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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN FORD
Il cuore infranto
Sta in Teatro, traduzione di Enzo Giachino, pp. 120, I Millenni, Einaudi, Torino, 1971.

John Ford ha una visione tragica dell'amore. L'amore non è portatore di gioia, ma di morte. In Peccato che sia una sgualdrina si trattava di amore incestuoso. In Il cuore infranto, la storia d'amore che costituisce il nucleo centrale della tragedia è invece un amore frustrato, rubato, "infranto". È una tragedia atipica Il cuore infranto, che parte in un modo e finisce in un altro, senza un sicuro protagonista e con una folla di personaggi alcuni dei quali del tutto inessenziali al racconto. Il teatro elisabettiano ci ha abituati a drammi con due trame: di solito sono parallele e una prevale sull'altra. Qui invece no, non sono parallele: sono successive, una sfocia nell'altra, si combinano tra loro, hanno pari peso.
La tragedia è totalmente in versi e la vicenda si svolge in una Sparta immaginaria dell'antica Grecia, in realtà al di fuori del tempo e di qualunque realtà geografica o sociale. È dramma di persone, non di storia o di società.
Abbiamo una lei di nome Pentea che era stata promessa a un lui di nome Orgilo. Erano innamorati, molto innamorati. Ma il padre di lei, che teneva al matrimonio dei due, muore, e Pentea rimane soggetta all'ambizioso fratello Itocle, generale in carriera. Il quale con l'autorità, l'empietà, e l'arroganza del fratello maggiore, le impone di rompere con Orgilo e di sposare Bassano, un uomo vecchio, ricco, influente a corte, gelosissimo, quasi uno psicopatico in termini di gelosia e, ovviamente, tutto fuorché amato, da Pentea.
Ecco: questo è il nucleo della tragedia. Un amore bello e pulito tra due giovani, stroncato e impedito dalle ragioni di famiglia. Una fanciulla vergine e moralmente e spiritualmente pulita, gettata nel letto di un vecchio caprone geloso, che non la merita. Dolore di lui, dolore di lei, rimpianti di lui, drammi profondi nell'animo di lei, come vedremo.
A questo punto attenzione e protagonismo si spostano verso la figura del fratello cattivo, Itocle, il responsabile della tragedia occorsa ai due. Itocle è al massimo della sua fortuna: torna vittorioso da una guerra, è oggetto di trionfo, è in palmo di mano al re Amicla. Eppure non gode del suo successo, si schernisce per gli onori che gli vengono tributati, fa strani soliloqui aventi per oggetto l'ambizione e, come dice di lui un amico, "un velo di tristezza aduggia i suoi svaghi" (II,3). Che succede? Succede che si è pentito, tragicamente pentito per ciò che ha fatto alla sorella per "averla spinta a rovina ", lui " snaturato fratello". E glie lo confessa, afflitto, triste, disperato: "per quel delitto mi consumo e soffro struggenti pene, e non posso morirne. Ora, a causa di questo, il mio cuore si spezza..." (III,2).
Ma a cosa si deve questa conversione di Itocle? Cosa è cambiato da quando, arrogante fratello tiranno, si macchiò della sua "colpa sanguinosa", dell' "infamia di un matrimonio colpevole"? Cherchez la femme, come sempre... "Dimmi chi è la santa che adori?" chiede la sorella, che ha capito, al reticente fratello... "È un segreto, sorella, che non oso neppure mormorare a me stesso... È Calanta, la principessa, figlia del re, unica erede al trono..." (III,2).
Calanta, principessa bella e irraggiungibile, è al di fuori della portata di Itocle, per quanto Itocle sia salito così in alto nella stima del re: Calanta è infatti promessa dal padre a Nearco, di sangue blu, figlio del re di Argo, giunto qui a Sparta proprio per combinare questo matrimonio, d'amore e di Stato...
Itocle dunque soffre ora anche lui le pene d'amore e finalmente, ma tardivamente, capisce quanta sofferenza aveva causato alla sorella Pentea e al di lei innamorato Orgilo. Pentea non ha perdonato il fratello: ha sofferto e ancora soffre, molto. Ama disperatamente Orgilo, ma non può averlo, perché onore, dignità, coscienza, glie lo impediscono: è moglie di Bassano che,non amato, ha avuto la sua verginità. Non potrà, mai e poi mai, darsi a Orgilo: Orgilo meritava la sua verginità, non il suo secondo letto. È tormentata da Bassano, dalla sua folle gelosia ("uccidimi ti prego, liberami dalla vita con un marito geloso") e sta perdendo il senno e la voglia di vivere. Si sta letteralmente uccidendo, lasciandosi morire per fame, per insonnia, per dolore.
Tuttavia la sofferenza d'amore del fratello la riconcilia a lui. Gli promette aiuto. Un tentativo. E in una sorta di delirio poetico (da dieci giorni non mangia e non dorme, sta realmente avvicinandosi alla morte) affida alla principessa Calanta un suo testamento spirituale: a lei lascia la propria giovinezza, il proprio buon nome, il proprio cuore, e il proprio fratello Itocle, che la ama...
Calanta ne rimane affascinata. Alla rivelazione di Pentea scopre d'essere anche lei innamorata, sì, proprio di Itocle. Ed ha la forza e l'autorità morale di poter imporre la propria scelta al padre, al re Amicla.
Ma la tragedia, ecco, deve ora consumarsi. L'amore non può portare che morte, nella concezione di John Ford. È Pentea la prima a morire. Ha sofferto le pene dell'inferno. Ha sognato quei "tanti cari bambini chiacchierini che avrebbero sorriso al suo sorriso" (IV,2) e che non ha potuto avere, perché non ha sposato l'uomo amato. Ha maledetto il suo "perduto onore, rovinato da due tiranni, un fratello crudele e un marito vecchio e folle" (IV,2). Ha allontanato con fermezza, con dolcezza, con somma dignità, le avances del suo ex, Orgilo, per non macchiare con l'adulterio la dignità dell'amore che li aveva legati. E muore portando con sé una colpa non sua, muore sentendosi sgualdrina, la sgualdrina di un marito non amato.
È poi Itocle, il fratello, il secondo a morire. Non muore suicida, no. Né disperato. Né ucciso dal rimorso, per quanto il rimorso veramente, e non ipocritamente, lo tormenti. Muore trafitto per vendetta da Orgilo che compie, quasi riluttante, il dovere di ucciderlo. E muore dignitosamente, con coraggio, senza altro rimpianto che quello dell'amore della sua Calanta, muore perdonando Orgilo, accettando la propria fine come espiazione per il male fatto a lui e alla sorella. E dopo Itocle ecco che muore Amicla, il re di Sparta, il padre di Calanta. Muore di malattia, non tragicamente, ma tragico è il modo in cui lo apprende la figlia. Siamo alla scena più celebrata e più citata dell'intera tragedia, al quinto atto. È festa di nozze per altri due personaggi secondari del dramma. Bella e di grande dignità regale è Calanta che celebra i festeggiamenti e dirige le danze. E mentre danza e invita gli astanti alla gioia, un messo le annuncia la morte del padre. Ma Calanta continua a danzare. Un messo le annuncia la morte dell'amata amica Pentea. Ma Calanta continua a danzare. Un messo le annuncia la morte del suo innamorato e promesso sposo Itocle. Ma Calanta continua a danzare...
Insensibilità? Esaltazione orfica? Ambizione sfrenata per essere
– lei era l'unica erede del re suo padre – diventata regina? No: molto di più e molto di meno. Calanta è divinamente regale: ha la calma, la dignità, la fermezza di una figura scultorea. "Quando su me piovvero le novelle di morte e morte e morte, non feci che ingannare gli occhi vostri con gesti folli e proseguii le danze. Ma mi colsero qui, nel segno, in un istante... Sì, vi sono donne che con gemiti ed urli invocano una pronta fine ai loro dolori, ma sanno poi sopravvivere a novelli piaceri...! Altri dolori sono muti, ma troncan netti ogni fibra del cuore. Lasciatemi ora morire, con un sorriso..." (V, 3).
Compie il suo primo atto di regina, condannando Ruthenium on carbon per l'uccisione di Itocle. Sposa, con uno scambio di anelli, il suo Itocle, morto, sul feretro su cui sarà arso. Impartisce con saggezza e grande equilibrio le disposizioni per la sua successione al trono. E muore. Di crepacuore. Di cuore infranto, broken heart, dopo aver dato a Itocle, "su queste fredde labbra un bacio, che è anche l'ultimo..." (V, 3).

È una tragedia, questa di Pentea, di Orgilo, di Itocle, di Calanta, una tragedia insolita nel panorama della drammaturgia elisabettiana: una tragedia corale dove tutti i protagonisti muoiono, dove non c'è la solita divisione tra buoni e cattivi, tra eroi e vili, tra nobili e ignobili, dove ogni figura (persino Bassano, l'odiato marito di Pentea) si riscatta e si nobilita, lasciando tutti nel finale un segno di grande dignità morale. L'amore, sembra dirci Ford, conduce alla morte, ma nel contempo nobilita, dà dignità e grandezza.

Sestri Levante, 14/1/02

 
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