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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
LONGO
Le avventure pastorali di Dafni e Cloe
Sta in Il romanzo antico greco e latino, traduzione di Gaetano Balboni, introduzione di Quintino Cataudella, pp. 90, Sansoni Editori, Firenze, 1993.

Siamo forse nel secondo secolo dopo Cristo, in terra greca. Uno scrittore di cui nulla sappiamo se non, forse, il nome, Longo, scrive un romanzo d'un centinaio di pagine, vero e proprio romanzo, in prosa, che passerà alla storia col nome di Dafni e Cloe. È il primo romanzo "pastorale" della storia. Pastorale perché la vicenda si svolge tutta tra pastori e pastorale perché è una storia ingenua, pulita, di sentimenti semplici e schietti. Nasce un genere. Uno dei grandi generi della letteratura. Tornerà, il genere pastorale, con Boccaccio, con Shakespeare, con Sannazzaro, con l'Arcadia, invaderà il campo della musica, della pittura...
Al giorno d'oggi il genere pastorale ha travalicato i confini dell'arte e ha invaso di sé cultura, sociologia, politica, mercato... Gli "agriturismo", l'integralismo para-religioso nell'ecologia, i prodotti commerciali chiamati "biologici", i partiti politici definiti "verdi", il mito del buon selvaggio, l'ostilità verso la tecnologia, la rivalutazione ideologica del terzo mondo: sono tutte manifestazioni - extraletterarie ovviamente - di quel movimento letterario che prese il nome di pastorale e che nacque con Longo detto il sofista e col suo celeberrimo romanzo Dafni e Cloe. Uno dei primi romanzi della nostra cultura occidentale e certamente, fra quelli antichi, il più noto.
Questi primi romanzi in greco antico, nati dopo che si era spenta la grande letteratura classica, sono guardati dalla critica sì con interesse, perché iniziatori del genere romanzo, ma con pregiudizio, perché considerati arte minore, genere dozzinale, d'appendice, popolare.
Appartengono al filone della letteratura "rosa", storie d'innamorati separati da avverse vicende e infine ricongiunti in un lieto fine. Se vogliamo anche l'Odissea altro non è che - nella trama - un romanzo "rosa", la storia delle mille difficoltà che si frappongono al ricongiungimento di due amanti, Ulisse e Penelope. E anche I Promessi Sposi è una storia "rosa" e l'ottanta per cento dei romanzi lo sono. Ma mentre il romanzo "moderno" si è raffinato nello studio dei caratteri e dell'ambiente, i paleo-romanzi dei primi secoli dopo Cristo sono semplici, costruiti sull'intreccio più che sul delinearsi dei caratteri.
Semplici?
Proviamo a leggere Dafni e Cloe e scopriamo in realtà un'opera, nella sua arcaicità, tutt'altro che semplice, un'opera che in nuce contiene già per intero il successivo approfondimento letterario dei caratteri, la ricerca psicologica, l'introspezione del personaggio.
Dafni e Cloe sono due fanciulli abbandonati dai loro genitori e raccolti e allevati da due differenti famiglie di pastori contadini. I due fanciulli nascono insieme, pastori di capre e di pecore, e scoprono, lentamente, lentamente, lentamente, il reciproco amore. Nessuno spiega loro che cos'è l'amore. Che cos'è l'attrazione. Che cos'è il sesso. Lo scoprono, pagina dopo pagina, nel racconto.
"Erano lieti se vicini, se lontani eran tristi, sentivano in sé stessi di volere qualcosa, ma quel che volessero non sapevano" (I, 22).
"Chi ama soffre, e noi soffriamo; chi ama non pensa a mangiare, e anche noi non ci pensiamo; chi ama non può dormire e questo anche noi proviamo; chi ama ha l'impressione di bruciare e anche in noi è il fuoco..." ( II, 8).
"...e s'infiammarono a quel che sentivano e a quel che vedevano, e cercarono qualche cosa che fosse più del bacio e dell'abbraccio (III, 13).
L'intreccio del romanzo ha anche qualche disavventura. C'è un rapimento di Cloe, subito liberata. Qualche complicanza dovuta ad altri pastori, alcuni prepotenti, che s'innamorano di lei e la vorrebbero. Ma tutto sommato la storia fila liscia, scandita dal succedersi delle stagioni, verso la felice conclusione. L'amore cresce tumultuoso dentro di loro: ne hanno paura, sentono che è una forza che può sconvolgerli, sopraffarli. Vedono gli amori di caproni e capre, di montoni e pecore. Da un lato ne sono consolati, perché gli ardori ed i litigi degli animali si placano dopo l'amore, dall'altro ne sono impauriti, perché nell'accoppiamento c'è un fondo di naturale violenza che loro non vogliono accettare.
E finalmente, aiutato da una discreta somma di denaro recuperata su una spiaggia da un naufragio, Dafni può chiedere in sposa Cloe. Si aspetta l'autunno, con l'arrivo dei loro padroni di città (la loro condizione è quella di schiavi) e - ecco l'agnizione, un classico nella commedia - si ha un colpo di scena finale per l'uno e per l'altra dei due innamorati: entrambi sono riconosciuti dai loro legittimi genitori, entrambi appartengono a una classe sociale superiore a quella di pastori e schiavi. Si celebrano le nozze e il finale è rosa e pastorale insieme: "quando ebbero il primo maschietto lo fecero allattare da una capra e quando poi nacque loro una bambina vollero che succhiasse alla mammella di una pecora... e così vissero in campagna sino a tarda età" (IV, 39).

È una storia scritta duemila anni orsono quella di Dafni e di Cloe, scritta al solo scopo di allietare chi la leggesse. Ed è straordinario scoprire che può ancor oggi intrattenere, allietare, commuovere.
Ma non è una semplice storia d'amore: è la storia, plausibile e psicologicamente strutturata, della scoperta dell'amore in due cuori semplici. Una storia immortale. Che la letteratura - da allora - ha riscoperto e rinarrato un numero infinito di volte.

Sestri Levante, 29/2/04



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