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Ti racconto i classici - Web site
Come si intuisce dal titolo, questo è un libriccino piuttosto triste. Racconta la storia della morte inaspettata di una piccola cagnolina molto amata, forse troppo. Un evento comune, frequente, inevitabile. Sono le leggi della matematica. Noi umani viviamo settant'anni, i nostri amici a quattro zampe poco più di dodici o tredici: prima o poi il nostro cane ci lascerà, sempre.
L'autore del libriccino è quello stesso pubblicitario che ha scritto e realizzato il sito www.tiraccontoiclassici.it. Perché ha raccontato la sua esperienza?
È stata una sorta di autoterapia, per evitare la depressione. Mettendo per iscritto il suo dolore, raccontandolo, se lo è tolto da dentro. Per chi lo legge è un racconto, per chi lo ha scritto è stata una tisana antidolorifica.
È racconto, è cronaca, ma è anche confessione ed è, nelle sue pagine più curiose e originali, un tentativo di indagare e capire le ragioni e i modi di quella misteriosa e millenaria relazione, unica nel suo genere, che lega l'uomo al cane e il cane all'uomo.
E infine, nelle pagine più intense e più sentite, è un canto d'amore, un affettuoso canto d'amore che un uomo, profondamente ferito, ha voluto dedicare alla memoria della sua cagnolina. Un piccolo monumento funerario per un'indimenticabile amica bassotta di nome Muso.


Titolo
Autore
 
 
 
 
   
JOHN FORD
Malinconia d'amanti
Sta in Teatro, a cura di Enzo Giachino, pp. 120, I Millenni Einaudi, Torino, 1971.

È talmente grande Shakespeare che difficilmente si possono fare paralleli e paragoni tra l'opera sua e quella degli altri drammaturghi cosiddetti elisabettiani. Tuttavia è inevitabile domandarsi chi fra i tanti della sua epoca gli si sia avvicinato di più. Ogni poeta è un mondo a sé e non si dovrebbero fare graduatorie e liste di merito, tuttavia è umano farle, le graduatorie, e nessun lettore, nessun amante di teatro, ha saputo esimersi dal cercare di individuare una sorta di scala: primo Shakespeare, secondo...?
Per secondo, si indica normalmente, comunemente, Marlowe. Ma non è affatto Marlowe il "secondo". Marlowe è un grande letterato. I suoi versi sono altisonanti e meravigliosi, alcuni dei suoi intrecci sono profondi e sanno avvincere, ma raramente Marlowe ci fa provare quel brivido che è il segno - forse il meno aulico, il meno colto, ma certamente il segno più autentico e infallibile - della poesia, della grande poesia.

Questo brivido è John Ford che ce lo fa provare. Sempre, in ogni suo lavoro. Ford è uno dei grandi del teatro, un grande poeta. Nato vent'anni dopo Shakespeare (1586-1640) collaborò dapprima con Rowley e con Dekker e dal '28 al '38, dunque per un solo decennio, si dedicò a una sua produzione teatrale autonoma lasciandoci un numero purtroppo molto limitato di lavori, sei drammi e una commedia. Meglio chiamarli drammi e non tragedie: drammi, come diciamo per Ibsen, per Strindberg, per Pirandello.

The Lover's Melancholy (Malinconia d'amanti) è del 1628, quasi interamente in versi.
Ford è uno specialista di storie interiori, di approfondimenti psicologici dell'animo umano, è uno studioso di psicologia, un indagatore d'anime, uno scrutatore di cervelli. Come lo sarà Schnitzler (il dottor Schnitzler) alcuni secoli dopo, in piena epoca freudiana... C'è storia, c'è trama, c'è movimento, ci sono fatti oggettivi nelle sue vicende, ma ciò che interessa Ford non sono le storie che racconta, ma i tanti come, ed i tanti perché, all'interno dell'animo dei protagonisti.
Siamo in una Cipro fuori del tempo, dove tre storie d'amore sono storie di penose malinconie o perché amore sentito da una parte e non corrisposto dall'altra o perché la persona amata è scomparsa.
La storia principale su cui si regge il dramma è quella del sovrano dell'isola, il giovane e malinconico principe Paladoro: "...allegro mai, sorride, ma non ride, presta orecchio a chi gli parla d'affari, ma non se ne occupa... resta indifferente, parla di rado..." (I, 1), è come "assopito nel torpido letargo di fiducia perduta..." (II, 1), è, a detta del suo medico, uno che "le malattie le corteggia". In altre parole Paladoro è ammalato, oggi diremmo, di depressione. Ma Paladoro è il sovrano: dovrebbe occuparsi dello Stato, governare. Invece si isola, ascolta musica, legge poesia, si disinteressa di tutto, al punto che i suoi ministri si lamentano e sono preoccupati: "la gente mormora, i nobili si affliggono, le vicine nazioni ci spiano, da ogni Paese ci arrivano allarmi..." (II, 1). Qual è il peso che grava sul cuore di Paladoro, gelosamente celato ai cortigiani? "Non lasciare che i cortigiani leggano nel tuo cuore il segreto dei miei dolori..." (II, 1) dirà ad un confidente...
Il segreto è una triste storia di due anni prima, quando sul trono regnava ancora il padre di Paladoro. Il giovane principe si era innamorato di Eroclea, una dolce splendida fanciulla figlia di un nobiluomo di corte, Meleandro. La storia la racconta, la rammenta, la fa rivivere, un servo di Eroclea, parlando al principe, a Paladoro. Ecco le parole (II, 1): "Comincerò col ricordarvi una vecchia storia che in qualche modo vi concerne. Meleandro, il grande sventurato statista, fu un giorno interpellato da vostro padre per un matrimonio tra voi e la sua figlia maggiore, la signora Eroclea: eravate quasi della stessa età. Eroclea venne invitata al palazzo e corteggiata da vostro padre, non per il principe Paladoro, come si seppe poi, ma per fini molto meno nobili... Meleandro, suo padre, la salvò e la fece fuggire, ma fu accusato di alto tradimento e vide le sue terre confiscate. Sconvolto dal dolore, fu confinato nel suo castello, dove vive tutt'ora. Che ne seguì, rimane dubbio e, poco dopo, vostro padre morì...". "Quant'era bella!" sospira il malinconico e sempre innamorato principe e chiede "Che ne fu della bella Eroclea? Non c'è speranza di più rivederla... mai più?".
Ecco, questa è la causa della malinconia di Paladoro: una storia schilleriana alla Don Carlos o, se vogliamo, ancora più dolorosa, perché Filippo sottrarrà la fidanzata al figlio per ragioni politiche, mentre il nostro tiranno, qui, è mosso da semplice e oscura lussuria. A questo punto noi spettatori conosciamo i fatti come si sono svolti, ma nel dramma, la corte, i ministri, gli amici, nulla sanno di questa storia triste che è all'origine della malinconia di Paladoro. Viene dato l'incarico, da parte di alcuni ministri, ad un illuminato medico di corte, Corax, di curare Paladoro, liberarlo dalla malinconia, rimetterlo in grado di governare. Corax è un medico "moderno", ha intuizioni (siamo ai primi del Seicento) freudiane. Mette in scena per il principe una sorta di psicodramma nel quale diversi personaggi drammatizzano in scena le varie possibili cause di malinconia. A seconda di come Paladoro reagirà, Corax scoprirà cosa turba il principe e conoscendone le cause potrà curarne gli esiti. Ora chi drammatizza in scena, tra le cause di malinconia, la causa d'amore, è un personaggio chiave del dramma, il misterioso, bellissimo, affascinante, giovinetto Partenofilo, giunto visitatore da Atene...

Partenofilo ha così tanta grazia, tanta leggiadria, da aver già fatto innamorare di sé tutta la corte.

E di fronte a Partenofilo il malinconico Paladoro ha un turbamento profondo, tradisce una inconscia emozione: " Dov'è il vostro giovane amico? L'avete trovato? - chiede - Partenofilo è scomparso e io vorrei rivederlo... " e ha una premonizione e si chiede, chiede a se stesso, " dove la prima volta hai incontrato questo irreale, inconsistente fantasma...? ".

Chi è Partenofilo? È la sua amata Eroclea, travestita da giovanotto, che dopo due anni di esilio è tornata a Cipro, prudentemente sotto mentite spoglie. Per rivedere la sorella, giovinetta, il padre infelice, vecchio, prigioniero, folle di dolore per aver perduto la figlia, e per tentare di rincontrare Paladoro, il giovane sovrano con cui fu scambiata, prima della tragedia, una promessa d'amore. Dopo lo psicodramma e il primo incontro Eroclea si presenta a Paladoro nelle sue reali sembianze di fanciulla, ma Paladoro, incredulo, indurito dalla sofferenza della malinconia, diffidente, come conseguenza del tradimento subito dal padre, verso tutto e tutti, non vuole, non osa, riconoscere in quella fanciulla la sua Eroclea, lungamente rimpianta, creduta morta. E crede sia ancora il fanciullo Partenofilo, ma travestito da fanciulla. E mentre dolorosamente, a poco a poco, con uno splendido crescendo, poetico, i due ex fidanzati finalmente si riconoscono e si riabbracciano, lentamente anche il padre della fanciulla, il ferito Meleandro, una sorta di Re Lear reso folle dal dolore, ma con un fondo di saggezza nella sua follia, anch'esso torna alla vita e alla gioia riabbracciando la figlia prediletta, creduta persa per sempre, pianta per morta.

Paladoro ed Eroclea si sposano, con la benedizione del padre. Avranno un'intera vita di felicità per raccontarsi gli anni di dolore in cui vissero separati: " ...in luogo di musica, ogni sera, per rendere più incantevole il sonno, chiuderai i nostri stanchi occhi con parte della tua storia... " dice Paladoro alla fanciulla, mentre piange di gioia... " come impetuosi venti, rinchiusi in una grotta, le mie lacrime s'urtano per sfogarsi... ".

È un dramma di una modernità che ha del miracoloso questo bellissimo dramma di Ford: la critica accademica "ufficiale" non accetta l'aggettivo di dramma "freudiano", perché, Platinum on carbon, è troppo banalmente evidente l'accostamento, ma freudiano lo è, e se vogliamo è pirandelliano, è schnitzleriano, è ibseniano, ma è anche schilleriano, eccetera, eccetera. Cosa significa essere tutto questo? Significa essere moderno, avanzato, impegnato su tematiche che precorrono i tempi, e significa essere universale, ampio, magnificamente umano.

La sottile storia d'amore sotterrata nel cuore ferito di Paladoro, l'incredulità dolorosa del reincontro, il rimpianto e il dolore del padre privato della figlia, della libertà, della dignità, sono momenti di grande indimenticabile poesia che segnano uno dei momenti più alti della drammaturgia elisabettiana dopo Shakespeare.

Malinconia d'amanti è una grande opera di poesia.

Sestri Levante, 7/8/02

 
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