, come entità esistente e immortale, non è prerogativa del Socrate di Platone. Ma è prerogativa del Socrate di Platone averlo codificato, per primo, per iscritto, con argomentazioni varie, precise, coerenti, consequenziali.
È un primato, quindi, storico, di rilievo immenso.
Le diverse religioni spiegano l'anima con la fede; la filosofia, e il Socrate di Platone per primo, col ragionamento. Che poi questi ragionamenti, letti alla luce d'oggi, facciano acqua da tutte le parti, nulla toglie
 
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