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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN FLETCHER
La pastora fedele
Sta in Teatro Elisabettiano, a cura a di Alfredo Obertello, traduzione di Carlo Izzo, pp. 70, Bompiani, Milano, 1951.

Fletcher lavorò molto in coppia con Beaumont, ma molto anche scrisse da solo, soprattutto nel genere delle tragicommedie, che lui stesso definì come drammi in cui non ci sono morti e tuttavia c'è il pericolo della morte...
La pastora fedele (The Faithful Shepherdess) è del 1608, circa vent'anni dopo Il pastor fido del Guarini e non si può parlare de La pastora fedele e se non si parla prima de Il pastor fido.
Dei drammi pastorali Il pastor fido è l'antesignano: il più celebre, il più conosciuto, il più imitato. Ebbe un successo strepitoso (80 edizioni in pochi decenni) e fu tradotto in tutte le lingue colte dell'epoca. Fondatore, per così dire, del teatro pastorale, Il pastor fido è, invece, ben poco pastorale. Nel senso che l'ambiente pastorale è di facciata: il dramma è, sostanzialmente, mitologico. L'infedeltà di una donna nei confronti del proprio amante ha generato una maledizione di Diana che colpisce cruentemente da anni il paese d'Arcadia. C'è un vaticinio per cui la divina punizione cesserà quando un fedele pastore con le sue profonde doti di fedeltà riscatterà quel peccato originale: due discendenti degli dei si sposeranno tra loro e il peccato si cancellerà per sempre. Tutto il dramma si svolge nella ricerca di queste pie e fedeli figure, tra amori voluti e amori rifiutati, agnizioni, inganni, condanne, sacrifici, cupo senso di morte e lieto fine. Il luogo del dramma è l'Arcadia e i personaggi sono dichiarati pastori, ma avrebbero potuto essere qualunque altra cosa e quasi nulla sarebbe cambiato.
Il dramma del Guarini (peraltro sterminato: 7000 versi contro i 3000 versi di cui è fatto mediamente un dramma in cinque atti) è una composizione molto cerebrale, perfetta nella costruzione, svolta con un'attenzione estrema ad ogni minimo dettaglio di coerenza e di credibilità della sceneggiatura.
L'amore è cantato nei termini convenzionali della poesia d'amore di tutti i tempi: amore come sofferenza, dolore, desiderio di morte quando non ricambiato. I concetti con cui l'amore è cantato sono concetti "cortigiani": gli amanti descrivono e declamano il loro amore come potrebbe appunto descriverlo e declamarlo qualunque donna e qualunque paggio di corte.
Veniamo invece al Fletcher de La pastora fedele. La musica è un'altra ed è veramente musica pastorale. Tutta pastorale. Solo pastorale. Interamente pastorale. Vediamo di capirci con un esempio. In Guarini questo è un canto d'amore: "ma, poi che sarò morto, anima cruda, avrai tu almen pietà delle mie pene? Deh! bella e cara e sì soave un tempo, cagion del viver mio, mentre a Dio piacque, volgi una volta, volgi quelle stelle amorose, come le vidi mai, così tranquille e piene di pietà, prima ch'io moia, ché il morir mi sia dolce..." (III, 330). Gli occhi dell'amata sono stelle, dare amore è pietà, togliere amore è sofferenza e morte. Come in tutta la poesia d'amor cortese.
Veniamo invece al Fletcher. Ecco la "pastoralità": "...darti molti baci, dolci come quelli che il sole imprime sulle guance sorridenti delle prugne o delle pesche mature..." (V, 3) oppure, e ancor più: "...giuro d'amarti più che l'amorosa pecorella non ami l'agnelletto appena svezzato, del suo medesimo colore; mi sei più cara che non all'agnelletto la mammella onde sua madre lo ciba! Entrasse nell'ovile un branco di lupi e uno corresse dietro di te, le giovani pecore e le adulte insieme sarebbero divorate poiché io lotterei unicamente per salvare te, che amo sopra la vita..." (III, 1).
Ecco, è chiaro cosa è la "pastoralità" de La pastora fedele e la "non pastoralità" de Il pastor fido?
Il Guarini fu l'iniziatore di una moda, ma non ne fu il rappresentante più schietto e al Guarini rispose il Fletcher, vent'anni più tardi, col suo dramma, prendendosi gioco, un gioco garbato e nient'affatto ostile, ricamando, assecondando, portando alle estreme conseguenze, costruendo (col cuore, perché Fletcher usa il cuore, contro la cerebralità di Guarini) il "pastorale perfetto".
È un dramma, quello di Fletcher? Non propriamente. Non c'è azione. Non c'è dinamica. Non c'è una storia. È un racconto lirico, molto bello, molto musicale, sereno, lieve, eppure intenso. È opera di poesia.

Siamo in un paese indefinito, arcadico, e si approssima una notte estiva d'amore. Una notte magica, incantata, come quella del Sogno di Shakespeare. I personaggi sono pastori e pastorelle, sacerdoti pastorali, satiri, e sopra loro aleggia il dio Pan. Valore supremo è la fedeltà in amore, ma amore casto, virginale, platonico. "Un amore puro come l'anima che alimenta e che mai verrà meno alla castità" (I, 3), come quello che il pastore Tenote prova per Clori: "...io vivo unicamente per ammirare una castità che nulla... potrà mai conquistare, tanto puro è lo stampo nel quale l'anima sua fu foggiata..." (I, 3).
Clori, la pastora di cui Tenote è innamorato, è la "vergine del bosco, colei che ha da tempo sepolto il suo casto amore e vive ora presso la tomba di colui alla cui adorata memoria ella ha votato se stessa, entrando nel sacro ordine della rigorosa verginità..." (I, 3). Clori vive da eremita, lontana da tutti, e si lascia avvicinare solo per curare con le magiche erbe chi sta male, chi è ferito, chi è vicino a morire. Ma perché le erbe siano efficaci, i cuori devono essere puri e bandita deve essere ogni lussuria, allontanando ogni impudico pensiero. Tenote, che abbiamo visto è casto e puro, diviene così ossessivo nel professare il suo incondizionato amore a Clori, l'eremita, la vergine del bosco, che questa a un certo momento pare cedere. "S'è mai visto un altr'uomo amare una donna per la fedeltà che questa porta al suo morto amore?"... E si lascia andare. Pare lasciarsi andare. "Pastore di cuor puro, or vedi per amore di te che cosa Clori, la tua Clori, è disposta a fare... Vedi quale sacro voto io infrango per te, io, il cui nome è giunto lontano per essermi mantenuta fedele al mio morto amore... Io m'offro a te, qui, su questo prato, che tu faccia di me quel che tu vuoi..." (IV, 5). E come reagisce Tenote? Cogliendo l'occasione? No certo! "Quanto più felice sarei stato di morire piuttosto che di vedere questo mutamento in te! Ma ritorna, ritorna quale ti conobbi: non lasciarti governare dalla donna che c'è in te..." (IV, 5). E poiché lei insiste, lui, furioso, le grida tutto il proprio disprezzo, il proprio sdegno, e si allontana per sempre. E allora scopriamo che Clori no, non faceva sul serio, aveva recitato la scena del cedimento proprio per guarirlo, per allontanarlo da sé, per dissuaderlo dal corteggiarla di continuo, per restituire lui alla castità e tornare lei serena e indisturbata alla solitudine del proprio eremo, alla veglia sulla tomba del suo scomparso beneamato...
Anche Perigo e Amoretta sono casti, castissimi. Ma loro sono amanti. Si adorano. Stravedono l'un per l'altra. E si danno un casto appuntamento nel boschetto per quella magica notte. Però c'è Amarilli, pastora invece priva di scrupoli, che è innamorata di Perigo e vuol portarlo via ad Amoretta. Ecco, qui c'è un qualche piccolo intreccio drammatico, un po' di drammatica conflittualità. Amarilli conosce un'arte magica per cui può trasformarsi, nelle sembianze, in un'altra persona. Facendosi aiutare dal Pastore Tristo, e offrendosi a lui come compenso, si trasforma in Amoretta e cerca di portarsi a letto il suo Perigo. Questi, trovandosi di fronte un'Amoretta sfrontata e lussuriosa, colpisce, non l'Amoretta falsa, ma quella vera, con la lancia e la lascia quasi morta. Lo fa non una, ma ben due volte in due successivi incontri. Amoretta si salva per l'intervento di un satiro dal cuore dolce, devoto servitore di Pan, gran estimatore della castità, e per le cure dell'eremita Clori, e, infine, i due, Perigo e Amoretta, si riconcilieranno e torneranno ad amarsi nella pienezza del loro casto amore.
E che ne è di Amarilli, la cattiva? Il Pastore Tristo, aiutatala nell'inganno verso Perigo e Amoretta, ora reclama la sua mercede: "io ho mantenuto la mia promessa, Amarilli: sdraiamoci qui e riscaldiamo il nostro sangue insieme...". Ma Amarilli non vuol cedergli, lo invita a pazientare, rimanda, si dà alla fuga...
Verrà espulso dalla comunità, il Pastore Tristo, e Amarilli invece, ravveduta, pentita, purificata, tornerà degna d'essere riammessa fra gli altri.
Tutti casti questi pastori e queste pastorelle? Oh, no! Oltre al Pastore Tristo che vuol " scaldarsi il sangue insieme...", c'è la pastora Cloe che non condivide affatto l'amore per " la fredda e sciocca castità..." (I, 3) e invoca il fato chiedendo le sia dato "chi osi amore al primo incontro e con altrettanta prestezza darne prova..." e canta invocando chi sappia "accendere nel sangue delle vergini l'amore... qui venite, qui prendete, non temete che io rifiuti se voi chiedete..." (I, 3). Ci va anche più pesante, Cloe, con un certo Dafni, un altro pastore pudibondo, che lei allontana dicendogli in faccia " no, tu sei troppo freddo, disgraziato giovane, non hai tempra che si confaccia al mio umore, il tuo sangue va troppo all'ingiù..." (II, 4). E più oltre, sempre questa Cloe, sempre alla ricerca nei boschi di un qualche pastore, di quelli che non abbiano però il "sangue all'ingiù", "il mio desiderio - dirà - è ancora più forte della mia paura, perché c'è una cagione di timore che per me non esiste: ch'io sia violentata è impossibile, sono così ben disposta!"...
La lirica, la molta bellissima lirica che accompagna lo svolgersi delle schermaglie amorose lungo tutto il dramma, è interrotta anche da alcuni, come abbiamo visto, intermezzi spiritosi e "spinti", là dove, in alcuni, il sangue si riscalda, si infiamma, va in fermento...

Come nel niente è iniziato il dramma, senza una storia vera e propria da narrare, ma solo episodi d'amore presentati come quadri lirico-pastorali, così, nel niente, dopo la notte di prodigi, il dramma termina, alle luci dell'alba, quando i pastori tornano ai loro greggi, riempiono "borsa e fiasca per il campo", "allacciano ben stretti i mantelli, che non s'aprano al soffio dell'aspro vento di grecale" (V, 1) e il satiro gentile si rivolge incantato alla bella eremita oled light e le canta un ultimo devoto inno d'amore: "dimmi, dolcissima, vuoi ch'io voli per il cielo e ne fermi le nubi veleggianti, o vuoi che d'un salto io m'afferri alla luna e dolcemente preghi la pallida regina della notte di concederti un raggio del suo lume?... o ch'io prenda per te scherzosi cerbiatti o insetti dall'ali di fine tessuto che l'estate tinge di mille colori...?".

Il dramma, alla sua epoca fu un insuccesso clamoroso, un fiasco. Il teatro al momento era azione, racconto, pianto e riso, tragedia e commedia, forti emozioni, personaggi intensi e forti. Questa fiaba pastorale di Fletcher non era teatro: era un gioco lirico messo in scena. Non fu capito. Fletcher, che era uomo di teatro di grande mestiere, cambiò registro, abbandonò la lirica, passò alla tragicommedia.
La pastora fedele rimane, nel teatro elisabettiano e giacomiano, un fatto unico e isolato, un tentativo, non più seguito, di portare in scena, sotto forma di dramma, una favola lirica.

Milano, 6/10/05

 
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