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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
WILLIAM SOMERSET MAUGHAM
In villa (Up the willa)
Traduzione di Franco Salvatorelli, pp. 126, Adelphi, Milano 1999.

Un romanzo breve, del 1941. Mary è una inglese trentenne, vedova, molto bella. Vive a Firenze in una villa cinquecentesca sulle colline, avuta in prestito da amici della colonia inglese. Il marito, di cui lei era stata molto innamorata, era un alcolizzato che aveva perduto al gioco gran parte delle sue fortune. Mary è a Firenze per dimenticare e riprendersi. C'è un gentiluomo inglese di 24 anni più vecchio di lei (Edgar), già amico di suo padre, che la chiede in moglie. Ed è in un momento fondamentale per la sua carriera: sta per essere nominato governatore del Bengala, con la prospettiva futura di poter diventare viceré dell'India. Nei tre giorni in cui il gentiluomo si reca all'estero per la nomina, Mary valuterà la proposta e al ritorno darà la sua risposta.
L'uomo parte e quella sera Mary partecipa ad una cena della colonia inglese in una trattoria di Firenze dove un altro inglese, scapestrato, donnaiolo, disinvolto e simpatico, la chiede in moglie (Rowley). Rientrando da sola di notte nella villa, Mary incontra un giovanotto spiantato e macilento, ma sensibile e intelligente, cui aveva al ristorante, dove suonava il violino, dato una cospicua e pietosa mancia. Lo porta in casa. Lo sfama. Scopre alle sue spalle una storia pietosa e romantica. Se lo porta a letto per una forma di improvvisa generosa e romantica pietà. Quando prima dell'alba il giovanotto scopre che la storia con la bellissima donna, così come è nata quella notte, quella notte stessa si concluderà e non avrà un seguito, afferra una rivoltella di Mary e dopo averla accusata di empietà si uccide sparandosi al cuore.
Mary smarrita telefona a Rowley. Questi arriva e per salvare la reputazione di Mary (che lui sa destinata a diventare moglie di un pezzo grosso della diplomazia) trasporta il cadavere in un bosco e cancella in casa ogni traccia in modo da simulare che il suicidio non abbia alcuna attinenza con Mary.
Ritorna Edgar e Mary deve dargli la risposta relativa all'offerta di matrimonio. Mary per onestà gli racconta ogni cosa. Edgar la perdona e conferma la propria volontà di sposarla: rinunciando però alla propria carriera onde evitare qualunque genere di macchia nella famiglia e nel passato di un uomo destinato a un così alto ufficio. Mary capisce che Edgar è disposto a tanto non per amore, ma semplicemente per fedeltà alla parola data. E allora lo liquida mentendo: se sì era disposta a sposare un futuro viceré, non è disposta invece a sposare un pensionato. Se ne va Edgar, torna Rowley, e Mary scopre che il giovanotto è meno scapestrato di quanto voglia la sua fama. Accetta di sposarlo e certamente se ne innamorerà. Anzi, lo è già un po'.

Questa la storia, che si svolge praticamente tutta in una notte o poco più.
Maugham fa parte di quella schiera di romanzieri molto in voga nella prima metà del secolo (qualche inglese, qualche francese, molti mitteleuropei) molti dei quali sono poi del tutto passati di moda. Oggi alcuni editori cercano di rilanciarli attribuendo loro se non pienezza di valore artistico almeno buon artigianato letterario e perfetta fattura narrativa.
Di fatto sono operazioni sterili. Tanto vale, se si tratta di leggere per leggere, lasciare che ogni generazione si legga i propri autori contemporanei lasciando i Maugham agli anni Trenta e i Wilbur Smith agli anni Novanta.
In villa è un romanzo sicuramente ben scritto, di mestiere, ma altrettanto sicuramente non è un'opera d'arte e non è un bel romanzo. Perché resuscitarlo? È un racconto tutto di maniera, una messinscena artificiale, lontana da ogni realismo, priva di verosimiglianza. Non commuove, non colpisce. Ovviamente coinvolge da un punto di vista "vediamo come va a finire", ma questo è anche per i racconti gialli e per i film di serie B. I personaggi (e questa è la differenza fra un grande romanzo e un romanzo qualunque) non vivono di vita propria, non entrano nell'immaginario e nel cuore del lettore con una propria autonomia umana. Sono marionette create dall'autore e mosse dall'autore. La storia che Maugham ci racconta non è un brano di vita: è una rappresentazione letteraria, una messinscena ritagliata appunto a fini letterari.
Edgar fa la sua proposta di matrimonio a una Mary di cui è innamorato sin da quando questa era bambina. Quindici minuti e poi si congeda perché altrimenti perde il treno: ecco cioè che l'autore lo introduce in scena a fare la sua parte e fattala lo congeda facilmente e frettolosamente. I personaggi, tutti, non conoscono chiaroscuri: c'è la fretta e la necessità di costruirli per stereotipi. Quindi Edgar è un gran gentiluomo ed è destinato a diventare viceré. Mary è la donna più bella del mondo. Suo marito era un alcolizzato. La persona da cui Mary era a cena è una principessa, ricca, vedova e con un passato di mangiauomini. Il trovatello che Mary si porta a letto è un esule austriaco scappato senza un soldo da un campo di concentramento hitleriano, figlio di un antinazista morto suicida. Ed è, naturalmente, uno studente povero, sognatore, affamato, un po' artista.
Rowley infine è lo scapestrato. Ed è forse l'unico personaggio un po' vero, proprio perché l'unico con qualche chiaroscuro. Scapestrato sì, ma concreto, determinato, realista, sincero, spregiudicato, ma a modo suo onesto e generoso.
La costruzione dei personaggi è tutta esteriore.
Sono presentati nella figura fisica e sempre nell'abbigliamento (ovviamente l'abito di Mary è stato tagliato dalla miglior sarta di Parigi). Rowley porta i sui abiti come si porterebbe una tuta da low air pressure dth bit. Mary sa essere splendida anche con un abito tanto semplice da far pensare che potrebbe portarlo una cameriera. Edgar è sempre vestito impeccabilmente. Il ragazzo suicida ha un vestito qualunque piuttosto miserabile e liso. A tanta attenzione e precisione nei fatti esteriori non corrisponde una parallela analisi dei fatti interiori. Lo sviluppo drammatico dei personaggi e delle situazioni non è rappresentato, ma è narrato. Che Edgar sia così generoso da esser disposto a sacrificare la propria carriera per sposare Mary non è un accadimento del romanzo ma una esplicita dichiarazione dell'autore. E poche righe dopo che la generosità di Edgar non sia vera generosità, ma una sorta di egoismo da autostima è di nuovo l'autore a dircelo: "era schiavo della propria integrità".
Così quando la commedia si chiude con i due promessi sposi in procinto di partire per il Kenya, tutto sommato possiamo augurare loro buon viaggio, ma siamo - noi lettori - ben lontani dal desiderare di accompagnarveli.
Non abbiamo fatto un tratto di strada insieme.
Abbiamo solo letto un libro.

Sestri Levante, 26/6/99

 
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