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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
WILLIAM DUNBAR
Il trattato delle due donne maritate
A cura di Ermanno Barione, Università di Genova, Dipartimento di lingue e letterature straniere, pp. 160, Il Melangolo, Genova, 1989.

"Alla veglia di mezza estate, d'ogni notte la pù gaia camminavo tutto solo, poco dopo mezzanotte...
Tre belle donne vidi sedute sotto un verde pergolato, tutte inghirlandate di leggiadri freschi fiori...
Le stupende trecce bionde sfavillavano come oro filato sì che intorno l'erba ne riverberava il tono ardente...
Di grazia straordinaria e viva erano i volti gentili, colmi di turgida bellezza come fiori a giugno...".

Sembra d'essere nel bel mezzo d'un gentile esempio di poesia cortese, anche perché l'autore, William Dunbar, è contemporaneo dell'Ariosto e di Lorenzo il Magnifico: siamo cioè in piena epoca d'amor cavalleresco e donne angelicate...
"Davanti alle splendide signore era una tavola imbandita con regali coppe allineate colme di vini squisiti.
Due di queste gran bellezze a gentiluomini eran spose e una, lo so bene, era una vedova dai modi disinvolti".
Ecco annunciato il tema e il titolo: Il trattato delle due donne maritate e della vedova, del poeta medioevale scozzese William Dunbar.
Ed ecco subito il poeta, che è l'io narrante, nascondersi in un fitto biancospino e ascoltare la conversazione delle tre donne. E nonostante l'aulico e cortese incipit del poemetto (incipit che così si rivela subito argutamente parodistico) all'improvviso vien fuori dalla bocca di quei "volti gentili colmi di turgida bellezza" un fiume di spassose sconcezze e malvagità.
È la vedova a porre alle altre un quesito: "Dichiaratelo voi, voi giovani donne maritate, quale gioia trovaste nelle nozze da quando foste mogli...".
La prima delle due è giovane ed ha sposato un vecchio: "La sua barba è dura come pelo di furente cinghiale ma floscio e molle come seta è il suo misero arnese".
Al solo udire il suono del nome del marito, la cara mogliettina "si segna con nove croci" e se poi quel "tanghero mostruoso" le si "arrampica sul grembo", non resta che mostrarsi sdegnosa e rifiutarsi, mai concedendo a "quell'inetto d'insinuarsi fra le sue gambe o anche solo di toccarla!" A meno che ripaghi la moglie con un bel regalo: "Prima infatti che s'adagi sul mio corpo, l'ignobile selvaggio, gli pongo condizione d'un fazzoletto di finissimo tessuto, d'una gonna di stoffa tinta, d'un anello di pietra regale: gli vendo in tal modo un sollazzo che a me ripugna...".

La seconda delle maritate non è migliore della prima. Anziché un vecchio, ha sposato un uomo giovane e aitante. Che però è stato un tale libertino nella sua vita, un tal puttaniere, che ora il suo vigore s'è afflosciato e infievolito: "ha fatto così a lungo il libertino che ne ha perso l'estro, e il suo arnese ormai è floscio e giace sdilinquito". Né si è rassegnato al suo nuovo stato di ex stallone: "fa mostra ancor di voler qualcosa, quello zero a letto, e si comporta come un cane rammollito che innaffia ogni cespuglio e drizza in alto la zampa anche se d'orinare non ha voglia".

È il turno infine della vedova, due volte vedova, avvezza all'ipocrisia, anzi una vera e propria teorica machiavelliana della necessità della donna d'essere ipocrita. "Io di mariti ne ho avuti due, e m'hanno amata entrambi: benché ricambiati col disprezzo non s'accorsero di nulla". Il primo era "un sozzo vecchio trafficone" e la vedova lo cornificava abbondantemente sino a fare un figlio con un altro: l'importante era che il marito, quel minchione, prima di morire lasciasse al figlio la "casa sua più bella"...
Poi si maritò a un "mercante provvisto d'ogni bene" di rango a lei inferiore. Lei lo umilia, lo doma, lo fa filare, lo sbeffeggia, ma lo sopporta. Lo sopporta sino al giorno in cui riesce - di nuovo, come col precedente marito - a fargli firmare tutti gli atti dell'agognata eredità, dopodiché esplode e dà la stura alle più sfrenate malvagità, riducendolo in schiavitù, disonorandolo, fornendolo di corna, disprezzandolo, bistrattandogli i pargoli della prima moglie...
Ora la nostra è vedova per la seconda volta. E nel ruolo della vedova si sente a completo suo agio: "piango quasi fossi addolorata, ma per sempre starò bene: mi vesto come se fossi a lutto, ma il mio cuore è lieto, la mia bocca eleva compianti mentre la mia mente ride... Porto funerei mantelli di colore scuro, ma sotto, il mio corpo è leggiadro e impaziente...".
L'ipocrisia le ha insegnato a "non disdegnare mala azione, purché resti occulta", e così è considerata "santa donna in tutta la contea..."
Il finale è quasi orgiastico: "baroni e cavalieri e altri allegri baccellieri nel rigoglio giovanile" le si adunano continuamente in casa insieme con tutti i suoi fedeli amanti. E lei è generosa, molto generosa con tutti: "Non c'è uomo al mondo, seppur di bassa condizione, che m'ami non riamato, tanto son tenera di cuore, e se tale è la sua voglia della candida mia carne da morire se con me non giace, no, non è a rischio la sua vita...!"

Spunta il giorno, "la rugiada inumidisce i fiori, la nebbia s'è tutta dissipata, il mattino è mite e canta dolcemente il tordo": la lunga nottata di chiacchiere fra le tre donne termina così con l'arrivo "d'una abbagliante luce d'oro". Se ne vanno a riposare le tre donne e il poeta esce dal suo nascondiglio e spostatosi "sotto una pergola leggiadra va a riferir con la sua penna il loro assai faceto passatempo".

Poco più di un'ora di lettura, cinquecento soli versi, un poemetto breve, piacevole, divertente: un viaggio nell'ipocrisia borghese e nel femminismo ante litteram d'un quindicesimo secolo a cavallo tra il medioevo feudale, ormai in disfacimento, e l'affermarsi d'una nuova borghesia urbana. Uno scherzo di corte scritto in lunghi versi rimati in quella lingua che oggi si chiama scozzese medio e che ha il sapore d'un inglese molto arcaico, ma non tanto da non essere, in qualche modo, comprensibile anche a noi, ricco di francesismi e latinismi.

William Dunbar era una sorta di poeta di corte sotto il regno di Giacomo IV Stuart, a Edimburgo. Aveva studiato all'università di St.Andrews e lavorava a corte un po' come bardo e un po' come diplomatico.
L'anno di nascita è quasi certo: 1460. La morte forse nel 1520 o forse prima, nel 1513, nella disastrosa battaglia di Flodden, quando la rivalità fra scozzesi e inglesi esplose e Enrico VIII riuscì a sbaragliare e uccidere suo cognato Giacomo IV.
Rimangono più cose di Dunbar, considerato il seguace scozzese di Chaucer (alla comare di vacuum deposition system dei Canterbury Tales si ispira un po', nello spirito, il Trattato). Rimane un poemetto allegorico che celebra le nozze del re con Margherita Tudor, sorella di Enrico VIII e rimane un poemetto religioso dal titolo La danza dei sette peccati capitali.
Il nostro poemetto, inutile dirlo, è squisitamente satirico, con una forte carica trasgressiva e dissacrante e una divertita condanna dell'istituto matrimoniale. Con bella beffa finale negli ultimi quattro versi: il poeta si rivolge ai "gentili ascoltatori che avete prestato orecchio a questa mia strana avventura accaduta di buon'ora" e chiede loro, sogghignando, "delle tre vivaci donne che vi ho qui descritte, quale prendereste in moglie se doveste sposarne una?".

Milano e Sestri Levante, 28/7/01

 
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