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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
FRANCIS BEAUMONT, JOHN FLETCHER
Il Cavaliere dal pestello splendente
Traduzione e note di Maura Ricci Maglietta, Universit� di Genova, Dipartimento di lingue e letterature straniere, a cura di Mary Corsani, pp. 256, Il Melangolo, Genova, 1988.

Il Cavaliere dal pestello splendente è una gioiosa (e in certi momenti spassosa) commedia che irride i luoghi comuni dei romanzi cavallereschi, irride le trame sempre uguali delle commedie matrimoniali (dove, come avrebbe detto Wilde alcuni secoli dopo riferendosi al melodramma, un tenore vuol portarsi a letto un soprano e un baritono cerca di impedirglielo) e satireggia amabilmente sulla stupidità piccolo borghese.
Punto e basta.
Ma gli studiosi d'oggi tirano in ballo i "codici del metateatro", la critica alla società dell'epoca, l'iniziazione ai riti urbani, il "travaglio di una società turbata dalla perdita di pristine certezze", le oscure ombre che si addensano sul regno di Giacomo, la "riverberazione labirintica della realtà" cheap replica watches uk sale ...
Troppo, per un bel pastiche teatrale che può suscitare ancora qualche godutissima risata, sia in teatro sia alla semplice lettura.

La trama? Le trame sono due, anzi: due e mezzo.
Quella denunciata dal prologo e avente per titolo "The London merchant", che si svolge solo a grandi linee, e quella che una coppia di spettatori invadenti, saliti sul palco, si inventano sul momento e che ha per titolo appunto "Il Cavaliere del pestello splendente"...
Andiamo per ordine e partendo dalla prima trama vediamo quello che succede.

Un mercante licenzia il suo apprendista Jasper perché scopre che amoreggia con la figlia, destinata ad altri: "...affidai alle tue cure tutto ciò che posseggo, ma non avevi, se ben ricordo, il mandato d'amore per la figlia del padrone, da quando soprattutto le trovai un marito facoltoso...". "Non appartengo più a tuo padre" dice Jasper a Luce, la figlia del mercante, la quale innamoratasi: "appartieni a me" risponde e insieme concordano rapimento e fuga.
Compare lo zerbinotto, Humphrey, che si autodefinisce "nobile di sangue e nobile d'aspetto", dal mercante scelto come genero, ma Luce lo sbeffeggia e gli pone le sue condizioni: ".. solo quell'uomo mi godrà come sposa che da qui mi avrà rapita...". Jasper torna a casa propria e viene male accolto da una madre egoista che gli predilige il figlio minore... Poco male: ha un padre che invece è una spassosa figura di buontempone e cuor contento sempre dedito a godersi la vita per quel poco e quel tanto che può offrire. Canta, mangia, beve e si accontenta di ciò che ha. Accoglie il figlio con un benvenuto e dandogli tutto il poco denaro che possiede: "con questo denaro fatti strada nel mondo, scegli un mestiere sicuro, sii di buon umore e dà ai poveri...!".
Cacciato dalla madre e aiutato dal padre il ragazzo se ne va per il mondo e raggiunge la foresta di Waltham dove ha fissato l'incontro con Luce. Nello stesso luogo arriva lo zerbinotto il quale crede davvero a ciò che Luce gli ha detto, cioè che lei sarà di chi saprà rapirla, e lui viene, col permesso del padre, appunto per rapirla.
Si becca invece una manica di botte da Jasper ("e ora infilati il tuo berretto da notte e mettiti a dieta per curarti le ossa rotte...") e le beffe di Luce ("Humphrey poverino, procurati un buon brodo con salvia e rosmarino...") e non gli rimane che tornarsene con la coda tra le gambe a lamentarsi dal promesso suocero. Il quale organizza in forze una spedizione punitiva: raggiunge Jasper, lo fa pestare e si riporta via la figlia ("su, a casa, sfacciata, provvederò una gabbia per te, ora che t'ho piegata..."). "Mia figlia è nuovamente tua, fissa l'ora e prendila" dice il mercante allo zerbinotto. Si fissano le nozze fra tre giorni e si fanno i preparativi: gli invitati, il menù... Ma arriva una bara che contiene il cadavere di Jasper con una lettera di scuse rivolte al mercante. In realtà è un trucco del simpatico apprendista per riavvicinarsi, fingendosi morto, alla sua amata Luce, tenuta sotto lucchetto, ed è un espediente per rapirla di nuovo, nascondendola nella bara che viene inviata, credendo contenga Jasper, al di lui padre.
E sempre giocando sulla propria finta morte Jasper si presenta al mercante nelle vesti del proprio spettro e lo condanna a vedersi rapita in cielo la figlia e ad essere perseguitato per il resto della vita per essersi opposto al loro amore.
Lieto fine, come di consueto. Il mercante si ravvede, benedice le nozze dei due e nel finale canta gioioso insieme al novello consuocero, l'allegro padre di Jasper.

Questa la trama per così dire principale. In realtà non è la vera trama: è volutamente una banale trama piena di luoghi comuni (ma nemmeno tanti: il padre di Jasper è una figura di rilievo...) su cui gli autori ne inseriscono una seconda. In che modo? Subito, all'inizio, quando il prologo annuncia l'argomento della commedia, due borghesi spettatori salgono sul palcoscenico, protestano e pretendono di farne rappresentare un'altra di loro gradimento. Chi sono i due? Un borghese di nome George e di professione droghiere e la moglie Nell, che lui chiama "coniglietto" e "agnellino" e "gallinella" e "topolino". Molto filistei, molto conformisti, molto stupidi, molto pieni di sé. I quali mandano sul palcoscenico un loro pupillo, Rafe, il classico primo della classe, e gli fanno recitare, imponendolo ai teatranti della precedente trama, una sequela di scene improvvisate al momento, che non c'entrano niente con la commedia, ma che interagiscono con questa, con i relativi personaggi e le relative situazioni sceniche.
La trama numero due è una parodia dei romanzi cavallereschi di moda all'epoca, tipo Amadigi, di gusto popolare. Una parodia condotta con lo spirito di Cervantes il cui Don Chisciotte circolava (e anzi, furoreggiava, pare) a Londra in quegli anni. L'apprendista Rafe recita la parte di un cavaliere errante, appunto un Don Chisciotte. Come questi aveva Dulcinea, così il nostro ha la sua dama, una ciabattina. Il titolo "Il Cavaliere dal pestello splendente" deriva dall'insegna che il cavaliere sceglie per sé, quella del pestello, simbolo della propria corporazione di droghiere. E come Don Chisciotte, anche il nostro ne fa una più di Bertoldo. Va a caccia di dame perseguitate, lotta contro un gigante e ne libera i prigionieri, conquista (ma rifiuta per amor della sua ciabattina) una principessa orientale, si pone a capo di un possente esercito...
Il tutto in modo piuttosto spassoso perché, esattamente come Don Chisciotte, il gigante per esempio che sconfigge non è altro che un pacifico barbiere e i relativi prigionieri che libera non sono altri che gli ignari clienti del barbiere, strappati alle sue cure, chi col viso insaponato per la barba, chi mentre fa un bagno rilassante di vapori...

Questa, dunque, è la seconda trama. Cui si aggiunge un'altra "mezza trama", definiamola così, che è il ciarlare continuo dei due borghesi-droghieri che assistono all'azione di Jasper, di Luce e del mercante, ficcandoci di continuo il becco con interventi che sono esilaranti per il loro filisteo perbenismo conformista. Prendono parte cioè alla storia e partecipano facendo il tifo non per i "buoni" ma per i "cattivi", prendendo le parti - manco a dirlo - dello zerbinotto ("squisito gentiluomo") contro Jasper ("pendaglio da forca, canaglia furiosa...") Non solo! La pedante droghiera è prodiga anche di splendidi consigli: quando nella foresta di Waltham un personaggio si lamenta, nella finzione scenica, d'aver i piedi pieni di geloni a forza di viaggiare, ecco che la nostra topolina-coniglietta impartisce la sua ricetta infallibile: "fategli massaggiare, quando torna a casa, la pianta dei piedi, i talloni e le caviglie, con una pelle di topo e quando va a letto fategli infilare le dita fra gli alluci: un vero toccasana per la testa, se è costipato!"...

"Il Cavaliere dal pestello splendente" è del 1607. Autori ne sono, per tradizione, Francis Beaumont e John Fletcher, anche se si ritiene - oggi - che il grosso sia stato scritto da Beaumont e solo una piccola parte da Fletcher. Erano una coppia di amici che per alcuni anni convissero e collaborarono, firmando quasi sempre a due. Quando si separarono Fletcher collaborò anche con Shakespeare. Erano uomini di teatro abili e raffinati e conoscevano a fondo gli strumenti per fare spettacolo e reggere la scena. Il teatro nel teatro (il play-within-the-play) era diffuso già all'epoca, quasi da essere un genere. Ma mentre negli altri drammi analoghi il teatro nel teatro è solo un espediente scenico (si pensi per esempio all' Amleto, al Sogno di una notte di mezza estate, alla Spanish Tragedy) qui, nel Cavaliere del pestello splendente, il merito dei due autori è quello di averne fatto il senso intero di una commedia.
Comica, satirica, parodistica.
Passeranno poi i secoli e arriverà il teatro nel teatro di Pirandello, Brecht, Stoppard, Peter Weiss... Emozioni forti, problemi esistenziali, la filosofia dell'essere e dell'apparire...
Ma scomparirà la bella risata. Quella che con grande generosità ci dispensano Beaumont e Fletcher e il loro Knight of the Burning Pestle.

Sestri Levante, 22/8/01


 
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