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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
FRANCIS BEAUMONT, JOHN FLETCHER
La tragedia della fanciulla
Introduzione, traduzione e note di Giuliano Pellegrini, testo inglese e fronte, pp. XLVII + 212, Fabbri Editori, Milano 2003.

Beaumont e Fletcher fecero per alcuni anni coppia fissa lasciando una cinquantina di drammi composti a due mani. Lavorarono insieme pochi anni, dal 1608 al 1613, poi Beaumont si sposò e abbandonò l'amico che si mise a scrivere con altri e per altri tra cui, in un caso almeno, per Shakespeare. Erano entrambi di famiglia aristocratica e entrambi colti, il primo avendo frequentato l'università chopard replica womens watches di Oxford, il secondo di Cambridge. Beaumont era nato nell'84, vent'anni dopo Shakespeare e morì un mese dopo Shakespeare, nel '16. Fletcher, nato nel '79, morì di peste nel 1625. Fecero parte di una sorta di cenacolo letterario teatrale, in compagnia di Ben Jonson e talvolta di Shakespeare, che si riuniva alla "Taverna della sirena" a discutere animatamente di sceneggiature e di interpretazioni. Ebbero, al loro tempo, molto successo, più di quanto ne ebbe tra i contemporanei Shakespeare stesso. Erano mestieranti abili, mettevano in scena ciò che piaceva al pubblico e nei modi preferiti dal pubblico.
Samuel Pepys, uomo di mondo vissuto nella seconda metà del Seicento, cita nel suo diario tutti i lavori teatrali cui assiste a Londra: ebbene, ne cita 25 di Beaumont e Fletcher e solo 9 di Shakespeare. Il che ci dà la misura della rispettiva popolarità nella Londra dal 1660 al 1669, mezzo secolo dopo che Shakespeare aveva smesso di scrivere.

The maid's tragedy, la Tragedia della fanciulla (che potrebbe tradursi anche con la Tragedia della vergine) è del 1609/1610 e tra le opere dei due amici è tra le più celebri e la più replicata in scena a quei tempi e nei due secoli successivi. È una storia di amore peccaminoso, di promesse infrante, d'onore perduto, di pentimento, di vendetta, di regicidio. Un regicidio tuttavia di carattere privato, non politico, e come tale "morale". È una tragedia nel senso pieno del termine, con forti passioni e tante morti in scena. Entra di diritto, per la sua notorietà, nella storia del teatro e dello spettacolo. Non nella storia della poesia: salvo rari momenti, di poesia ce n'è poca o nulla in   questo dramma che fa parte di quelli che oggi definiremmo, se parlassimo di cinema, come lavori commerciali, ben confezionati, di sicuro successo, ma di scarso valore artistico.

Siamo in una Rodi immaginaria, fuori del tempo, ove il re ha per amante, da lungo tempo e all'insaputa di tutti, una giovane e bella donna, Evadne, sorella di Melanzio, una sorta di generale o campione d'armi, acclamato eroe e difensore del regno. Per poter continuare a godersi la sua relazione proibita, il re impone a un suo cortigiano, Amintore, di sposare la ragazza. Amintore è ignaro della relazione ed è fidanzato con la vergine Aspatia che ama e da cui è riamato. Il matrimonio obbligato con Evadne avviene proprio il giorno in cui erano fissate le nozze con Aspatia e proprio il giorno in cui rientra in città l'eroico Melanzio, da tutti acclamato per i suoi meriti militari. Per la vergine fanciulla Aspatia è proprio una tragedia, come ci informa uno dei personaggi minori: "...e va dolente con gli occhi lacrimosi rivolti a terra nei boschi solitari, sua unica gioia... Porta con sé una mestizia contagiosa che colpisce tutti coloro che la vedono e racconta della morte silenziosa di una vergine abbandonata che il suo affanno esprime con tali frasi che, prima di aver finito, fa allontanare tutti, uno a uno..." (I, 1).
Della triste sorte toccata ad Aspatia molto si duole anche il guerriero Melanzio, grande amico di Amintore, lo sposo, il quale, ora, diventa per lui cognato. Spiega Amintore a Melanzio: "Aspatia sì, aveva la mia promessa, ma il re proibì il matrimonio e mi fece prendere in degno scambio tua sorella che è accompagnata da grazie di gran lunga superiori, con la quale io bramo perdere la mia gagliarda gioventù e invecchiare fra le sue braccia" (I, 1). In parole povere Amintore amava teneramente Aspatia, d'un amore tutto spirituale, ma sente una forte attrazione sensuale per Evadne. L'ordine del re, per Amintore comunque indiscutibile, gli fornisce un eccellente alibi per buttarsi senza troppi rimorsi tra le braccia - lui crede - della bellona. C'è il matrimonio e ci sono le fanciulle vergini che accompagnano la sposa alla camera da letto nuziale: e tra queste vergini la povera Aspatia che in un commovente ultimo lamento si rivolge alla sposa rivale e la invita ad amare il suo Amintore non meno di quanto lo ama lei.
Ed ecco la prima notte ed ecco l'esplodere del dramma: Evadne si rifiuta all'abbraccio del marito. Il quale dapprima è incredulo, pensa sia "ritrosia di sposa" e poi, a poco a poco, scopre tutta la verità: "non per una notte o due io rifuggo dal vostro letto, ma per sempre!" Fa pena, il povero Amintore, perché è veramente infiammato per la bella sposa, per convincere la quale tenta di tutto: "...la carne tua è morbida e nei tuoi occhi dimora lo spirito d'amore: il tuo cuore non può essere duro! Abbi pietà della mia gioventù, della mia fervida gioventù, se tu sei pietosa...". (II, 1). Ma Evadne no, non conosce la pietà. "Ti presi - dice - per coprire la mia vergogna... io devo avere uno che faccia da padre ai bambini e che mi dia il suo nome di marito, in modo che la mia colpa sia più onorevole..." (II, 1). Amintore a questo punto conosce il peccato ma non il peccatore: giura che farà a pezzi l'uomo che ha disonorato Evadne ma, appena da lei scopre che l'uomo è il re, è come colpito da una folgore: "oh, tu hai detto una parola che cancella tutti i pensieri di vendetta: in quella sacra parola, re, sta il terrore. Quale fragile uomo oserebbe alzare la sua mano verso di lui?". (II, 1). Ed è pronto ad accettare per sempre il suo ruolo con rassegnata obbedienza. Interviene però, l'indomani, Melanzio: la sua amicizia per Amintore è tale che il guerriero si accorge che qualcosa non va nell'animo dell'amico: "tutto il vostro portamento è come quello di un uno che si sforza di mostrare il suo umore allegro, mentre egli è mal disposto... c'è della tristezza in voi che la vostra abilità vorrebbe celare con sorrisi... ma non è da amico nascondermi la vostra anima..." (III, 2).
Messo alle strette Amintore è costretto a rivelare tutta la verità all'amico e cognato Melanzio: questi non vive il re come sacro e intoccabile, anzi, è disposto a "inseguirlo fino alla morte con la vendetta" pur di salvare la reputazione della propria famiglia, pur di vendicarsi di chi "ha degradato la bella coscienza" della sorella Evadne.
Ed è proprio ad Evadne che si rivolge Melanzio nella sua furia vendicativa. Nel quarto atto, acme drammatico dell'intera tragedia, Melanzio attacca la sorella e la minaccia di morte sino a indurla a confessare la sua colpa e a volersi riscattare nell'unico modo possibile: uccidendo lei stessa il re. "Non senti un'ira coraggiosa che erompe nobilmente e che guida il tuo braccio a uccidere questo ignobile re? Dammi le tue mani e, protese ambedue al cielo, giura, su quella ricchezza che questo lussurioso ladro ti rubò, quando io te lo dica, di far uscire da lui la sua sporca anima...!" (IV, 1).
Troviamo ora un'Evadne diversa, pentita, più umana, tenera persino, col marito Amintore, e sinceramente riscattata da una nuova consapevolezza delle sue colpe, del male fatto agli altri. È convincente questa nuova Evadne, tanto da far dire al triste marito Amintore, che mai ne è stato marito, cose bellissime nei suoi confronti. È uno dei rari momenti di poesia nell'intera tragedia questo incontro-addio tra i due infelici sposi: "se tu fossi stata così, così splendidamente buona, prima che quel demonio di re tentasse la tua debolezza, certamente tu saresti divenuta una stella... Dovrei averti uccisa, ma questo tuo dolce pentimento imprigiona la mia vendetta: per questo così ti bacio, l'ultimo bacio che noi dobbiamo godere..." (IV, 1).
È sera. Il re manda a chiamare Evadne nella sua camera da letto. La bella donna vi si reca, come mille altre volte, tra i lazzi volgari dei servitori addetti all'appartamento reale. Il re è a letto pieno di voglie sensuali. La desidera, la chiama "mia cara Evadne, sto sognando di te, vieni a letto... vieni mia cara e baciami, mia regina dell'amore..." (V, 1). Evadne non cede: "questo acciaro viene per redimere l'onore che rubaste, o re, al mio bel nome... non sono lei, non sono Evadne, sono una tigre, sono qualunque cosa che non conosca pietà...". E pugnala, a morte, l'amante, mentre questi ancora la implora : "ascolta, Evadne, anima di dolcezza, ascolta, sono il tuo re...!" (V, 1).
Il dramma volge al termine. Melanzio cerca di impadronirsi della città, ma non occorre: il fratello del re, subito succeduto sul trono, scoprendo la verità concede il suo perdono. C'è ancora un incontro, e anche questo profuma di poesia, tra Evadne e Amintore. Lei si sente purificata e riscattata. Implora affetto. Chiede di essere portata a casa. Ma Amintore, per il quale la figura del re era sacra e intoccabile, vive quel gesto di riscatto come una nuova e più terribile macchia sulla coscienza di Evadne e rifiuta. Evadne si uccide. E muore anche, uccisa da Amintore stesso che non la riconosce perché travestita da uomo, l'ex fidanzata Aspatia, venuta in casa di Amintore proprio allo scopo di farsi uccidere dalle mani dell'uomo amato e porre fine così alle proprie sofferenze. Resosi conto d'aver ucciso Aspatia anche Amintore ora si uccide, sul corpo di lei. Resta Melanzio, che ebbro di dolore per tante morti di persone a lui care, tenta di pugnalarsi, ma ne viene impedito dalle guardie del nuovo re. Al quale re tocca l'ultima battuta sul dramma, di carattere morale: "Possa tutto questo essere un bell'esempio per me per governare con moderazione, poiché ai re lussuriosi la morte improvvisa è inviata da Dio e maledetto è colui che ne è lo strumento!".

Termina così il dramma, con la classica ecatombe da "spanish tragedy", gioia e delizia di un pubblico che voleva e applaudiva scene forti, emozioni forti. Rimane, di tutto l'inverosimile intreccio, la recuperata spiritualità di Evadne, personaggio affascinante, sensuale e elegiaco insieme, umanissima vittima delle circostanze, dell'ambizione, della sete di potere, ma insieme creatura femminile fragile, dolce, appassionata, commovente. Una Evadne più credibile, nell sua improbabile trasformazione da donna carica di peccati a donna pentita e tenera, di quanto non lo sia la vergine Aspatia, che dà il titolo alla tragedia, e che rimane, nella sua angelica, rassegnata e perenne bontà, al paragone d'Evadne una figura letteraria esangue e meno convincente.

Sestri Levante, 14/8/04

 
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