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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
ROBERT GREEN
Frate Bacone e Frate Bungay
Sta in Teatro inglese del Medioevo e del Rinascimento, traduzione di Benvenuto Cellini, pp. 70, Sansoni, Firenze, 1963.

La fama letteraria di Friar Bacon and Friar Bungay è probabilmente molto superiore al reale valore della commedia i cui meriti sono più storici che artistici.
Storici: cioè nell'evoluzione del teatro inglese del periodo elisabettiano la commedia accampa qualche primato su ciò che avverrà dopo e questo la rende celebre e soprattutto oggetto di citazione.
La vicenda narrata è quella dell'attività di un negromante, Frate Bacone, che anticipa le avventure del Doctor Faust di Marlowe, che comparirà alcuni anni dopo, ed è quella di un tenero amore, contrastato, che si conclude in gloria e che anticipa tante successive storie analoghe. Le due vicende, una, per così dire, seria e l'altra, per così dire, leggera e di color rosa, si intrecciano tra loro e anche questo, l'intrecciarsi delle due trame, è anticipatorio di centinaia di successivi drammi in cui un "sub-plot" comico si inserisce in drammi tragici.
Friar Bacon è del 1589, un anno prima, cioè, dell'inizio dell'attività drammaturgica di Shakespeare, nel pieno, invece, della breve attività di Marlowe, che va dall'87 al '93 e che scrisse il suo Doctor Faust nel '92, tre anni dopo questo Friar Bacon.

Edoardo principe del Galles, figlio di re Enrico, si incapriccia, durante una battuta di caccia, della bellissima Margherita, figlia del guardiacaccia di Fressingfield, gentile, deliziosa, ospitale: "è vestita da campagnola ed è amabile d'aspetto... nelle sue trecce rimangono impigliati gli sguardi di chi ammira intensamente le sue chiome d'oro..." (I, 1). In incognito, perché lei non sa che lui è il principe, le ha fatto un po' di corte mentre era intenta a preparare burro e formaggi e ora, di ritorno dalla caccia, non fa che parlare di lei, estasiato: "tra i vasi di panna ella brillava come Pallade in mezzo alle principesche occupazioni domestiche: rimboccò la camicia sulle braccia di giglio che immerse nel latte per fabbricare il formaggio...". (I, 1).
Come fare per averla, la ragazza, "così intransigente nei suoi princìpi, che, all'infuori del matrimonio, non c'è altra possibilità con lei..."? (I, 1).
Conciliabolo con i nobili della sua giovane combriccola di amiconi e con il buffone preferito, Lello, e due le mosse decise.
L'amico Lacy, conte di Lincoln, tornerà dalla ragazza a corteggiarla per conto del principe e a indagare se per caso lei non l'avesse già notato quel giovane "vestito di verde" che l'aveva un po' corteggiata. E lui, Edoardo, con gli altri della sua corte e col buffone, andrà a Oxford, dove risiede un frate di nome Bacone, famoso mago, negromante, filosofo, alchimista: "un valente studioso, ottimo negromante, tale da poter fare di diavoli donne e da poter trasformare alla maniera dei prestigiatori gatti in fruttivendoli..." (I, 1). Saranno "incanti negromantici e artifici d'arte magica a incatenare il suo amore, altrimenti Edoardo mai e poi mai vincerà la fanciulla" (I, 1).
Eccoci dunque a Oxford, nello studio di Bacone, che nella commedia ha un largo, larghissimo spazio, quasi da protagonista. Lo troviamo impegnato in una sfida, con un rivale tedesco, tra piromanzia e geomanzia, lo vediamo evocare al suo comando diavoli e figure mitologiche (arriva in scena, insieme a molti demoni, anche Ercole), lo vediamo leggere nel pensiero di chiunque, scoprire qualunque mistero, battere in sapienza tutti i professoroni di Oxford, lavorare per sette anni a uno straordinario progetto di costruzione d'una testa in bronzo che potrà (se non gli mandasse tutto a catafascio la stupidità d'un suo studente servitore) parlare e filosofeggiare... Insomma, lo vediamo, questo Bacone, riempir di sé la scena con gran prodigi e gran stregonerie, esattamente come farà il dottor Faust di Marlowe qualche anno dopo. Salvo che il dottor Faust è figura intensa, tragica e dannata, mentre Bacone è una via di mezzo fra un saccente che vuole insegnare tutto a tutti, un buon samaritano che vuole usare i suoi poteri per servire il suo prossimo e un fanatico frate timorato di Dio che al termine della sua carriera si pente delle stregonerie compiute e si ritira nella devozione e nella preghiera...
Dunque, ecco Bacone al servizio di Edoardo. E cosa fa Bacone? Ha nel suo studio uno specchio magico attraverso il quale Edoardo può assistere (oggi diremmo in diretta televisiva...) a ciò che avviene altrove, a chilometri di distanza. E a cosa assiste il principe Edoardo? Vede, appunto in presa diretta, il suo amico Lacy, conte di Lincoln, che sì, un po' corteggia Margherita per suo conto, ma dopo un attimo se ne innamora perdutamente a sua volta ed anzi va con lei da un frate (frate Bungay, un altro negromante di tono minore) per sposarla.
La parte bella della commedia, bella, cioè lirica, quasi poetica, è che Margherita e Lacy sono davvero innamorati uno dell'altra e l'amore di Margherita, ragazza del popolo, è amore vero, profondo, sentito, non legato alla per lei stratosferica condizione sociale di Lacy, conte di Lincoln, amico del principe, intimo del re.
Bacone usa i suoi poteri e rende muto il frate Bungay, officiante le nozze, un attimo prima che il matrimonio si celebri e Edoardo, imbestialito contro Lacy, parte al galoppo per Fressingfield, ove i due fidanzatini si trovano, per vendicarsi del tradimento dell'amico.
Là giunto vuole ucciderlo, ma Margherita, realmente innamorata, riesce, con toni sentimentali e bellissimi, a commuovere l'irruente principe, a ottenere il perdono e a estorcergli il consenso per le proprie nozze con Lacy.
Tutto a posto? No: la commedia ha uno sviluppo più complesso. Ci sono in scena anche altri: c'è re Enrico, padre di Edoardo, c'è un sovrano tedesco e c'è il sovrano di Castiglia con la propria figliola, principessa Leonora, destinata in moglie a Edoardo. Ecco allora che Edoardo e Lacy, chiamati da ragion di Stato, devono andare a corte, per combinare queste nozze regali. Lacy lascia dunque Margherita con la promessa di tornare a prenderla, per sposarla, pochi giorni dopo.
Margherita è bellissima, la vogliono in sposa anche altri, piccoli possidenti terrieri locali, e due di questi si uccidono fra di loro, e anche i loro rispettivi figli si uccidono fra di loro, nella contesa su chi potrà averla.
Ma ecco che c'è un colpo di scena. Mentre Margherita tiene a bada i riottosi pretendenti, arriva un messaggero con una lettera d'addio di Lacy. Non può più sposarla, deve sposare, su ordine del re, una nobile spagnola dama di compagnia di Leonora, la principessa destinata a Edoardo. Con la lettera c'è anche, in regalo per la sua dote, un'enorme cifra in sterline d'oro. Margherita però - già lo sappiamo - è tutt'altro che una ragazza a caccia di marito nobile e ricco. Rifiuta il denaro e andrà suora: dopo aver amato Lacy non potrà amare nessun altro. O meglio: "ogni amore è lussuria all'infuori dell'amore dei cieli: amai una volta, lord Lacy fu il mio amore, e ora odio me stessa per aver amato e per essermi appassionata più a lui che al mio Dio... abbandono il mondo e mi voto a meditare la beatitudine celeste... e a desiderare che tutte le fanciulle imparino da me a cercare la gioia del cielo prima della vanità della terra..." (V, 1).   E poi ancora: "Addio amore! E col folle amore, addio, dolce Lacy, che amai tanto caramente. Sta sempre bene, ma mai più nei miei pensieri, perché non abbia a peccare pensando all'amore del mio Lacy..." (V, 1). Questa è la splendida Margherita, una delle prime figure femminili totalmente positive dl teatro elisabettiano. Se la merita, Lacy, una donna di tal tempra? Sì, se la merita, con un secondo colpo di scena: la storia della lettera e del denaro era un suo espediente per accertarsi se la ragazza lo amasse o no di vero amore.
Ottiene dal re il permesso di sposarla e galoppa a Fressingfield a riprendersela, facendo la gioia del padre guardiacaccia che non vedeva di buon occhio che la bellissima figliola finisse suora: "guardatela là nel suo abito da suora, pronta a farsi monaca: essa lascia il mondo perché ha perduto il vostro amore. Oh mio buon signore, dissuadetela se potete!" (V,1).
Ha fatto voto, si è data a Dio, non può ritrattare la ragazza. Ma è messa alle strette: "quale delle due cose vi attira di più...? la scelta è ancora nelle vostre mani... o un solenne monastero o la corte, O Dio o Lord Lacy, preferite esser suora o moglie di Lord Lacy...?" (V, 1) e deve decidere. Decide con giudizio. È una donna piena di spiritualità, di generosità, ma è anche donna vera, in carne e ossa: "La carne è fragile: il mio signore sa bene che quando egli viene con il suo viso incantatore, qualunque cosa accadrà non posso dire di no..." e gli si butta tra le braccia, accompagnandola dal misogino commento d'un cortigiano che così "considera l'indole delle donne: che per vicine che esse siano a Dio, amano pur sempre morire nelle Braccia di un uomo..." (V, 1).
E si celebrano le nozze tutti insieme: il principe Edoardo sposa Leonora di Castiglia e Lacy (caso più unico che raro nel teatro di quell'epoca, insieme con la Elena di Tutto è bene ) sposa la sua non nobile di sangue, ma bellissima, Margherita.
E così si conclude la commedia, con ancora però una scena farsesca finale. Frate Bacone vuole vendicarsi di quello studente servitore che per negligenza gli aveva mandato a carte quarantotto l'ambizioso progetto della testa di bronzo. "L'onore e la gloria di tutta la mia vita dipendono dal vigilare questa testa di bronzo...!" (IV, 1) aveva detto al giovane, ma questi, nel fare la guardia, s'era addormentato e il prezioso congegno era andato distrutto. Bacone, anche se oramai ha abbandonato la negromanzia, sa ancora evocare i diavoli. Ne evoca uno e lo spedisce dal suo servitore perché lo catturi e lo trascini all'inferno. Sennonché il suo servitore, in tanti anni di fedele servizio, quel diavolaccio l'ha incontrato un migliaio di volte: non solo non gli fa paura, ma anzi, è felicissimo di rivederlo. E avendo il pallino degli affari, ottiene di realizzare un suo antico sogno: andare a stabilirsi all'inferno e aprirvi una bettola ove vendere bevande fresche: "...so che l'inferno è un luogo caldo e che gli uomini vi sono meravigliosamente assetati e che là si beve molto: vorrei diventare cantiniere!" "Lo diventerai..." (V, 2) gli promette il diavolo amico e se lo carica sulle spalle e vola sottoterra...

Mettere oggi in scena Friar Bacon sarebbe molto improbabile e d'altra parte anche scarso sarebbe l'interesse per un lavoro che se oggi può ancora piacere è solo per la sua trama secondaria, l'amore di Lacy e Margherita, non per la sua trama floor paint, quella per cui fu scritto all'epoca, le vicende cioè del negromante inglese che le leggende contrapponevano a Faust, il negromante tedesco.
La storia di Bacone era molto popolare in quegli anni, raccontata da un romanzo che era un best-seller, e Green ne cavalcò il successo portandola in scena e facendone ciò che oggi definiamo un "dramma romanzesco", il primo dei drammi romanzeschi del teatro elisabettiano, poi resi capolavori da Shakespeare con La Tempesta, con Cimbelino, con Pericle.
Un primato storico letterario che fa sì che ancor oggi Friar Bacon abbia un suo spazio notevole nei manuali di letteratura inglese. E grazie al quale è sopravvissuta, di conseguenza, la storia secondaria del dramma, il "sub-plot": la storia di Lacy e Margherita. Che se non raggiunge quel livello di alta poesia che che altre storie d'amore raggiungeranno nella stagione elisabettiana, ben poco ci manca.
Margherita è comunque, e resta, una figura femminile notevole e molto bella. Una delle prime in ordine di tempo.

Robert Green (1558-1592) ebbe vita breve, come l'altro degli "University wits", Marlowe: morì masking tape a soli 34 anni dopo studi universitari approfonditi e lasciandoci, nonostante l'età, una serie copiosa di lavori: romanzi di ispirazione classica (Pandosto, Menaphon), racconti sulla malavita londinese che anticipano le tematiche e il realismo di Defoe, numerose commedie, una parodia dell'Orlando furioso. Il Friar Bacon ebbe un seguito, rinvenuto solo a fine Ottocento, privo di titolo e certamente non di Green. Il che sta ad indicare, inequivocabilmente, che alla sua epoca la commedia ebbe successo, tanto da richiedere un "sequel".

Sestri Levante, 26/9/04

 
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