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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
EURIPIDE
Alcesti
Sta in Tragedie, traduzione di Filippo Maria Pontani, pp. 56, I Millenni Einaudi, Torino, 2002.

Alcesti è donna, è mamma, è sposa, è amante. Alcesti è un personaggio femminile dolcissimo. La prima, la più dolce, la più femminile delle eroine del teatro e della letteratura. È la progenitrice di tutti i caratteri dolci e femminili di tutta la letteratura, il teatro, la poesia, il cinema: come un fiume di dolcezza che si apre in un delta immenso e coi rivoli di sé si dirama e si stende, la dolcezza di Alcesti ha inondato il mondo della nostra poesia occidentale, si è moltiplicata nei millenni, ha creato mille e mille personaggi femminili che hanno calcato le scene, che hanno riempito di sé romanzi, novelle, liriche, melodrammi, opere, che sono stati effigiati nella pittura, cantati nella musica, immortalati nell'arte in ogni sua forma. rolex replique suisse
È l'Alcesti di Euripide, andata in scena quattrocentotrentotto anni prima di Cristo, la moglie di Admeto, donna solo donna, non eroe, non guerriera, non divinità, non vindice, non regina, non conquistatrice, non amazzone. Solo donna, madre, moglie, solo dolcezza, tenerezza, amore, generosità,  , obbedienza, pietà.

Siamo a Fere, in Tessaglia, nella reggia di Admeto, re di quella regione. Le Parche, le divinità cioè che presiedono al destino di ciascuno, hanno deciso che Admeto deve morire.
Il dio Apollo che casualmente si trova a casa di Admeto (ce lo ha mandato Zeus, per punizione, con l'incarico di servitore: "mio padre mi costrinse, per punirmi, a servire nella casa di un mortale") dolorosamente colpito per quanto sta per toccare al suo ospite, ottiene dalle Parche, con l'inganno, (le fa ubriacare e strappa loro il consenso) che Admeto possa sopravvivere a patto che trovi qualcuno disposto a morire in sua vece: "le dee mi concessero che Admeto avesse scampo dalla fine imminente, se avesse dato in cambio agli dei di sotterra un'altra vita. Lui si è rivolto a tutti quanti i suoi cari, li ha passati in rassegna, il padre e colei che lo generò, la vecchia madre. Ebbene: non ha trovato un'anima, all'infuori della moglie, disposta a rinunziare alla luce e a morire in vece sua...".
Queste le premesse, nel prologo.
Ora Alcesti sta morendo, il momento è giunto  È arrivata Thanatos, la morte, a rilevare la sua preda: ostinata, avida, irremovibile, non vuole rinunciare, nonostante le insistenze d'Apollo che vorrebbe cacciarla.

Alcesti, dentro casa, si sta preparando: "è giunto il giorno fatale in cui deve andare sotterra...". È madre: sta pregando la dea del focolare: "proteggi i miei figli orfani, al maschio dà una buona moglie, all'altra un nobile marito...". È amante: "letto mio caro, dove sciolsi il cinto di vergine per l'uomo per il quale adesso muoio, addio...". "E s'inginocchia e lo bacia, e tutto il letto inonda d'una piena che straripa dagli occhi...".
È l'ultimo saluto, ora, al marito e ai figli. Chiede qualcosa Alcesti, in cambio del suo sacrificio. Non per sé. Chiede per i figli. "Questi figli, se non li ami meno di me, falli padroni della mia casa e non ti sposare, non dare loro una matrigna, che sarebbe gelosa e astiosa e alzerebbe la mano su di loro...".
E piange, Alcesti, rivolgendosi ai suoi bambini. Non vuole per loro "una matrigna, che non ama i figli di primo letto e non è certo più mite di una vipera". Si rivolge in particolare alla bambina, la più indifesa: "...tu, piccolina, che infanzia avrai? ...Per te non ci sarà la mamma ad accompagnarti sposa, a farti animo, figliola, quando partorirai, in quei momenti in cui non c'è conforto più prezioso della presenza di una madre...". E si spegne e muore, Alcesti, chiedendo ad Admeto di farsi lui madre dei suoi figli.
Ora "spenta è la casa", "sotto il sole ormai, Alcesti non vive più", "...sono io, qui, io che ora ti chiamo, io il pulcino tuo, sulla tua bocca, mamma...", ma la mamma è morta "non sente più, non vede più" non più "vedrà vecchiezza" insieme al marito Admeto.

Melodramma strappalacrime?
No: scaturigine storica, fonte primaria, d'ogni melodramma, d'ogni forma di lirica di morte, di lutto, di dolore, che l'arte umana genererà. Siamo nel 438 avanti Cristo. Sta nascendo la Poesia. È l'alba della letteratura. Se mai si verserà una lacrima nel buio d'un cinema, su una pagina d'un romanzo, sui versi d'una lirica, su una statua di marmo, sul canto d'un soprano, per la morte di una madre, quella lacrima è nata qui, nell'Alcesti d'Euripide.

C'è ora il pianto funebre di Admeto, il lamento del Coro, il peana per eccellenza, intonato nel lutto. Euripide fa risuonare tutte le corde possibili della sua lira poetica: "morendo tu dai di cantici vasta materia ai vati...". "A te lieve la terra ricopra il cadavere" canta il Coro, motivo topico per migliaia d'anni d'ogni lutto in poesia, qui in Euripide attestato per la prima volta nella letteratura...
"Va serena nell'Ade, dimora laggiù nelle tenebre in santa pace...".
"Porterò il lutto per te non per un anno, donna mia, ma finché durerà la mia vita...".
"Tu morendo porti via ogni gioia della vita...".
"Sul mio letto resterà distesa la tua effige: io su lei mi getterò, l'abbraccerò chiamando il nome tuo...".
"E spesso verrai a me nei sogni a rallegrarmi...".
"Aspettami laggiù, fino a che giunge l'ora della mia morte, e appresta il luogo ove starai per sempre insieme a me...".
"Ordinerò che mi mettano nella tua stessa bara, che distendano il mio fianco al tuo fianco...".
Admeto piange, si dispera, non si dà pace, non gli dà più "gioia la luce del sole" e ha invidia dei morti che sono "laggiù, nelle case degli Inferi" vicini ad Alcesti. Ha invidia per chi non ha moglie, non ha figli, non deve piangere la morte di chi gli è caro.
Ricorda con pena infinita, ora nel silenzio del lutto, lo schiamazzo festoso dei canti nuziali, quando nel corteo incedeva "tenendo per mano colei che fu mia..." ciò che rimane dei canti nuziali d'allora ora è solo il gemito, il pianto, e sono "nere, non candide più, le vesti, che mi accompagnano ora al solitario letto nuziale". Come sopporterà Admeto di tornare a casa, se non ci sarà più lei ad accoglierlo con un saluto di gioia? Come potrà sopportare la vista di "quel letto vuoto di mia moglie", "le sedie ove lei sedeva", "i miei figli che mi stringeranno le ginocchia piangendo la madre"?

Siamo quattro secoli ed oltre prima dell'avvento della cultura cristiana, che renderà esplicito e codificherà il tema dell'immortalità dell'anima e della sopravvivenza in una vita ultraterrena. E tuttavia il tema è presente e compiuto già qui nella poesia di Euripide: ecco che Alcesti "più nobile d'ogni donna... costei che per il marito è morta..." merita a pieno diritto l'immortalità, la beatitudine: "Terra non è tomba per lei come per chi morì, ma sia, come gli dei, sempre onorata e il viandante la veneri... Costei per il marito è morta: adesso è una dea beata. Augusta, salute! Dona del bene a noi...".
Ma l'Alcesti di Euripide non è tutto qui. Non è una tragedia punto e basta. È un dramma polivalente, un po' tragedia, un po' commedia, ed è a lieto fine. Euripide è il più moderno e il più "leggero" dei tre grandi tragici del teatro greco e prelude già al dramma satiresco e alla commedia. Due millenni dopo, Shakespeare, il più grande dei suoi epigoni, e con lui gran parte del Teatro elisabettiano della sua epoca, codificherà una quasi costante presenza di elementi da commedia in molti drammi tipicamente tragici. Come nelle grandi composizioni sinfoniche il tempo "allegro con brio" romperà la maestosità dell'insieme.
Ecco comparire Eracle, il semidio, l'eroe-nume più amato nell'Olimpo delle divinità della cultura religiosa e mitologica ellenica.
Arriva disinvolto e allegro e bussa alla casa dell'amico Admeto per chiedere ospitalità. È in viaggio verso la Tracia a compiere la terza delle sue fatiche, catturare e domare i cavalli antropofagi di Diomede. Consuetudine vorrebbe che Admeto, essendo in lutto, non gli dia ospitalità. Ma Admeto è uomo pio, generoso, ospitale: non vuole rifiutare accoglienza all'amico e al divino Eracle. Ricorre perciò a una generosa bugia: non può nascondere il lutto, che è evidente nella casa, ma nasconde all'amico che gli è morta la moglie, lo accoglie, gli offre casa, cibo, vino, servitù. Eracle è una sorta di Falstaff shakespeariano (o meglio: è la scaturigine di tutti i Falstaff che nasceranno...). Si gode l'ospitalità e se la spassa. E quando è alticcio per il troppo bere ("la vampata del vino serpeggiando per tutto il corpo lo scaldò..."), scopre la dolorosa verità: è Alcesti che è morta in quella casa in lutto. E capisce e apprezza l'atto di estrema cortesia rivoltogli da Admeto: "...volle aprirmi casa sua senza respingermi, benché fosse colpito da sventura così grave, e non volle rivelarmela, da quell'animo nobile che è, per un riguardo a me".
Come ripagarlo?
Come solo Eracle sa fare, coi modi suoi: un agguato, un colpo di mano, l'uso della forza e della minaccia, una sortita nell'Ade, nel regno dei morti. "Andrò laggiù, farò la posta a Thanatos, il re dei morti, col suo manto bruno... lo agguanto, lo stringo nel cinto delle braccia e non lo libera nessuno dalla stretta dolorosa de  fianchi, se non molla prima a me la donna...".

E, manco a dirlo, il colpo gli riesce. Riporta Alcesti in Terra, in vita, la restituisce all'incredulo marito. "Ma come hai fatto a portarla alla luce?" "Combattendo col dio che la teneva!" "Una lotta con Thanatos! Ma dove?" "Presso la tomba, balzandogli addosso in un agguato: l'ho abbrancato con queste mie mani...".

Sono toni leggeri da commedia, che sciolgono la tensione accumulata nel dramma, che spingono all'applauso partecipe, al riso di gioia, che spezzano il percorso tragico e liberano l'entusiasmo. In una parola: è teatro, è grande teatro.
È Euripide, anno 438 nell'era pre-cristiana.

Venezia, 29/12/03

 
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