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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
NOËL COWARD
Blithe spirit
Samuel French, London, s.d., pp. 85, traduzione inedita di Guido Locascio, Milano 2002.

O sono gli spettri che vengono tra noi viventi o siamo noi viventi che andiamo da loro nell'Ade, nell'Inferno, nel Paradiso.
Di fantasmi e di spettri ne è pieno il teatro e la letteratura. Amleto ce ne porta uno in scena che è il più famoso di tutti. Ma ne troviamo già in Omero. Nella Bibbia. Nella narrativa e nella poesia di tutti i tempi. Kipling scrive un famoso racconto su fantasmi di bambini morti. Calvino un romanzo. Thornton Wilder, con Il lungo pranzo di Natale, richiama in scena tre successive generazioni di un nucleo famigliare: i fantasmi sono il lirico trascorrere del tempo e del ricordo in un flusso di sentimenti sempre diversi, sempre uguali. Per non parlare di Dante che nelle sue tre cantiche ci ricrea un intero universo di fantasmi in carne e ossa.
Gli spettri sono in noi: sono il nostro passato, i nostri ricordi, le nostre colpe, i nostri rimorsi, i nostri incubi, i nostri sogni, le nostre rivalse. Tornano e chiedono vendetta e riscatto. Tornano per espiare o per far espiare. Portano emozioni, nostalgie, sentimenti penosi, legati alla caducità della vita, alla irreversibilità del destino e della storia, alla desolante fatalità del ciò che è stato e non è più. Di solito.

Ma negli anni Quaranta ci fu una commedia che ebbe un successo straordinario, di Coward, nella quale i fantasmi tornano sì, ma per far sorridere. Una commediola tutta umorismo leggero, brillante, di nessunissima pretesa letteraria, ma decisamente divertente. Così divertente che rimase in scena, all'epoca, per molti anni di seguito, a Londra e in America, e arricchì Coward con una fortuna in diritti d'autore, derivanti anche da un film di successo diretto da David Lean, con Rex Harrison e Margaret Rutherford.
La storia è quella di Charles Condomine, uno scrittore inglese di mezza età, che, per trovar ispirazione letteraria, chiama in casa propria una medium, Madame Arcati, per una seduta spiritistica a cui attingere ispirazione per un nuovo racconto. Da quella seduta lo scetticismo di Charles lo porta ad aspettarsi un po' di divertimento. E invece le cose prendono una piega diversa...
Charles sette anni fa è rimasto vedovo dalla prima moglie, Elvira, e da cinque anni si è risposato con Ruth. Durante la seduta spiritistica succede che arriva in casa chi? Elvira, la prima moglie! Arriva e ci rimane, in uno spassoso menage a tre in cui il grigio fantasma d'Elvira è visto ed è sentito solo da Charles, mentre Ruth e gli altri non la vedono e non la sentono. Il che crea scambi di battute molto divertenti, con malintesi e giochi incrociati piuttosto ovvii, ma sempre teatralmente efficaci, come quando Ruth esasperata aggredisce Charles: "...mi hai urlato di chiudere il becco e quando io ho tranquillamente suggerito di andarcene a letto, tu hai replicato, con la più disgustosa delle prese in giro, che era un suggerimento immorale!" a cui Charles, preso tra due fuochi dalle due mogli, una visibile, pragmatica e concreta, l'altra invisibile e maliziosa, sgomento risponde: "...ma io stavo parlando a Elvira, non a te!".
O come quando Charles presenta garbatamente il fantasma della prima moglie alla seconda, in carne ed ossa, che, tra l'altro, non può vederla, esattamente come qualunque altro gentleman inglese presenterebbe le proprie mogli entrambe viventi...
Efficacissimo sul piano teatrale è, da un atto all'altro, il passare dall'incredulità, dallo sbigottimento, dall'atterrita sorpresa della moglie vivente, Ruth, quando scopre l'esistenza in casa del fantasma di Elvira, a un accettato regime di convivenza, ovvia e quasi normale, quando, essendo ormai diventato il fantasma una presenza consueta, Ruth si comporta come qualunque moglie si comporterebbe di fronte a una rivale. Ciò che la irrita, la scandalizza, la preoccupa, non è più la presenza di un fantasma, ma ciò che il fantasma dice e fa...
Spassosa la figura della medium, un'amica di famiglia che ha chiamato il fantasma e poi non sa più come liberarsene. Tipicamente inglese: un fantasma sarà una cosa importante, ma se c'è da discutere di tè e sandwiches al cetriolo, per la nostra amica qualunque fantasma può aspettare in santa pace...
Come si evolve e come si conclude la storia? Con un paio di colpi di scena. Elvira vuole riavere tutto per sé il marito Charles: per riaverlo non le resta che ucciderlo, così se lo ritroverà di là con sé. Ma sbaglia la mossa e chi muore (in un provocato incidente d'automobile) è la rivale Ruth, la seconda moglie.
Altre scenette divertenti si verificano allora quando i fantasmi diventano due: ed ecco che le due donne ora non sono più rivali tra loro, ma perfettamente solidali, ed entrambe acide e critiche verso il malcapitato comune marito. Il quale vorrebbe togliersele di casa ("perché non vi prendete insieme un cottage da qualche parte...!" dice esasperato alle due mogli), ma non riesce.
Deus ex machina che risolve il difficile nodo sarà la medium, che, tra battute tipo "mi faccio un altro di quei deliziosi sandwiches: ho una fame da lupo" e "...presto, la mia sfera di cristallo!...", riesce infine a rimandare nella "sfera astrale" le due incomode ospiti, ovvero a "spararle finalmente via...".

Una commedia leggera, leggera, leggera. Quasi inconsistente alla lettura. Ma brillantissima alla recitazione. È tutta giocata sui luoghi comuni più banali di un normale rapporto di coppia che diventano tuttavia spassosi quando uno degli elementi della coppia è un fantasma. Anzi, due!
Nulla a che vedere, ovviamente, con Oscar Wilde, e nemmeno con Bernard Shaw che, sia pure in diversa misura tra loro, del teatro di intrattenimento sanno farne arte e in certi momenti anche garbata, leggera, tintinnante poesia.

Spirito allegro appartiene al mondo dello spettacolo, non della letteratura. Anche in campo musicale c'è spazio per tutti, non solo per Mozart, e Fabrizio De André può avere, nel suo campo, altrettanta dignità di Mozart...
Così il nostro Coward sa far bene il suo mestiere, che non è quello di creare tipi umani, come fanno quelli del grande teatro, anche del teatro leggero (come Wilde), ma quello di creare "tipi teatrali". I personaggi di Coward sono stereotipi di scena, sono le "maschere" di una volta portate al teatro leggero d'oggi. Battute scontate, d'obbligo, prevedibili. Personaggi ritagliati a ricalco su un repertorio sempre uguale. Ma tutto è garbato, equilibrato, misurato, messo nel modo giusto al posto giusto. In questo senso anche una commedia così disimpegnata e leggera come Spirito allegro può essere definita, a suo modo, un piccolo capolavoro. Passata un po' di moda, ormai, quindi difficile da vedersi in scena, ma ottimamente tradotta, con intelligenza e attentissima professionalità, dal Locascio, quindi, quantomeno, riscopribile alla lettura, con quel tanto o quel poco di profitto che la lettura rende ad un testo nato esclusivamente per essere recitato.

Sestri Levante, 13/9/02



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