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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
THOMAS MIDDLETONE, WILLIAM ROWLEY
I lunatici
A cura di Valerio Viviani, con testo a fronte, pp. 280, Marsilio, Venezia, 2004.

Middletone (1580-1626) e Rowley (1585-1626) lavorarono insieme su più di un dramma. Middletone aveva cultura universitaria e iniziò a scrivere già da adolescente (a 17 anni il suo primo poemetto). Rowley era un attore e lo fu per tutta la vita, scrivendo tuttavia alcuni drammi in proprio, altri in collaborazione (oltre che con Middleton anche con Heywood, con Dekker e Ford, con Fletcher, con Webster).replica tag heuer
The Changeling, il nostro dramma cioè, è del 1622/24. Ebbe qualche successo all'epoca e poi fu dimenticato nel Sette e nell'Ottocento per essere poi riportato in scena nella seconda metà del Novecento. Da noi si ricorda l'allestimento di Luca Ronconi nel 1966.
Il titolo in uso in Italia è ormai I lunatici. Forse sarebbe stato più appropriato I mutevoli oppure I cambiamenti. Il titolo si rifà ai mutamenti di comportamento dei personaggi nel corso del dramma, mutamenti più volte esplicitamente richiamati.
È un dramma in versi molto teatrale, movimentato, ben costruito per la scena e ancor oggi regge perfettamente alla rappresentazione. Non è un'opera di poesia e non è un capolavoro, tuttavia ha una figura che lo rende memorabile, quella di De Flores, un uomo odioso, ripugnante, brutto, che riesce, dapprima col ricatto, ma poi, in seguito, con l'attrazione che anche le figure più ripugnanti possono generare, ad avere per sé una donna bellissima e in origine virtuosa.
Ben diversi saranno a loro tempo replica hublot i personaggi della Bestia (Bella e la Bestia) e di Quasimodo, (Notre Dame de Paris) ma qualche analogia c'è, anche se, sia la Bestia, sia Quasimodo, saranno nel fondo personaggi positivi, positivi nell'animo, nei sentimenti, e orribili nell'aspetto, mentre De Flores è immondo non solo d'aspetto, ma anche d'animo.
È il personaggio di De Flores, monumentale della sua abiezione, tuttavia portata all'eroismo, che rende indimenticabile The Changeling.
La vicenda, Middletone e Rowley la trassero da una novella dell'epoca, ma proprio il personaggio di De Flores, che è il fulcro drammatico, fu una loro piena invenzione.
Siamo in una Spagna immaginaria, ad Alicante, nel palazzo del governatore Vermandero. Alsemero, un nobile di passaggio, in viaggio per Malta, mai innamoratosi prima d'allora, incontra in chiesa lo sguardo di Beatrice, la bellissima figlia di Vermandero, e se ne innamora perdutamente: "la chiesa per prima ha fatto incontrare i nostri sguardi e quello è il luogo che dovrà legarci l'uno all'altro" (I, 1, 9). Senonché Beatrice, proprio cinque giorni prima, è stata promessa dal proprio padre a un nobile, Alonzo de Piracquo. Anche Beatrice si è perdutamente innamorata di Alsemero: "se solo potessi revocare questi cinque giorni! Di sicuro i miei occhi si sbagliavano: era questo l'uomo che mi era destinato. Disdetta! È giunto quasi in tempo ma ha perso l'attimo!" (I, 1, 83). I due si incontrano, si dichiarano l'un con l'altro... "Quanto sarei contenta ora se non esistesse sulla faccia della terra il nome di Piracquo né il vincolo della volontà paterna..." (II, 2, 18) sospira Beatrice e Alsemero è pronto a battersi in duello con l'avversario, per toglierlo di scena, ma Beatrice rifiuta, temendone le conseguenze che potrebbero essere fatali per il suo beneamato. Non dice nulla ad Alsemero, uomo onesto e d'onore, ed elabora il suo piano. Un piano criminale. C'è un uomo che può farle il servizio di uccidere Piracquo: è De Flores, un gentiluomo decaduto, al servizio del padre di lei. Chi è De Flores? È un uomo "così ributtante che uno a malapena lo toccherebbe con una spada che gli fosse cara... così fatalmente velenoso che potrebbe avvelenare la lama che gli spillasse sangue..." (V, 2, 17). Beatrice ne ha ribrezzo, "quasi fosse veleno mortale" e ai suoi occhi "quell'individuo... fa lo stesso effetto che fa - a quel che si dice - il basilisco..." (I, 1, 112).
E non li nasconde, Beatrice, il disprezzo, l'odio, la fisica repulsione per De Flores, anzi, glie li sbatte in faccia con violenza, quasi con gusto, ogni volta che l'incontra. De Flores, invece (invece, o proprio per ciò...?) è morbosamente innamorato di Beatrice, pronto a tutto pur di poterla almeno incontrare, almeno vedere. È consapevole che sarà "sempre condannato a correrle dietro mentre mi fugge... ma mi prenderò comunque il piacere di vederla, a ogni occasione, non foss'altro che per irritarla..." (I, 1, 101).
Siamo nel 1622 e non c'era ancora stato un Sigmund Freud a scoprire le pulsioni inconsce o a descriverci le personalità masochiste e quelle sadiche: ecco, De Flores è uno dei primi sado-masochisti nella storia del teatro. Più lei gli sputa in faccia il suo odio, il suo disprezzo, la sua ripugnanza, più lui se ne compiace: l'odio è pur sempre meglio dell'indifferenza.
E d'improvviso (eccolo il piano criminoso di Beatrice) questo disprezzo, questo odio sorprendentemente - e apparentemente - si placano. Beatrice sa perfettamente del proprio ascendente su De Flores e decide di servirsi di lui ("anche la creatura più ripugnante è pur creata a un qualche scopo...", II, 2, 43) per eliminare il fidanzato e poter così sposare Alsemero. La ragazza è perfida e né Middletone né Rowley hanno la magia poetica di uno Shakespeare che riesce a rendere in qualche modo umani anche i personaggi più odiosi. Beatrice è negativa a tutto tondo. Forse, semmai, un po' shakespeariano è De Flores: nella sua perfidia gli fa onore l'ostinazione del suo attaccamento alla ragazza, una passione eroica che lo conduce al delitto e alla morte e a ritenere d'aver avuto abbastanza dalla vita avendo avuto Beatrice... Ma Beatrice no, non ha la luce dei grandi personaggi se pur negativi. È falsa e opportunista, punto e basta. Si rivolge a De Flores chiamandolo per nome, anziché "rospaccio, canaglia o briccone" e ha la sfacciataggine di dirgli che si è "imbellito", che mai è apparso "così piacente" (II, 2, 72). Non servono giri di parole con De Flores, è molto esplicita Beatrice: se qualcuno toglie di mezzo Piracquo "non sarei obbligata a sposare uno che odio profondamente..." (II, 2, 110). E altrettanto esplicito e immediato è De Flores: al solo sentire il nome di Piracquo "la sua ora è giunta - risponde - non lo si vedrà mai più!" (II, 2, 134). Ma sbaglia i suoi calcoli Beatrice: "mi libererò in un sol colpo di due odiosi personaggi, di Piracquo e di questo muso di cane..." (II, 2,144). Sbaglia perché crede, dopo il delitto, di poter liquidare De Flores con una bella somma, tale che lui se ne possa andar via per sempre a godersi i suoi soldi altrove. Oh no! De Flores uccide Piracquo, ne occulta il cadavere, e pregusta ben diversamente il suo compenso, il sangue di una vergine, non l'oro: "mi pare di sentirla già fra le mie braccia mentre le sue dita vogliose accarezzano la mia barba..." (II, 2, 146). Non c'è nulla di spirituale, di tenero, di dolce, nell'amore di De Flores per Beatrice: è una voglia tutta fisica e solo fisica la sua, non pregusta amore, pregusta "un lauto banchetto" (III, 4, 18) e una porzione del corpo di lei, destinata al marito, spetta a lui, come alla cattura del cervo una parte della preda spetta al guardiacaccia. E più lei gli offre denaro, sperando di non doversi "accoppiare con una vipera" (III, 4, 166), più lui lo rifiuta ed esige la sua parte, "l'intatta verginità" di lei, illibata, sì, ma "puttana nell'animo", "una donna immersa nel sangue" cui non è più lecito, "parlare di pudore", una donna ormai "ripudiata da pace e innocenza" e divenuta con lui, con De Flores, "una sola carne", sua "compagna nella morte e nella vergogna".
Ora tutto si è consumato. Beatrice è l'amante di De Flores e, si intuisce, la sua iniziale repulsione è diventata, sia pure senza ammetterlo alla coscienza, in qualche modo attrazione. Ma il gioco va avanti, è giunto il momento del matrimonio con Alsemero, sta per esserci la fatale prima notte e Alsemero scoprirà che la moglie non è più vergine...
Altro inganno, altro delitto. D'accordo con De Flores, Beatrice ricorre al classico (in quante commedie e tragedie l'abbiamo già incontrato!) bed-trick, manda cioè, al buio e muta, nel letto del marito, una propria vergine ancella al posto suo. Riesce lo stratagemma e poi, appena la ragazza torna in camera sua, la si uccide.
Ma il fato non è così propizio ai due amanti: Alsemero è messo in guardia da un amico, qualcuno ha visto i due amanti insieme, il fratello di Piracquo cerca l'assassino del suo congiunto, il fantasma di Piracquo stesso compare più volte minaccioso...
E le cose precipitano. Messi alle strette i due amanti confessano, confessano tutti i loro delitti, l'adulterio, l'assassinio di Piracquo, l'assassinio dell'ancella...
Beatrice non è illuminata di grandezza della sua delittuosità. Tenta - e non riesce - di ottenere il perdono del marito: tutto ciò che ha fatto lo ha fatto per amore di lui... De Flores invece ha un barlume di eroica grandezza, sa di meritare la morte, sa di essere destinato all'inferno, ma è pago di tutto ciò, la verginità di Beatrice è stata la sua ricompensa: "non ringrazio la vita d'altro che di quel piacere, mi è stato così dolce che me lo son scolato tutto, senza lasciarne goccia alcuna perché altri ne potessero brindare alla mia salute..." (V, 3, 169). E si uccide, dopo aver ucciso Beatrice.

I "mutamenti", quelli del titolo, sono i tanti mutamenti cui abbiamo assistito: Beatrice che cambia l'oggetto del suo amore da Piracquo ad Alsemero a De Flores, Alsemero che vede una moglie mutarsi da oggetto d'amore in oggetto di disprezzo, la festa d'un giorno di nozze mutarsi in tragedia, più tanti altri "mutamenti" che hanno luogo nel "sub-plot" del dramma, nella solita trama collaterale, comica, da commedia, che parallelamente si accompagna all'interno di un manicomio ove due gentiluomini si fingono alienati per poter fare la corte alla giovane e bella moglie del gelosissimo medico-proprietario Alibius.
Un "sub-plot" - questo - molto preso di mira dalla critica accademica per una serie di profondi significati relativi a pretese metafore esistenziali, cioè i pazzi non sono del tutto pazzi, il falso e il vero si confondono fra loro, non il teatro è teatro ma la vita tutta è teatro, la realtà è finzione e la finzione è realtà, eccetera...
Middleton e Rowley non avevano la profondità di un Calderon de La vita è sogno: erano mestieranti di teatro che sapevano benissimo che senza un comico sub-plot, da commedia, il pubblico non si sarebbe divertito e il loro dramma non si sarebbe replicato.
Non cerchiamo in The Changeling profondità che non ci sono. Non è il valore metaforico del sub-plot che dà a The Changeling un posto nella storia del teatro giacomiano: è solo la cupa, la fosca, l'ostinata, la nera passione di De Flores per Beatrice, compagna nella morte e nella vergogna, un piacere così dolce che è valso un'intera vita, senza rimpianti, senza rimorsi, senza pentimenti...

Sestri Levante, 23/10/05

 
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