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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
THOMAS DEKKER, WILLIAM ROWELY, JOHN FORD
La strega di Edmonton
Sta in Teatro Elisabettiano, traduzione di Carlo Izzo, a cura di Alfredo Obertello, pp. 75, Bompiani, Milano, 1951.

Sia Dekker che Rowley (il primo di dieci, il secondo di vent'anni più giovane di Shakespeare) scrissero soprattutto, oltre che in proprio, in collaborazione con altri drammaturghi e Rowley, oltre che scrittore, fu anche attore. Quanto a Ford, ben lo conosciamo: è l'ultimo dei grandi del teatro cosiddetto elisabettiano, dei grandissimi anzi.
I lavori a due, a tre mani, non erano infrequenti: a quei tempi il teatro non era "arte", era rolex replica lavoro, professione. Un testo teatrale era merce fornita per guadagnare del denaro e molti drammaturghi erano assimilabili a operosi artigiani che più merce fornivano - e di miglior qualità - più guadagnavano. Come in una sartoria gli artigiani lavoravano insieme ad un unico abito, così avveniva nel confezionare un dramma e così nelle botteghe di pittura. Il culto per l'arte e l'artista, per l'autore, tutto sommato sono invenzioni abbastanza recenti.
La strega di Edmonton pare sia andato in scena nel 1623, ma fu pubblicato solo nel 1658, e nell'"in-folio" di quell'anno compaiono insieme i nomi dei tre autori. Il dramma è solidamente unitario: distinguere la mano dell'uno e dell'altro degli autori è arduo. Piace credere che sia più facile riconoscere Ford: si può congetturare che vi sia la sua mano, per esempio nell'amore ostinato, sincero, vero, eroico se vogliamo, di entrambe le mogli, la seconda soprattutto, Susanna, per l'indegno marito Franck. C'è sentimento di poesia in questa ostinazione d'amore, nonostante le malefatte del marito, e questo ricorda l'ostinazione amorosa di alcune eroine del Ford appunto. Ma è solo congettura.

Il dramma ha un intreccio un po' complesso, anche se strutturalmente è ben architettato e si muove su un vario terreno di realismo sociale e ambientale (cacciatori di dote, matrimoni riparatori, contadini, allevamenti, coltivazioni) di denuncia verso le superstizioni e le intolleranze dei tempi (la persecuzione delle streghe) e di favola surreale (la presenza di demoni che partecipano alla vita e alle vicende quotidiane).
Vediamo la storia più da vicino.

Un signorotto ricco e senza scrupoli (sir Arthur) ha sedotto l'innocenza di una sua giovane servetta (Winnifred) innamorata di Frank, anch'egli servitore nella stessa casa. Franck ha reso incinta, o crede d'aver reso lui incinta, Winnifred e, incoraggiato dalla promessa, falsa, d'una dote da parte di sir Arthur, l'ha sposata: nozze riparatrici, di nascosto dal proprio padre, il vecchio Thorney, gentiluomo decaduto e pieno di debiti che ha sul figlio altri progetti. Sir Arthur crede - ora che la ragazza è maritata - di poter continuare a godersela, ma si sbaglia di grosso. Lei ha fede nel proprio matrimonio, non vuole "riaprire una ferita ormai chiusa..." e vuole "cambiar vita e da dissoluta peccatrice diventare una moglie pentita", una moglie che crede con tutta l'anima che il matrimonio sia "un sacro tempio alla purezza" (I, 1).
Queste le premesse. Ma il vecchio Thorney, il padre dello sposo, ha progettato, per salvarsi dai debiti, di far sposare il figlio Frank a Susan, la figlia d'un ricco agricoltore, Carter, persona tutta d'un pezzo, di sani principi, molto ben disposto verso Frank. "Se sposerai la figlia del ricco Carter, c'è una dote che riscatterà le mie terre, le quali, dopo il matrimonio, le intesterò a te, altrimenti sarò assolutamente costretto a svendere tutto..." (I, 2) dice il padre al figlio e lo convince. Il figlio è debole e abulico, sa di mettersi nei guai per esser già sposato con Winnifred, ma non sa dir di no al padre e - in ogni caso - ha un poco onorevole progetto: prendersi la dote della seconda moglie e con quel denaro filarsela lontano con Winnifred, la prima moglie, di cui è innamorato e che sta per mettere alla luce un figlio.
Susan, la figlia del ricco contadino, ha anche una sorella, Kate. Entrambe le ragazze sono corteggiate da una folta schiera di aspiranti tra cui due amici, Warbeck e Somerton e un terzo, Cuddy Banks, un allegrone scanzonato e burlone, figlio a sua volta d'un contadino sempre di Edmonton, la cittadina dove si svolgono i fatti.
E parliamo un po' di Edmonton. C'è una sana borghesia contadina, qui ad Edmonton che vive di frutti dei campi e di mucche e di pascoli e di allevamento di suini, di produzione di formaggio e burro e che si diverte con danze e musica e partecipa, ogni tanto, agli spettacoli di lotta fra orsi e mastini, di gran moda all'epoca. Ma fra tanta sana armonia c'è qualcosa che tormenta la cittadina, ovvero, dal punto di vista opposto, c'è qualcuno che i benpensanti della cittadina tormentano... È Mamma Sawyer: è "povera, deforme, ignorante, rattrappita e piegata in due come un arco" e tutti i benpensanti l'accusano di essere una strega e quando capita loro a tiro la bastonano, la cacciano, la maledicono. "Sempre perseguitata, sempre torturata, da tutti fuggita e odiata come una malattia", la vecchia (e chi può darle torto?) arriva alla conclusione che "tanto vale essere davvero strega, piuttosto che esserlo creduta..." così, perlomeno, potrà vendicarsi dei suoi nemici, "quei cani rognosi che le abbaiano, la mordono, le succhiano il suo stesso sangue e il buon nome..." (II, 1). Ha un bel battersi, lei, contro le maldicenze e le calunnie: se una scrofa partorisce anzitempo è colpa sua, se un raccolto va male, se il burro non monta, se una mucca s'ammala di cimurro, è sempre colpa sua... Ha un bel denunciare la stupidità del dar della strega a lei, quando, invece, le vere streghe sono le rispettabili signore della buona borghesia che dilapidano le ricchezze dei mariti in vesti sontuose, in capricci, in lussi, in banchetti, "sperperando in un anno quello che i mariti riescono a guadagnare in vent'anni di fatiche: non sono quelle le streghe?" (IV, 1)...
Insomma, tanto la tirano per i capelli che lei davvero si fa strega, vende la propria anima al diavolo, che le giunge al fianco nelle vesti di un cane parlante, e acquista davvero poteri magici dopo tante ingiuste accuse d'esserne stata in possesso quando invece non lo era affatto.
Frank, frattanto, si è sposato anche con Susan e ha incassato il denaro della dote lasciando a secco due altri pretendenti che volevano per sé la ragazza, Worbeck e Cuddy Banks, un serio giovanotto il primo, un burlone il secondo, figlio, però, del peggior nemico della strega, il contadino Banks, che vorrebbe mandarla al rogo e che da lei è di rimando odiato con tutte le sue forze.
Ora cosa fa la strega per vendicarsi del vecchio Banks e di un po' tutta la buona borghesia farisaica di Edmonton? Un maledetto sortilegio per cui induce Frank Thorney, il bigamo, ad uccidere la seconda moglie, Susan, dopo averne incassato la dote, mentre è in fuga per raggiungere la prima moglie, e a far cadere su Warbeck e Somerton (i due onesti corteggiatori delle due sorelle Carter, Susan, quella che ha sposato Frank, e Kate) l'accusa dell'assassinio.
Frank s'è incamminato per abbandonare Susan e raggiungere la prima moglie. A Susan ha fatto credere che è in partenza per un viaggio e che presto tornerà. Ma Susan è molto, molto innamorata dell'indegno marito e continua amorevolmente ad accompagnarsi a lui lungo il percorso e a sommergerlo di dolcissime parole d'amore cercando di rallentare il momento del distacco. Lui, Frank, per un po', dissimula, sta al gioco, nasconde le sue intenzioni, finge di ricambiarne l'amore. Poi, all'improvviso, raggiunto dal sortilegio della strega, sotto forma di un cane che gli si sfrega fra le gambe, spiattella a Susan la verità, le confessa d'esser già sposato, d'averla sposata solo per la dote e di doverla uccidere, per punirla della sua disonestà... La disonestà d'essere la concubina d'un uomo già sposato.
Come reagisce Susan? Odiandolo, maledicendolo, un marito tanto indegno? Oh, no! Anzi, benedicendolo. È così innamorata di lui che è felice di morire per lui. Se la sua morte lo toglierà dal peccato della bigamia e lo renderà sereno, serena ne è lei. "Sono felice che il destino, il mio destino, sia stato così saggio e che uno spirito buono ti abbia ispirato ad uccidermi. Morire? Oh, era tempo! Chissà per quanti anni sarei altrimenti vissuta nel peccato, e nel peccato che più aborro, l'adulterio!..." dice al marito che la pugnala e rivolgendosi al cielo, "perdona quest'uomo - chiede - come io liberamente gli perdono..." (III, 3).
È qui, di fronte a tanto, ostinato, bellissimo attaccamento d'amore di moglie verso un indegno marito, che è facile congetturare vi sia la mano di Ford. Ma, ripetiamo, solo di congettura si tratta...
La ragazza muore, il marito assassino si ferisce a coltellate e si lega ad un albero, poi grida, chiede aiuto, finge d'esser stato assalito, accusa del delitto Warbeck e Somerton, quei due che a loro tempo corteggiavano le sorelle Susan e Kate.
Il dramma volge al termine. Dapprima si crede alla versione di Frank. I due accusati finiscono, incolpevoli, in galera. Frank è amorevolmente accolto a casa del suocero Carter e dalla figlia sopravvissuta Kate, la cognata, che quasi si innamora di lui. Ma poi si scopre nelle tasche dell'assassino l'arma del delitto, il pugnale con cui ha ucciso la moglie e ferito se stesso. Messo alle strette confessa. Confessa l'assassinio e il movente dell'assassinio, la presenza cioè d'una prima moglie. Vengono scarcerati i due incolpevoli, vengono processati Frank, reo di bigamia e assassinio, Mamma Sawyer, che, messa alle strette, confessa d'essersi fatta strega, e anche sir Arthur, il seduttore di Winnifred, la prima mogliettina di Frank, legalmente non perseguibile ma, certo, moralmente responsabile di molte colpe. Sir Arthur dovrà dare una dote a Winnifred. La strega è condannata alla forca e Frank pure, alla forca. Ma Frank, da ultimo, di ravvede. Si ravvede davvero, sinceramente, chiede perdono a tutti, uno per uno, al padre, al suocero, alla cognata, ai due che aveva accusato del delitto da lui commesso e alla giovane moglie Winnifred, anima semplice, gentile, pulita, che ora sarà accolta con atto d'estrema generosità nella casa di Carter, da Carter padre e dalla figlia sopravvissuta Kate, al posto della povera Susan, anche lei, come Winnifred, perdutamente innamorata di Frank.

È uno splendido messaggio di generosità, d'amore, di perdono, di buon senso, quello che chiude il dramma. La condanna e il pentimento, pentimento sincero, mondano per intiero le colpe di Frank: i due vecchi consuoceri, uno ha perduto la figlia Susan, uccisa da Frank, l'altro ha perduto Frank, condannato al capestro, si abbracciano: "abbiamo perduto tutti e due i nostri figli, per la malasorte, ma non c'è rimedio..." e il ricco Carter aiuterà in futuro il consuocero Thorney, nonostante sia il padre di chi gli ha ucciso la figlia.
Dopo il processo e le esecuzioni, in quel di Londra, purificati dall'espiazione dei colpevoli, purificati dalla generosità reciproca e condivisa, se ne tornano, i cittadini di Edmonton, "ad Edmonton, tristi nel cuore, ma più allegri che possiamo... uniti nel dolore... perché i mali passati si può lamentarli, ma sono senza rimedio..." (V, 2).

Il dramma è bello, è piaciuto e ha avuto successo ai suoi  , ed è ancora, e spesso, portato in scena oggi.
L'amore incrollabile delle due donne per l'indegno marito sfiora toni di intensa poesia. La protesta - sociale, possiamo dire oggi - di Mamma Sawyer contro le accuse di stregoneria, le ingiuste persecuzioni, le ottuse superstizioni, l'ostinato fanatismo di chi le è nemico, scavano a fondo in una coscienza storica che non lascia indifferenti. E infine è bello il clima di perdono finale, la pacata generosità, basata più su una sorta di civile maturità che non di dictat religioso, con cui i protagonisti di quel micro-mondo rurale si rappacificano tra loro e con gli eventi e ritornano al loro villaggio. C'è un messaggio di ottimismo, di serenità, di conciliazione. È qualcosa di nuovo e di insolito in un dramma elisabettiano.

Sestri Levante, 18/9/05

 
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